Misure di primo intervento nel caso di morso da vipera sul cane.

L’aumento delle temperature anche nel periodo autunnale comporta la possibilità di incontrare su sentieri, zone rocciose o prati/pascoli, alcune specie di vipere, quali la vipera comune (Vipera aspis), la vipera dal corno (V. ammodytes), il marasso (V. berus), la vipera dell’Orsini (V. ursinii) e la vipera dei Walser (V. walser), distinguibili facilmente da altri serpenti non velenosi per alcune caratteristiche: testa triangolare, corpo che si restringe bruscamente verso la coda, pupille ellittiche e verticali e piccole squame sulla testa. Attraverso i loro denti veleniferi cavi e retrattili posti sulla mascella rostrale possono inoculare un veleno complesso composto da enzimi, proteine e peptidi, utilizzato dalla vipera per immobilizzare la preda ed iniziare la digestione dei tessuti.
Per tale motivo e per l’enorme sforzo energetico che serve al rettile per produrre tale veleno, la vipera morde quasi esclusivamente per procacciarsi il cibo o per difendersi da eventuali minacce. Inoltre, non è detto che ad ogni morso di difesa corrisponda anche una somministrazione di veleno, in quanto sono stati registrati diversi episodi di “morsi a secco”, senza inoculazione di veleno.

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Vipera walser – Foto di Andrea Battisti – www.hybridwildlife.com

Il loro morso non rappresenta un grave rischio per l’uomo, anche se può dare dei problemi di edemi o di momentanea paralisi muscolare. Diversamente, nel cane l’esito potrebbe essere anche mortale. Le conseguenze sono però variabili e dipendono da diversi fattori tra cui la stagione (a fine stagione le vipere risultano meno aggressive), il punto del morso (testa e muso possono essere più gravi), quantità e composizione del veleno inoculato, tempo trascorso dall’ultimo morso e modalità e velocità di intervento di primo soccorso.

Per questo, si vogliono fornire alcune indicazioni utili per intervenire prontamente nel caso in cui il vostro cane venga morso da una vipera prima di recarvi prontamente dal vostro Veterinario di fiducia.

Non sempre è facile accorgersi del momento preciso del morso, ma alcuni sintomi nel cane possono essere un campanello d’allarme: scatti improvvisi e guaiti possono avvertire dell’avvenuta morsicatura. Nel punto del morso il cane potrà mostrare fin da subito molta dolorabilità, gonfiore ed alcune volte sanguinamento. Sintomi generici, che cominciano a manifestarsi anche a breve distanza di tempo, possono essere respirazione affannosa o difficoltosa, tachicardia, ipotensione, dolore addominale, vomito anche con presenza di sangue, diarrea, irrequietezza, debolezza, tremori, atassia, letargia, convulsioni, shock. A lungo termine invece il veleno può risultare nefrotossico ed epatotossico ed interferire con i processi coagulativi, per questo motivo sono comunque necessari una visita ed esami approfonditi anche se il cane non sembra dimostrare subito sintomi preoccupanti, la prognosi infatti rimane riservata per almeno 72 ore dopo il morso.

In attesa di arrivare dal veterinario, occorre pertanto mettere in pratica alcune misure di primo intervento ed avere piccole attenzioni per il trasporto. Per prima cosa bisogna cercare di mantenere la calma evitando che anche il cane si agiti, e limitare ulteriori sforzi fisici: l’ideale sarebbe poterlo trasportare a braccio o in uno zaino per evitare che il veleno si propaghi più velocemente, ovvero mantenere la parte morsa al di sotto del cuore e non sollevarla. Molto utile potrebbe essere disinfettare la ferita da morso con acqua ossigenata (il morso di vipera, oltre al veleno contiene diversi agenti patogeni che potrebbero infettare il soggetto attraverso la ferita). Si sconsiglia di utilizzare alcooli in quanto reagirebbero con il veleno formando dei composti dannosi. Utile anche l’apposizione di ghiaccio per diminuire la dolorabilità. L’applicazione di un laccio emostatico a monte del morso (qualora sia possibile applicarlo) è una pratica comune: attenzione però a non stringerlo troppo e ad avere l’accortezza di smollarlo ogni tanto per consentire la circolazione minima di sangue nei tessuti! I danni infatti potrebbero essere maggiori dei benefici! Se avete dubbi meglio non applicarlo.
Le manovre che invece devono essere assolutamente evitate sono, ad esempio, tentare di “aspirare” il veleno dalla ferita o effettuare dei tagli nella zona del morso nella vana speranza di far fuoriuscire parte del veleno.

