Gestione faunistica e sanitaria delle popolazioni selvatiche – Università di Padova – Settembre/Ottobre 2016

Il Dipartimento di Medicina animale, produzioni e salute (MAPS) dell’Università degli Studi di Padova organizza dal 23 settembre al 22 ottobre 2016 la I° edizione del “Corso di gestione faunistica e sanitaria delle popolazioni selvatiche”. 

Il corso  si prefigge di dare delle conoscenze di base sui principi e le tecniche di gestione faunistica e sanitaria delle popolazioni di animali selvatici presenti sul territorio.
Il corso si focalizzerà su diversi aspetti:
– biologia ed ecologia di determinate specie di mammiferi e uccelli;
– principi di epidemiologia ed eco-patologia nell’ambito delle popolazioni selvatiche;
– patologie, sorveglianza sanitaria e analisi del rischio;
– tecniche di censimento, cattura, monitoraggio;
– aspetti igienico-sanitari delle carni di selvaggina.

Il corso si divide in 8 moduli e si svolgerà durante tre weekend (venerdì pomeriggio e sabato tutto il giorno) presso il Dipartimento MAPS – Polo di Agripolis (Legnaro PD). Inoltre il terzo sabato è prevista una uscita didattica facoltativa presso Parco di Paneveggio Pale di San Martino. L’attestazione di frequenza sarà rilasciata in caso di presenza ad almeno 5 moduli su 8, esclusa l’uscita didattica.

PROGRAMMA

Modulo 1 – Conservazione e gestione della fauna
Venerdì pomeriggio 23 settembre 14.00 – 18.00 – 4 ore §
Introduzione alla conservazione della fauna selvatica Gestione faunistica: obiettivi, interventi, monitoraggio 
Prof. Maurizio Ramanzin – UNIPD

Modulo 2 – Concetti  di ecologia e dinamica delle popolazioni
Sabato mattina 24 settembre 9.00 – 13.00 – 4 ore
Concetti generali di ecologia e dinamica di popolazione
Sistematica, distribuzione ed ecologia dei principali gruppi di mammiferi e uccelli

Dott. Giorgio Marchesini – UNIPD
Dott. Luca Pellicioli – Studio Associato AlpVet

Pranzo presso la sede del corso

Modulo 3 – Contenimento farmacologico dei mammiferi selvatici
Sabato pomeriggio 24 settembre 14.00 – 18.00 – 4 ore
Principi di anestesiologia e monitoraggio delle funzioni vitali
Approccio tecnico-scientifico alle catture di animali a vita libera 

Dott.ssa Giulia De Benedictis – UNIPD
Dott.ssa Cristina Fraquelli – Studio Associato AlpVet

Modulo 4 – Epidemiologia applicata alla fauna 
Venerdì 7 ottobre 14.00-18.00 – 4 ore
Principi di epidemiologia generale e applicata alla fauna selvatica I principi del campionamento
Prof. Marco Martini – UNIPD

Modulo 5 – Eco-patologia della fauna 
Sabato mattina 8 ottobre 9.00 – 13.00 – 4 ore
Patologie della fauna selvatica: zoonosi, malattie ad impatto economico, malattie con impatto sulla conservazione e biodiversità
Rapporto ospite-parassita: significato ecologico e fisiopatologia
Ruolo delle modificazioni ambientali e indotte dall’uomo nel ciclo dei patogeni e nell’introduzione-reintroduzione di malattie nella fauna selvatica Interazioni sanitarie tra animali selvatici e patrimonio zootecnico  

Dott. Rudi Cassini – UNIPD
Dott.ssa Federica Obber – IZSVE e Studio Associato AlpVet

Pranzo presso la sede del corso

Modulo 6 – Sorveglianza sanitaria e analisi del rischio nelle popolazioni selvatiche
Sabato pomeriggio 8 ottobre 14.00 – 18.00 – 4 ore
Sorveglianza passiva 
Sorveglianza attiva
Elementi di analisi del rischio di malattia nella fauna selvatica
Prioritizzazione e participatory epidemiology  
Dott. Carlo Citterio – IZSVE
Dott.ssa Federica Obber – IZSVE e Studio Associato AlpVet

Modulo 7 – Le carni di selvaggina: aspetti di sicurezza alimentare e normativa attinente
Venerdì pomeriggio 21 ottobre 13.00 – 16.00 – 3 ore
La filiera delle carni di selvaggina: aspetti sanitari, tecnici e legislativi
Prof. Valerio Giaccone – UNIPD

