Be part of the mountain – In montagna siamo solo degli ospiti

Oggi il problema del disturbo antropico nei confronti della fauna selvatica è sicuramente una delle questioni meno considerate da parte dell’opinione pubblica. E, paradossalmente, anche da parte degli stessi animalisti e degli ambientalisti, così attivi sui social nel criminalizzare la caccia e gli impianti sciistici ma, a quanto pare, totalmente assenti quando bisogna puntare il dito su altri fattori che ledono la fauna durante il periodo invernale.
Sembra che la fonte del disturbo sia sempre quello fatto dagli altri, mai da noi stessi. E invece esistono diverse forme di disturbo, legate a sport invernali, ad attività ludiche, a semplici escursioni, che però non tengono conto dell’effetto che possono avere sulla fauna specialmente nel periodo invernale, quello più critico.
D’altronde, che male c’è a fare fuori pista una volta ogni tanto, o ad andare a fare una bella ciaspolata notturna in serate con la luna piena, o portare in giro il cane liberandolo da quel fastidioso guinzaglio giusto per farlo correre un po’ libero in montagna. E già, che male c’è?
Uno dei commenti più frequenti che ascoltiamo da coloro a cui facciamo notare queste cose è: “ma se quando vado in giro non vedo mai un animale, vuol dire che non ce ne sono, e allora che disturbo creo?”. Bhè, fatevi una domanda… se non vedete gli animali forse è perché li avete già disturbati…

bepartofthemountain

Recentemente è partita una bellissima iniziativa di cooperazione internazionale che associa aree protette, organizzazioni di protezione dell’ambiente, istituzioni, club alpini e altri portatori d’interesse in tutto l’arco alpino: Be Part of the Mountain (https://bepartofthemountain.org/it/organisation). Coordinata dall’unità operativa di ALPARC, l’iniziativa mira a facilitare lo scambio di informazioni e buone pratiche, sviluppare strumenti comuni per aumentare la consapevolezza sulle tematiche ambientali e implementare le azioni di comunicazione condivisa per incentivare il coinvolgimento degli appassionati di attività outdoor. Esiste anche una carta dei principi di collaborazione che mira a sensibilizzare e responsabilizzare i praticanti delle attività outdoor nelle aree protette alpine e non solo, scaricabile a questo link dove vi è la possibilità di cooperare con le iniziative previste.

Chi pratica le attività outdoor in montagna, deve essere conscio che gli animali che lì vi abitano, sono in un periodo critico della loro biologia e devono affrontare dure condizioni di vita. Gli ungulati terminano l’autunno già affaticati e dimagrati per le competizioni svolte nel periodo degli amori, le femmine sono gravide, il cibo scarseggia, le riserve di grasso sono ridotte, le condizioni climatiche sono estreme. I galliformi alpini devono accontentarsi di cibarsi di aghi di larice o altre essenze vegetali quasi indigeribili, e passano molto tempo in nascondigli per proteggersi dai predatori oppure negli igloo per rimanere al caldo.

Be part of the mountain ha sviluppato una bellissima pagina in cui spiega con semplici concetti le problematiche causate dal disturbo antropico alla fauna selvatica nel periodo invernale e le misure minime di comportamento per evitare il disturbo della fauna, la quale, se sottoposta a continue situazioni di stress, potrebbe anche soccombere a causa dell’eccessivo dispendio energetico diventando più vulnerabile a patologie e predatori.

Qualche anno fa abbiamojournalornithology_formenti,viganò_etal svolto uno studio proprio sul disturbo antropico del fagiano di monte, andando ad indagare il metabolita fecale del corticosterone, l’ormone dello stress negli uccelli. E nell’articolo, pubblicato sulla rivista internazionale Journal of Ornithology, si è evidenziato in maniera molto chiara come i soggetti con maggiore stress fossero concentrati nelle aree vicino agli impianti e nelle aree destinate allo sci-alpinismo e/o alle discese in free style. L’anno seguente, in condizioni di assenza di neve, e quindi con l’assenza di sciatori, si è invece osservato come il livello di stress fosse omogeneo nelle tre aree.

Per questo motivo vi invitiamo a vedere anche questi bellissimi filmati, pubblicati sul sito di Be part of the mountain (https://youtu.be/Y2-n4wUEm3g) e sul sito di un parco francese (Parc naturel régional du Massif des Bauges).

Comportandoti responsabilmente, aiuti gli animali selvatici a sopravvivere. Diventa parte della montagna!

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Allevamento e caccia: il benessere animale nella specie Sus scrofa

Pubblichiamo di seguito l’articolo che con Giulia Corona (Politecnico di Milano) e Annafrancesca Corradini (Dip. VESPA – Università di Milano), abbiamo scritto e pubblicato sul primo numero della rivista Wilde, uscita lo scorso mese di marzo.