Recentemente è stato approvato l’impiego sui cani di un medicinale veterinario ad azione immunologica. Il prodotto, è indicato per la sieroterapia nel cane delle tossicosi da veleno delle seguenti vipere: Vipera ammodytes, V. aspis, V. berus, V. xantina, ed è stato autorizzato dal ministero della salute con decreto del 14 aprile 2017, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 19 maggio. Si fa presente che il farmaco contiene antitossine ottenute dal siero di sangue di cavalli iperimmunizzati. Per tale motivo la somministrazione eventuale del siero deve essere valutata con attenzione da un Medico Veterinario ed effettuata solo in sede ambulatoriale in quanto è possibile che si manifestino delle reazioni di shock anafilattico nel cane ad opera del siero stesso.

Concludendo, occorre ricordare che le vipere in genere sono protette dalla Direttiva Habitat (92/43/CEE) e dalla Convenzione di Berna (allegato III), e seppur non tutelate in maniera specifica a livello nazionale, l’uccisione delle stesse è da considerarsi un’azione illegale oltre che un grave danno a livello ecologico.

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La cheratocongiuntivite infettiva: aggiornamenti e prospettive (35 anni dopo) – Macugnaga 12-13 maggio 2017

Nel 1982, a Varallo Sesia (VC), si tenne il “Simposio internazionale sulla cheratocongiuntivite infettiva del camoscio”. Fu l’inizio non solo della ricerca su questa malattia in Italia, ma anche l’affermarsi di una nuova branca della veterinaria, l’eco-patologia della fauna selvatica a vita libera.

Tra il 1981 ed il 1982 alle pendici del Monte Rosa, in Val Sesia e in Valle Anzasca, si ebbero le prime segnalazioni di camosci e di stambecchi affetti da cheratocongiuntivite, e ciò destò una generale preoccupazione in tutti gli ambienti che direttamente e indirettamente si occupavano di gestione faunistica e del territorio. All’epoca non era ancora chiaro quale effetto potesse avere l’epidemia sulla popolazione dei bovidi alpini, e soprattutto quale fosse l’approccio gestionale più corretto. Si discusse ampiamente se fosse più opportuno garantire la salvaguardia di queste specie applicando un severo protezionismo, oppure se fosse meglio intervenire con prelievi mirati sui soggetti malati. Inoltre non si conosceva ancora esattamente l’origine della malattia ed il suo decorso.

Per rispondere a queste domande, furono coinvolti i maggiori esperti europei, per acquisire le esperienze maturate negli anni dai precedenti casi manifestatisi sui Pirenei, sulle Alpi svizzere, nella ex-Jugoslavia ed in Austria. Nacque in questo modo un pool di esperti a livello sovranazionale che, condividendo gli obiettivi di una ricerca finalizzata ad applicazioni gestionali, studiarono gli aspetti eziopatologici, clinici e di dinamica delle popolazioni selvatiche, al fine di rispondere ai vari quesiti emersi.

Negli anni successivi, queste ricerche hanno chiarito che l’agente eziologico della malattia è un micoplasma (Mycoplasma conjunctivae), microrganismo di cui gli ovini e i caprini domestici rappresentano il principale serbatoio. Peraltro, anche se il micoplasma è largamente diffuso nelle greggi, la patologia corrispondente solo raramente si manifesta con l’evidenza che conosciamo nel camoscio, e non è così facile riconoscere la presenza del patogeno in un gregge prima della monticazione. Ne consegue che, con la transumanza estiva dei greggi infette, l’agente patogeno può diffondere anche nelle popolazioni dei selvatici, e a maggior ragione lo può fare oggi, considerando che la condivisione di pascoli di alta quota tra bestiame domestico e bovidi selvatici è diventata più frequente di un tempo. Inoltre, non è raro osservare la presenza di pecore o capre rinselvatichite che condividono i medesimi territori di camosci e stambecchi, anche al di fuori del periodo estivo.KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Seppur la capacità di sopravvivenza di M. conjunctivae al di fuori dell’organismo è molto ridotta (i micoplasmi, a differenza dei batteri, non dispongono di una parete cellulare rigida e la loro sopravvivenza nell’ambiente è conseguentemente molto limitata), la cheratocongiuntivite può essere altamente contagiosa. M. conjunctivae può infatti essere trasmesso sia per contatto diretto, che mediante la dispersione nell’aria di finissime particelle di scolo lacrimale infetto. Inoltre anche alcune mosche (Hydrotaea, Musca, Morellia e Polietes) possono fungere da vettori, trasferendo il patogeno anche fra specie diverse posandosi sugli occhi e sullo scolo lacrimale di soggetti infetti.