Modulo 8 – Etica venatoria e benessere dell’animale
Venerdì pomeriggio 21 ottobre 16.30 – 18.30 – 2 ore
Etica venatoria e benessere dell’animale per il prodotto carne di selvaggina  
Dott. Roberto Viganò – Studio Associato AlpVet

Uscita didattica 
Sabato 22 ottobre – 6 ore ipotetiche
Uscita nel parco di Paneveggio Pale di San Martino
Trekking e osservazione fauna 
Dott. Giorgio Marchesini – UNIPD

Il corso è aperto a studenti, liberi professionisti e veterinari (ULSS e ASL).

Informazioni e iscrizioni on-line dal sito dell’Università di Padova.
Segreteria organizzativa: Anna Schiavon
tel. 049 8272560
e-mail: anna.schiavon@unipd.it

Gestione faunistica e sanitaria delle popolazioni selvatiche EDI

 

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Le Malattie trasmissibili del cinghiale

Riportiamo integralmente l’articolo scritto dai colleghi Federica Obber (Studio AlpVet), Martina Besozzi (Studio AlpVet) e Nicola Ferrari (DIVET – UNIMI), pubblicato in questi giorni sulla rivista Weidmannsheil.

Il cinghiale 230px-Zwijntje1-1024x800rappresenta forse la specie selvatica più problematica dal punto di vista sanitario nell’interfaccia tra animali domestici e fauna, sia a causa della sua recettività a diverse infezioni importanti, sia a causa della sua abbondante, quando non sovrabbondante, diffusione.

Questo breve contributo prende spunto da una comunicazione a cura della SIEF (Società Italiana di Ecopatologia della Fauna) nell’ambito del recentissimo incontro dal titolo “Uno sguardo oltre l’emergenza cinghiale”, organizzato dal GLAMM (Group for Large Mammals Conservation and Management – Gruppo per la conservazione e gestione dei grandi mammiferi), nato in seno dall’Associazione Teriologica Italiana, e ha lo scopo di introdurre ai Lettori alcuni dei più importanti patogeni della specie, inquadrando brevemente ciascuno di essi, laddove possibile, nella realtà territoriale del nostro Paese. Questo secondo punto è particolarmente importante, in quanto a diverse realtà territoriali e gestionali possono corrispondere situazioni epidemiologiche completamente diverse.

In estrema sintesi, potremmo suddividere i più importanti patogeni che colpiscono il cinghiale in tre categorie:

  1. Zoonosi, ovvero malattie che dal cinghiale possono essere trasmesse all’uomo
  2. Malattie con impatto sulla sanità degli animali domestici
  3. Malattie importanti per la conservazione delle specie selvatiche

Va anticipato che queste categorie non sono mutualmente esclusive, in quanto lo stesso patogeno potrebbe ritrovarsi in più di una: in questo contributo tuttavia, trattandosi di un’introduzione generale, non scenderemo troppo nei dettagli, riservandoli per un’eventuale trattazione delle singole malattie in prossimi articoli.

1 – ZOONOSI

Due malattie zoonosiche per cui il cinghiale è spesso chiamato in causa sono la brucellosi e la tubercolosi.

Il cinghiale può essere serbatoio, anche in alcune popolazioni del nostro Paese, come ad esempio in Emilia Romagna, di Brucella suis (in particolare la biovar 2), specie non particolarmente patogena per l’uomo, ma potenzialmente importante per il suino domestico. Il problema di interazione con i suini si pone comunque nel caso di piccole produzioni locali o allevamento semi-brado, mentre il passaggio di questo patogeno al comparto industriale appare decisamente poco probabile. Sebbene B. suis biovar 2 fosse notoriamente endemica nelle popolazioni centro-europee, solo dagli anni ‘90 è stata osservata in Italia, e non è a tutt’oggi chiaro se, pur essendo già presente, non fosse mai stata individuata precedentemente, o se potrebbe essere stata importata tramite immissioni faunistiche non solo di cinghiali esteri, ma anche di lepri infette, suscettibili a questa patologia. Tra l’altro, l’infezione da B. suis potrebbe anche avere un impatto su specie a notevole valenza conservazionistica, come l’orso marsicano, influenzandone negativamente la dinamica nel tempo a causa delle sue caratteristiche di cronicità. Non sembra invece che il cinghiale possa fungere da serbatoio di altre specie del genere Brucella e in particolare per quelle tipiche dei ruminanti domestici, come B. abortus o B. melitensis. (Scarica la brochure del CDC sui rischi).

