Host range of mammalian orthoreovirus type 3 widening to alpine chamois – Veterinary Microbiology

È stato pubblicato in questi giorni sulla prestigiosa rivista “Veterinary Microbiology” l’articolo “Host range of mammalian orthoreovirus type 3 widening to alpine chamois” a cura di Martina Besozzi, Stefania Lauzi, Davide Lelli, Antonio Lavazza, Chiara Chiapponi, Giuliano Pisoni, Roberto Viganò, Paolo Lanfranchi e Camilla Luzzago.

La collaborazione tra il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Milano, l’Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia Romagna e lo Studio AlpVet, ha portato a descrivere i risultati svolti nell’ambito di un progetto di monitoraggio sanitario svolto sulla popolazione di camoscio presente nel Comprensorio Alpino VCO2 – Ossola Nord, in provincia di Verbania.

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Il campionamento, svolto nel periodo 2008/2012, prevedeva la raccolta di porzioni di tessuto polmonare su animali giovani (yearling) o soggetti adulti qualora quest’ultimi presentassero lesioni evidenti, oltre a campioni di sangue svolti grazie alla collaborazione dei cacciatori.

I risultati delle analisi di laboratorio si sono mostrati sorprendenti ed innovativi. È stato infatti isolato in laboratorio dai polmoni di 3 yearling, che non presentavano né lesioni né sintomi respiratori, un Orthoreovirus, virus mai isolato prima nel camoscio, ma oggetto di importanti studi nell’ultimo decennio anche nell’uomo, oltre che in animali domestici.

Il virus, orthoreovirus camosci_besozzi etal_vetmicr_ 2019già noto agli studiosi, è stato ritrovato in passato anche in specie domestiche, sia in soggetti sani che in capi con infezioni respiratorie conclamate. Gli studi hanno sempre cercato di comprendere  quale possa essere il reale ruolo del virus nello sviluppo della patologia respiratoria, ipotizzando che da solo non basti a far sviluppare la sintomatologia.

L’analisi genetica dei virus isolati ha permesso inoltre di verificare la vicinanza filogenetica ad altri Orthoreovirus isolati in Italia, su cani, pipistrelli e/o suini. Questo aspetto sottolinea la bassa specie-specificità del virus che può potenzialmente infettare tutte le specie disponibili sul territorio, uomo compreso, come segnalato in studi condotti all’estero.

L’indagine sierologica svolta sui campioni di sangue ha permesso di evidenziare una presenza costante nei camosci del CA VCO2 di anticorpi nei confronti di tale virus, permettendo quindi di affermare che vi è una circolazione costante del virus all’interno della popolazione di camosci nonché una possibile continua re-infezione da parte anche di altre specie conviventi nel territorio.