Le epidemie di cheratocongiuntivite infettiva si manifestano generalmente durante l’estate e l’autunno, anche se in alcune situazioni le lesioni oculari possono riacutizzarsi durante l’inverno a causa delle condizioni di riverbero della luce che influiscono sulla capacità visiva degli animali selvatici.

Nelle fasi iniziali della malattia può risultare difficile riconoscere a distanza i soggetti colpiti. Infatti in assenza di evidenti lesioni oculari, l’unico segno è dato dai peli conglutinati dallo scolo oculare a livello dell’angolo interno dell’occhio e della guancia. Quando invece il decorso è più avanzato, oltre all’opacizzazione dell’occhio si hanno anche evidenti modificazioni del comportamento. Spesso, i capi gravemente colpiti si trovano isolati, non riuscendo più a seguire il branco; all’osservazione a distanza risalta il loro atteggiamento insicuro con gli arti anteriori che vengono portati tesi in avanti e l’andatura è nel complesso incerta. Spesso si può osservare come questi soggetti si muovano in cerchi più o meno ampi. La cecità comporta ovviamente il rischio di traumi e di cadute, con conseguente mortalità.

Le lesioni all’occhio possono essere mono o bi-laterali e, finché le condizioni dell’occhio non evolvono in ulcere corneali, la lesione potrebbe anche retrocedere fino a completa guarigione. Nelle popolazioni colpite da cheratocongiuntivite infettiva, il tasso di morbilità (numero di animali che contraggono la patologia) può essere anche molto elevato, tuttavia il tasso di mortalità che ne deriva (comprensivo sia di mortalità per traumi/cadute che per inedia) è generalmente basso, con valori inferiori a 5-10%. In talune occasioni però, forse anche a causa del fatto che la popolazione non ha ancora sviluppato un’ “immunità di gruppo”, è possibile arrivare a tassi di mortalità fino al 35-40%. Di regola le epidemie di cheratocongiuntivite nel camoscio e nello stambecco si estinguono dopo essersi diffuse lungo una catena montuosa ad una velocità di circa un chilometro al mese.

Allo stato attuale delle conoscenze, la maggioranza dei camosci e degli stambecchi colpiti dalla malattia va incontro ad una guarigione spontanea, spesso anche dopo una temporanea cecità. Pertanto non appare giustificato l’abbattimento di tutti i capi che presentano sintomatologia, a prescindere dal fatto che anche una misura così rigorosa non consentirebbe comunque di evitare la propagazione dell’epidemia. L’abbattimento eutanasico dovrebbe invece essere opportunamente valutato in caso di perforazione della cornea con conseguente danno irreparabile agli occhi, oppure in seguito a traumi da cadute o in quelle situazioni in cui i soggetti sono estremamente indeboliti. Da evitare i tentativi di terapia, in quanto destinati al fallimento sia per costi che, soprattutto, per un stress eccessivo su soggetti selvatici durante le attività di cattura e di manipolazione degli stessi.

Queste conoscenze sono state ormai ampiamente recepite sia dalla comunità scientifica che dal mondo venatorio. Tuttavia, così come le popolazioni selvatiche, anche i patogeni possono modificare i loro comportamenti, le loro interazioni con gli ospiti la loro capacità di sopravvivenza nell’ambiente, a causa di diversi fattori. Il cambiamento climatico e le conseguenti alterazioni ambientali, ad esempio, sono tra le prime cause di modificazione dell’epidemiologia di alcune malattie, potendone accrescere il tasso di morbilità e mortalità. In parallelo, le aumentate densità di popolazione di camosci e stambecchi possono condizionare la velocità di diffusione della cheratocongiuntivite infettiva, e magari i grandi predatori (lupo in primis) potrebbero ridurne il tasso di diffusione attraverso una maggior selezione naturale dei soggetti malati. Nasce quindi la necessità, soprattutto per il mondo scientifico, di ritrovarsi a distanza di 35 anni dal Simposio di Varallo (VC) in un nuovo congresso in cui è opportuno fare il punto della situazione attuale della cheratocongiuntivite infettiva, anche alla luce dell’aumento delle popolazioni di stambecco sulle Alpi, dell’espansione territoriale del cervo, della crescita stabile, ma lenta, del camoscio, del ritorno del lupo e di altri predatori nel contesto alpino, e dalla diversa gestione del patrimonio zootecnico e del territorio, sempre più sfruttato a fini turistici e sportivi.