Per quanto riguarda invece la tubercolosi, va detto anzitutto che è ancora oggetto di studio se nel nostro Paese il riscontro nel cinghiale di lesioni riferibili a questa patologia sia più probabilmente espressione di un mantenimento della malattia nella popolazione, oppure di infezione contratta dalla condivisione dell’ambiente con altri ospiti di mantenimento selvatici o domestici. Linfonodo TBCPoiché il cinghiale, data la sua modalità di alimentazione (grufolamento), è certamente un buon “raccoglitore” dei micobatteri che causano la malattia, questa specie può fungere anche da indicatore dell’eventuale presenza di questi patogeni in un territorio. In ogni caso, l’interpretazione di eventuali riscontri deve sempre essere oggetto di attenta analisi, anche in relazione alla complessa sistematica ed ecologia dei micobatteri. A supporto di questo assunto, a titolo esemplificativo vale la pena di ricordare come in alcune popolazioni di cinghiale sia stato isolato esclusivamente Micobacterium microti, specie non patogena per l’uomo ed il cui serbatoio naturale sono i micromammiferi. L’associazione tubercolosi-cinghiale che spesso viene fatta, e forse anche qualche Lettore che va a cacciare all’estero potrebbe fare, deriva in realtà dalla situazione di altri paesi in cui questa specie è effettivamente serbatoio di tubercolosi, ma questo accade soprattutto a causa del mantenimento artificiale, a fini venatori, di densità di popolazione “innaturalmente elevate” (in Spagna, ad esempio, fino a 90 capi/100 ha).

Infine, una zoonosi che certamente molti dei nostri Lettori avranno sentito nominare è la trichinellosi, trichinella_lifecyclecausata dal parassita Trichinella, che si trasmette all’uomo attraverso il consumo di carne cruda o poco cotta. Anche in questo caso il cinghiale non è tanto l’ospite di mantenimento, ma è comunque a rischio di infestazione a causa della sua occasionale necrofagia, e questo è il motivo per cui la normativa prevede che tutti i cinghiali cacciati debbano essere sottoposti al controllo per questo parassita. Nel tempo, questo patogeno nel nostro Paese sta diventando sempre meno frequente, e le positività sono sempre più rare non solo nel cinghiale, che come accennato rappresenta comunque un ospite occasionale, ma anche nelle specie dove nel passato era estremamente comune, come ad esempio la volpe. E’ interessante notare come alcuni studi abbiano ipotizzato che questa “tendenza del parassita verso l’estinzione” potrebbe essere legata alle trasformazioni negli ecosistemi occorse negli ultimi decenni, e in particolare all’impoverimento nella biodiversità di alcune aree, ancora a sottolineare il legame profondo tra l’ambiente e la sanità animale.

2 – MALATTIE CON IMPATTO SULLA SANITÀ DEGLI ANIMALI DOMESTICI

Poiché il cinghiale e il suino domestico sono biologicamente la stessa specie, sono sensibili alle stesse patologie. Per questo motivo, le più temute infezioni del cinghiale sono due malattie virali specifiche dei suidi, altamente patogene e contagiose, che possono avere un impatto economico importante sull’allevamento degli animali domestici e la cui presenza è causa tra l’altro di blocchi delle movimentazioni di animali e prodotti derivati con gravi conseguenze dal punto di vista economico, a maggior ragione in un paese come il nostro, dove il suino è la base di prodotti molto pregiati e universalmente conosciuti. Queste due infezioni sono la Peste Suina Classica, oggi assente in Italia, e la Peste Suina Africana, oggi assente nell’Italia continentale, ma ancora endemica in Sardegna. Seppur dovute a due virus diversi, l’elevata mortalità e il tipo di lesioni, a carattere soprattutto emorragico, che causano le rendono praticamente indistinguibili senza appositi esami di laboratorio. Su queste due malattie è sempre opportuno mantenere viva attenzione, date la presenza ormai praticamente ubiquitaria del cinghiale e soprattutto la tipologia di gestione di questa specie, spesso finalizzata al massimo prelievo venatorio a scapito della stabilità, con rapido ricambio e destrutturazione delle classi di età della popolazione; senza citare in questa sede pratiche decisamente “borderline” come l’alimentazione artificiale, che favorisce l’aggregazione di animali, il superamento delle densità naturali e quindi la diffusione delle infezioni, o addirittura l’incontrollata (e incontrollabile) immissione di soggetti.