Il prossimo 12 e 13 maggio, a Macugnaga (VB), si incontreranno esperti italiani, svizzeri, francesi e spagnoli, per fare il punto sulla cheratocongiuntivite.  Nella giornata di venerdì 12 maggio, Paolo Lanfranchi (Dipartimento di Scienza Mediche Veterinarie dell’Università di Milano), Piergiuseppe Meneguz e Luca Rossi (Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino) analizzeranno la situazione storica e attuale della cheratocongiuntivite sulle Alpi italiane, Marco Giacometti (responsabile del “Progetto svizzero di ricerca sulla cheratocongiuntivite infettiva tra il 1998 ed il 2007”) descriverà il percorso scientifico e le collaborazioni che hanno portato a definire l’epidemiologia della malattia nei bovidi alpini, Dominque Gauthier (Dipartimento veterinario Hautes-Alpes) e Jean-Paule Crampe (Parco Nazionale dei Pirenei) descriveranno la situazione rispettivamente sul versante francese delle Alpi e dei Pirenei. Chiuderà la giornata Bruno Bassano (Parco Nazionale del Gran Paradiso) che illustrerà le ultime ricerche sugli effetti della cheratocongiuntivite sullo stambecco.

Sabato mattina Stefano Grignolio (Group for Large Mammals Conservation and Management – ATIt) illustrerà le dinamiche più recenti delle popolazioni di ungulati sulle Alpi, Francesca Marucco (Coordinatore tecnico scientifico del Progetto LIFE Wolfalps) farà il punto sui grandi predatori e Carlo Citterio (IZS Venezie – Sezione di Belluno) analizzerà l’impatto demografico di alcuni fra i principali patogeni dei ruminanti di montagna.

Il congresso, si chiuderà con una tavola rotonda dal titolo “Quale gestione sanitaria per gli ungulati selvatici?”, in cui Santiago Lavin (SEFAS, Università di Barcellona) ed Jean Hars (Office National de la Chasse et de la Faune Sauvage) discuteranno, insieme ai relatori precedentemente menzionati, quali siano le scelte più opportune e concrete da effettuare per gestire al meglio determinate patologie, prendendo spunto da esempi concreti come la Rogna sarcoptica, la Brucellosi, i Pestivirus, e analizzando in modo particolare le interazioni tra patrimonio faunistico e zootecnico.

E’ in corso la procedura di accreditamento ECM per medici veterinari e biologi.

Il convegno è gratuito e aperto a tutti. Per iscrizioni e informazioni scrivere a cherato@sief.it

A breve verrà pubblicata la locandina ufficiale dell’evento e relativo programma.

Maggiori informazioni su www.sief.it

Considerazioni sull’anestesia dell’orso

Il recente incidente dell’orso Daniza ha sollevato polemiche e discussioni in merito alla gestione dell’attività di cattura di questi animali. Orso Bruno

L’anestesia è sicuramente una procedura non scevra da rischi che comporta una modificazione dell’omeostasi del paziente. Gli effetti sull’organismo possono infatti essere da temporanei a irreversibili, da lievi a gravi e possono determinare possibili danni a medio e lungo termine e episodi di mortalità, anche nel paziente sano, se tutte le fasi dell’anestesia non vengono seguite da personale competente o attento.1,2 L’anestesia di un animale di cui non si conosca la storia clinica, che non sia visitabile e che sia anche pericoloso, come nel caso dell’orso, aumenta le difficoltà e comporta quindi, da parte del veterinario, maggiori attenzioni, sia nella pianificazione che nella gestione della situazione e delle eventuali emergenze.
Di fatto, l’obiettivo è minimizzare i rischi attraverso un’attenta valutazione dello “scenario di cattura” ed una precisa pianificazione delle attività. Le variabili (prevedibili o imprevedibili) che caratterizzano lo scenario di cattura incidono sullo stato fisiopatologico degli animali e condizionano la programmazione del piano di cattura. Una corretta programmazione e gestione dell’attività di cattura può, quindi, influire positivamente sull’esito delle operazioni, eliminando le suddette variabili.
Questo richiede grande esperienza ed alta professionalità, considerate peraltro le implicazioni relative al benessere animale ed alla sicurezza per gli operatori legate ad interventi su specie potenzialmente pericolose per l’uomo, come l’orso bruno.