3 – MALATTIE IMPORTANTI PER LA CONSERVAZIONE DELLE SPECIE SELVATICHE

Questo gruppo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non comprende malattie importanti per la conservazione del cinghiale, sia perché nel nostro Paese attualmente nessuna malattia è in grado di incidere significativamente sulla dinamica della specie, sia perché è forse troppo tardi per parlare di conservazione del cinghiale intesa come conservazione dei ceppi originari della nostra area geografica.

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Immagine tratta da Piano regionale di monitoraggio della fauna selvatica – Regione Lombardia

Ci occuperemo invece brevemente della malattia di Aujeszky, una malattia virale presente, anche se in modo non omogeneo, nella popolazione di cinghiale del nostro Paese. Questa patologia è tradizionalmente importante nell’allevamento suino, ma il passaggio dal cinghiale al suino del comparto industriale in Italia è pressoché assente, come evidenziato anche dal fatto che nei maiali di allevamento circolano ceppi diversi da quelli che circolano nel cinghiale. La malattia di Aujeszky, per contro, può avere un impatto, oltre che su suini allevati in stato semibrado per produzioni locali, anche e soprattutto su specie come i grandi predatori, non in modo cronico (come la già citata brucellosi), ma decisamente acuto. Infatti, mentre nel cinghiale essa è spesso praticamente asintomatica, nei carnivori come il nostro cane, ma anche come lupi e orsi, qualora ad esempio ingeriscano visceri o carni crude di cinghiali o maiali infetti si può sviluppare una gravissima encefalite, spesso ad esito letale, con un conseguente possibile impatto sulla conservazione di queste specie.

 

In conclusione, quello che abbiamo cercato di evidenziare in questo contributo è come la gestione delle specie, e del cinghiale in particolare, non possa oggi essere vista in una sola prospettiva (nello specifico, in prospettiva venatoria), ma debba considerare anche le possibili ripercussioni economiche e sociali, nonché le ricadute sulla biodiversità e su un contesto ambientale che non è un’entità statica, ma subisce continue trasformazioni alle quali anche i patogeni si adattano e nelle quali possono verificarsi situazioni nuove e impreviste.

Per saperne di più

Visita il sito della SIEF: www.sief.it

Visita il sito dell’ATIt: http://biocenosi.dipbsf.uninsubria.it/atit/

Zecche e Malattia di Lyme: cosa ne sappiamo?

Alla luce di alcuni recenti casi, segnalazioni e anche cattiva informazione, riteniamo opportuno far chiarezza su un tema che è sempre più attuale: la malattia di Lyme.

Cosa si sa delle zecche? E cosa si sa della malattia di Lyme?

Non è nostro compito scrivere un trattato sulle zecche e nemmeno sul Lyme, ma fornire a chi legge le informazioni necessarie per non commettere errori, non entrare in situazioni di panico e mettere in atto le semplici azioni atte a prevenire l’insorgenza della patologia.

Le zecche sono degli artropodi con i quali è sempre più facile imbattersi passeggiando nei nostri boschi. Le zecche possono trasmettere diverse zoonosi, più o meno pericolose per l’uomo: la borreliosi o Malattia di Lyme è una di queste. Tra l’altro, la borreliosi è una delle patologie attualmente a maggior diffusione anche a livello italiano. Dai primi casi segnalati sulle Alpi orientali, attualmente assistiamo a episodi sempre più frequenti anche nel resto d’Italia.

Spesso si dice che la Borreliosi viene trasmessa con il “morso” della zecca. Questa frase ha di fatto generato gravi errori. Vediamo il perché.

Le zecche nell’arco della loro vita compiono diverse metamorfosi prima di arrivare allo stadio adulto. Per fare ciò devono compiere pasti di sangue su più ospiti, che a seconda della situazione possono essere uccelli, microroditori, rettili, piccoli mammiferi, ungulati, carnivori e uomo. Se il pasto di sangue avviene su un ospite reservoir della patologia (microroditori), la zecca può assumere all’interno del suo organismo Borrelia, e veicolarlo nel prossimo ospite.