Per quanto riguarda le emergenze anestesiologiche legate all’insorgere di situazioni di stress, in generale si ritiene che l’orso non sia particolarmente soggetto a complicazioni durante l’anestesia, ma il contenimento fisico mediante lacci, trappole o altri sistemi, nonché l’attività muscolare intensa associata ad agitazione, paura, ricerca di una via di fuga o la resistenza alle manipolazioni causano certamente stress, con conseguenti complicazioni e danni di varia entità.1,3
Lo stress acuto causato dalle manovre che precedono l’immobilizzazione farmacologica è causa di seri turbamenti dell’omeostasi dell’animale: l’attivazione dell’ipotalamo, del sistema nervoso simpatico, dell’asse ipotalamo-pituitario-adrenergico induce una vasta gamma di effetti fisiologici che hanno l’obiettivo di consentire all’animale di affrontare la situazione stressante. Questo adattamento include, ad esempio: aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della contrattilità miocardica e della gittata cardiaca; modificazione della distribuzione del flusso ematico e del metabolismo cellulare; variazioni nella produzioni di ormoni (es insulina, CRH, ACTH, sistema renina-angiotensina-aldosterone), dispnea, metabolismo anaerobio ed acidosi lattica. Sappiamo tuttavia che quando gli stimoli stressori si protraggono, tali capacità dell’animale possono andare incontro ad esaurimento e la sua capacità di compensazione può essere compromessa. Le conseguenze di un forte e prolungato stress possono essere fatali anche per un soggetto sano.1,3

Sedazione OrsoI farmaci anestetici interferiscono con le normali funzioni fisiologiche (respirazione, termoregolazione, apparato cardiocircolatorio ecc): se si considera che gli effetti dell’anestetico vanno a sommarsi a quelli dello stress, è chiaro che il bilancio tra le capacità adattative dell’organismo e la domanda metabolica potrebbero non essere adeguatamente bilanciati esitando in disfunzioni miocardiche, neurologiche, insufficienza multi organo, miopatia da cattura o mortalità acuta.1,3
La scelta del protocollo anestesiologico fa parte di quella serie di attività che vanno pianificate e studiate con attenzione in base alla situazione in cui ci si trova ad operare ed alla tecnica di cattura utilizzata. La facilità con cui oggi è possibile consultare la letteratura internazionale ci permette di avere informazioni abbastanza precise circa gli effetti di molti farmaci e di combinazioni di questi.
E’ noto, ad esempio, che la combinazione Xilazina-Zoletil® permette di ottenere una immobilizzazione dolce e prevedibile con un buon miorilassamento ma causa, nell’orso come in altri mammiferi, riduzione significativa della frequenza cardiaca, aumento della pressione arteriosa media, riduzione della saturazione dell’emoglobina (SpO2), della pressione parziale dell’ossigeno arterioso (PaO2) e del pH. 3,4
Per l’orso bruno i rischi di questa combinazione sono, inoltre, ipertermia in caso di temperatura ambientale superiore a 25°C, mentre l’ipossia transitoria (mucose cianotiche o ridotta saturimetria) dovrebbe essere gestita mediante la somministrazione di ossigeno.3,5
In uno studio condotto sull’orso americano (Ursus americanus), la combinazione Medetomidina-Zolazepam-Tiletamina ha dimostrato avere minimi effetti cardiovascolari pur causando aumento della pressione arteriosa media, ipossiemia transitoria, ipoventilazione, acidosi lieve, progressivo aumento della temperatura.6 Questi effetti, se non valutati in maniera opportuna e gestiti con interventi tempestivi, soprattutto in animali con patologie pregresse, possono portare a conseguenze serie.
L’elevato rischio di ipossia determinato da questa combinazione, sia a basse che ad alte dosi, è stato confermato anche nell’orso bruno: in questa specie la combinazione Medetomidina- Zoletil® determina ipossia da lieve a grave, evento che può avvenire in qualunque momento dell’anestesia e che potrebbe rappresentare un serio pericolo per l’animale.7

Queste sono solo parte delle informazioni di cui oggi disponiamo, ma mettono in evidenza come qualsiasi protocollo presenti dei limiti e non esistano dei protocolli sicuri, che si possano utilizzare senza incorrere in alcun rischio. Tuttavia, in linea generale, di fondamentale importanza sono:

  • la scelta del farmaco (dipende dalla specie animale su cui operiamo, dal livello di stress del soggetto, dalle preparazioni commerciali disponibili, dalla disponibilità dell’antidoto, dalle controindicazioni, dalla strumentazione per teleanestesia a disposizione, dal luogo e dalla tecnica di cattura utilizzata);
  • la scelta delle dosi utilizzate, in quanto gli effetti (desiderati ed indesiderati) dei farmaci anestetici sono generalmente dose dipendenti. Peraltro, nella scelta della dose bisogna tenere in considerazione, oltre al peso stimato dell’animale, il sesso, l’età, la stagione in cui si cattura, il livello di stress, le condizioni fisiche;
  • le condizioni cliniche del paziente (anche nel soggetto “sano” si possono verificare situazioni pericolose come, ad esempio, stress, dispnea, disidratazione, digiuno prolungato..);

Per ridurre i rischi di morbilità/mortalità causati dall’anestesia bisogna tener conto anche di altri fattori, che vanno ben oltre la scelta, peraltro importante, del protocollo anestesiologico, quali:

  • l’individuazione dell’area di cattura più idonea a minimizzare i rischi per l’animale (sopralluoghi prima di iniziare l’attività);
  • la scelta del sistema di cattura più adatto a ridurre i rischi per l’animale e per gli operatori;
  • l’attenta valutazione delle condizioni quadro (valutazione delle variabili dello scenario di cattura);
  • la competenza degli operatori e del medico veterinario (affrontare le catture con l’ausilio di personale esperto);
  • le condizioni ambientali (es. temperatura elevata);
  • la presenza di una squadra affiatata in grado di interagire e far fronte a tutte le situazioni impreviste che comunque si possono verificare;
  • la possibilità di un adeguato monitoraggio clinico e strumentale;
  • il riconoscimento ed il tempestivo intervento in caso di emergenza;
  • la disponibilità di farmaci e strumenti adeguati (antidoti, fluido terapia, ossigeno ecc);
  • la gestione corretta del paziente in tutte le fasi della cattura, non sottovalutando il periodo pre-cattura e post-rilascio.

Si ricorda, peraltro, l’esistenza del PACOBACE (Piano d’azione interregionale per la conservazione dell’Orso bruno nelle Alpi centro-orientali), documento di riferimento per la gestione e conservazione dell’Orso bruno sulle Alpi, all’interno del quale è contenuto un dettagliato protocollo per la cattura di orsi bruni (allegato 3.1) che, sulla base di un rigoroso approccio scientifico, per ogni tipologia di intervento (cattura in laccio, in free ranging, con trappola a tubo) evidenzia le indicazioni tecniche, le tempistiche d’intervento ed i motivi di esclusione.

 

Di seguito riportiamo alcuni riferimenti bibliografici:

  1. Tranquilli WJ, Thrumon JC, Grimm KA. Lummb & Jone’s veterinary anesthesia and analgesia. 2007 Blackwell Publishing.
  2. Brodbelt DC, Blissit KJ, Hammond NA, Neath PJ, Yung LE, Pfiffer DU, Wood GLN. 2008 The risk of death: the confidential enquiry into perioperative small animal fatalities. Vet. Anaesth Analg 35; 365-373.
  3. West G, Heard D, Caulkett Zoo and wildlife immobilization and anesthesia. 2007 Blackwell publishing.
  4. Cattet, MRL, Caulkett NA, & Lunn NJ. 2003 Anesthesia of polar bears using xylazine-zolazepam-tiletamine or zolazepam-tiletamine. Journal of wildelife disease,39: 655-664.
  5. Cattet, MRL, Caulkett NA, Stenhouse GB. 2003 Anesthesia of grizzly bears using xylazine-zolazepam-tiletamine or zolazepam-tiletamine. International Conference on Bear Research and Management 14:889-93.
  6. Caulkett NA & Cattet MRL 1997 Physiological effects of medetomidine-zolazepam-tiletamine immobilization in black bears. Journal of wildlife disease 33: 615-622).
  7. Fahlman A, Pringle J, Arnemo JM, Swenson JE, Brunberg, Nyman G. 2012 Treatment of hypoxemia during anestesia of brown bear (Ursus arctos). Journal of Zoo and Wildelife Medicine 41(1): 161–164.