Ciclo delle zecche dei boschi (Immagine tratta da http://www.cdc.gov/)

Ciclo delle zecche dei boschi (Immagine tratta da http://www.cdc.gov/)

Se tornando a casa da un passeggiata nel bosco ci troviamo una zecca attaccata, non dobbiamo preoccuparci più di tanto, perché quella zecca o sta ancora cercando il posto migliore dove iniziare il suo pasto di sangue, oppure ha appena iniziato a succhiare. In questa fase, la zecca, anche se infetta, non è stata ancora in grado di trasmettere nulla. Infatti la zecca trasmette i patogeni che ha accumulato durante il suo ciclo vitale solo quando si stacca dall’ospite. È infatti in quel momento che la zecca, terminata la fase di assunzione dei fluidi, effettua un rigurgito all’interno dell’ospite.

Stadio giovanile di una zecca: attenzione a confonderla con dei nei (Immagine di Roberto Viganò)

Stadio giovanile di una zecca: attenzione a confonderla con dei nei

L’usanza tradizionale di utilizzare alcoli, benzine, olii, fiamme libere, aghi roventi e quant’altro di assurdo si possa usare per staccare la zecca rappresentano errori gravissimi: infatti queste metodiche tendono a far staccare la zecca in maniera naturale, ma prima che la zecca si stacchi, questa effettua il rigurgito ed è in quel momento che può infettarci.

È quindi importante controllare sempre al ritorno da un passeggiata se abbiamo qualche zecca addosso e rimuoverla quanto prima con l’ausilio di una normale pinzetta: prendendo la zecca nel punto più aderente possibile alla cute, si ruota leggermente e contemporaneamente si tira per estrarre il rostro infisso nella cute. Se questo dovesse rompersi, lo si può togliere in un secondo momento come se fosse una semplice spina o scheggia. Non gettate la zecca, ma conservatela in alcool per eventuali indagini di laboratori.

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Metodo corretto di rimozione della zecca (Immagine tratta da http://www.cdc.gov/)

Una volta rimossa è fondamentale tenere sempre controllata la zona per almeno i successivi 30/40 giorni, in modo da valutare se nell’area colpita compaia il tipico segno della malattia di Lyme, chiamato anche eritema migrante. Questa lesione viene chiamata anche lesione a bersaglio, proprio per la particolare colorazione rossa nelle immediate vicinanze del punto di attaccatura della zecca, dell’alone bianco intorno e del segno rossastro che circonda la zona in maniera sfumata. Potrebbero verificarsi anche situazioni con febbre, stanchezza e ingrossamento dei linfonodi.

Tipica lesione a bersaglio da Malattia di Lyme (Immagine tratta da http://hardinmd.lib.uiowa.edu)

Tipica lesione a bersaglio da Malattia di Lyme (Immagine tratta da http://hardinmd.lib.uiowa.edu)

In questo caso rivolgetevi ad un medico, e fate ben presente che siete stati morsi da una zecca, in modo da agevolare la diagnosi.

Si sconsiglia l’uso di antibiotici a scopo profilattico immediatamente dopo una puntura di zecca per due motivi principali: in primis si potrebbero verificare delle antibiotico-resistenze, ed in secondo luogo l’antibiotico potrebbe coprire l’unico segno patognomonico della malattia che è l’eritema migrante, impedendo di fatto una diagnosi corretta. L’antibiotico va somministrato solo dopo la comparsa dell’eritema migrante e dopo un’accurata visita medica.

Diffidate per quanto possibile dai vari siti internet, in cui è più facile incappare in informazioni sbagliate o mezze verità. Per chi volesse approfondire il tema suggeriamo questi link in cui potete trovare informazioni aggiornate e di altissimo livello:

Centers for Disease Control and Prevention

American Lyme Disease Foundation

Canadian Lyme Disease Foundation

http://www.lymeinfo.net/

Conoscere per prevenire – Regione Piemonte

Linee guida sulla Borreliosi di Lyme – Centro di riferimento regionale (Emilia Romagna) per lo studio e la sorveglianza epidemiologica della Malattia di Lyme

Corso di perfezionamento in Fauna selvatica e Sanità pubblica

Raggiunge la quarta edizione il Corso di perfezionamento in Fauna selvatica e Sanità pubblica organizzato dal DIVET dell’Università di Milano.

I nuovi e complessi quadri epidemiologici legati a cambio d’uso del territorio, globalizzazione, nonché cambiamenti climatici, hanno comportato nel tempo una sostanziale evoluzione del concetto di Sanità pubblica che oggi va intesa in termini di salute ambientale. Diapositiva 1Nel corso degli ultimi anni, le politiche internazionali, recepite a livello nazionale e regionale, hanno promosso l’attivazione di programmi di sorveglianza sanitaria in ambito faunistico quale strumento a tutela della sanità pubblica e della biodiversità. Il mondo sanitario pubblico e privato è oggi chiamato a confrontarsi con scenari, legati a popolazioni selvatiche e sinantropiche, che richiedono un adeguato processo formativo, sia culturale che professionale, per integrare gli aspetti più propriamente sanitari con quelli ecologici, in rapporto alle diverse specie animali presenti nelle varie realtà territoriali. Da queste considerazioni scaturisce la IV Edizione del Corso di perfezionamento in “Fauna selvatica e Sanità Pubblica”, volto a offrire una formazione specifica sulle principali problematiche sanitarie, a partire da un corretto inquadramento epidemiologico, essenziale per definire adeguate misure d’intervento, fino alla pianificazione di catture e traslocazioni, nonché agli aspetti produttivi e igienico-sanitari legati alla filiera eco-alimentare. Attraverso un piano organico di approfondimenti multidisciplinari accomunati da un unico filo conduttore, la Sanità pubblica, l’obiettivo è quello di contribuire a formare professionalità in grado di sapersi rapportare alle diverse problematiche sanitarie legate alla fauna selvatica e definire adeguate misure d’intervento.

PROGRAMMA DEL CORSO

  • Epidemiologia ed ecologia applicate nella gestione sanitaria delle popolazioni a vita libera
  • Principali patologie trasmissibili e zoonosiche I
  • Principali patologie trasmissibili e zoonosiche II
  • Ruolo e competenze dei servizi veterinari nell’ambito dell’attività venatoria e delle immissioni faunistiche
  • Interazioni domestici-selvatici e gestione degli allevamenti
  • Gestione animali problematici
  • Catture (emergenza e traslocazione)
  • Fauna selvatica e attività antropiche (impatti con le attività agricolo-zootecniche e loro gestione); Ruolo e gestione dei CRAS
  • “Il Pacchetto Igiene”: applicazione sulla fauna selvatica

PRESENTAZIONE DELLA DOMANDA

Possono partecipare al Corso di Perfezionamento coloro che siano in possesso del Diploma di Laurea o della Laurea Specialistica in Medicina veterinaria, Scienze biologiche, Scienze e tecnologie agrarie e forestali, Scienze e tecnologie agro-alimentari, Scienze e tecnologie per l’ambiente e la natura, Scienze zootecniche e tecnologie delle produzioni animali, Biologia, Medicina e chirurgia, Scienze della natura, Scienze e tecnologie agrarie, Scienze e tecnologie forestali ed ambientali, Scienze e tecnologie per l’ambiente e il territorio, Scienze zootecniche e tecnologie animali.

Il bando di partecipazione al corso è disponibile sul sito dell’ateneo all’indirizzo: http://www.unimi.it/studenti/corsiperf/87557.htm

Il termine ultimo per la presentazione delle domande di iscrizione è il 13 aprile 2015. Le domande di partecipazione dovranno essere presentate esclusivamente online compilando l’apposito modulo disponibile sul sito Internet dell’Ateneo. Le domande, provviste di curriculum vitae, dovranno essere inoltrate alla Segreteria organizzativa del corso.

Responsabile del Corso: Dott. Nicola Ferrari – Dipartimento di Scienze Veterinarie e Sanità Pubblica – Via Celoria, 10 20133 Milano tel 02 50318097 – fax 02 50318094

Segreteria organizzativa: Dott.ssa Debora Italiano, tel. 02 50318155

ECM: È esonerato dall’obbligo dell’E.C.M. Il personale sanitario che frequenta, in Italia o all’estero, corsi di formazione post-base propri della categoria di appartenenza (corso di specializzazione, dottorato di ricerca, master, corso di perfezionamento scientifico e laurea specialistica), previsti e disciplinati dal Decreto del MURST del 3 novembre 1999, n. 509, pubblicato nella G.U. n. 2 del 4 gennaio 2000 per tutto il periodo di formazione (anno di frequenza): www.ministerosalute.it/ecm/ecm.jsp