Un articolo che punta a far riflettere, utilizzando anche immagini infografiche, su cosa è davvero il benessere animale negli allevamenti contrapponendolo a quello che è il vero benessere animale dell’animale a vita libera.

Le produzioni di carne di maiali allevati e di cinghiali cacciati, entrambi appartenenti alla specie Sus scrofa, partono pertanto da condizioni completamente differenti di spazi vitali. Varrebbe la pena pertanto ragionare sul fatto che la caccia, intesa anche come produzione di alimento, rappresenta l’unica alternativa allo sfruttamento animale.


Quantità, qualità e genuinità: tre concetti che a volte sono difficilmente integrabili fra di loro, soprattutto se riferiti alla produzione industriale alimentare, e nello specifico agli allevamenti, intensivi o meno. Negli ultimi cinquant’anni il progresso ha letteralmente stravolto la nostra società: siamo passati da allevamenti a scopo familiare a produzioni di ordine industriale, e ciò che si è perso maggiormente è stata proprio la genuinità del prodotto alimentare, a discapito della richiesta di quantità di prodotto.

Il ciclo delle teorie socio-economiche ci insegna però che prima o poi si giunge a una rottura se la via perseguita non è propriamente corretta. Infatti, ormai da vent’anni, si sente parlare di biologico, chilometro zero, biodinamica. Oggi queste prassi non sono più una novità, bensì la novità è che ogni catena di grande, media e piccola distribuzione ha una propria linea biologica. Queste nuove attività legate a una produzione di qualità sono tuttavia diventate vere e proprie produzioni industriali, che devono quindi garantire una certa quantità a prezzi concorrenziali per sopravvivere, e allora la qualità dove rimane?

Tra i banchi delle macellerie dei supermercati c’è un infinita possibilità di scelta per ciò che riguarda il prodotto carne. Il consumatore medio acquista il meno caro e non legge l’etichetta, Il consumatore consapevole invece vuole essere informato: provenienza e tipologia di produzione risultano essere prerogative essenziali nella scelta d’acquisto, e nelle tipologie di produzione rientra la componente riferita al rispetto del benessere animale in allevamento. In sostanza, carne sì, purché di qualità, quindi proveniente da animali allevati in maniera etica e sostenibile, nel pieno rispetto del benessere animale e dell’ambiente.

Ma cosa si intende per benessere animale? Il rispetto di norme di legge nate sui principi del Brambell Report del 1965[1], destinato a regolamentare le condizioni di vita degli animali allevati che indicano lunghezza e larghezza di un box per allevamento? Oppure il rispetto di regolamenti che, nascondendosi dietro il termine “benessere animale”, con una certa dose di ipocrisia, sanciscono le modalità di trasporto e abbattimento di soggetti allevati? O ancora per benessere animale intendiamo la possibilità di nascere liberi, di manifestare (davvero) i comportamenti tipici della specie, di scegliere in maniera indipendente l’alimento, di utilizzare ambienti diversi a seconda della stagione, e infine di morire liberi?

Se siamo in grado di fare un’analisi critica, seguendo questo ragionamento, la caccia potrebbe potenzialmente essere considerata un’attività in perfetta linea con le richieste del consumatore, che cerca prodotti “biologici”, marchio associato comunemente a uno stile di vita naturale e genuino, ma che spesso nasconde esigenze di produzione.

Se da un lato abbiamo l’allevamento biologico visto come una sorta di panacea nei confronti del rispetto degli animali, dall’altro abbiamo il fatto che il cacciatore è visto sempre più in maniera negativa, sia da chi ha scelto di non mangiare più carne, sia da chi la mangia senza porsi particolari domande. Uccidere un animale in libertà è socialmente meno accettabile rispetto ad ucciderne uno in cattività spesso sottoposto a condizioni di vita misere. La caccia è troppo spesso identificata come un’attività crudele e non come una scelta dettata da tradizioni, passioni, necessità gestionali ed ecologiche. Forse è ancora prematuro parlare di caccia etica, anche se da anni si è ampiamente sancito il ruolo dell’etica nella caccia, in cui il rispetto della preda è sopra ogni cosa. Rispetto inteso non come lo svolgimento del rituale dell’ultimo pasto ma come abbattimento senza sofferenze.

Da qui la voglia di comunicare ed esprimere una visione diversa della caccia mettendola a confronto con l’allevamento, partendo da dati reali, attendibili e a disposizione di tutti. Partiamo quindi dal presupposto che avere molto spazio a disposizione corrisponde generalmente a una qualità della vita migliore. D’altronde a chi piacerebbe vivere in un metro quadro? Applicando quindi il concetto di design, a quello della comunicazione, è possibile comunicare in maniera semplice concetti tecnici anche a chi è totalmente estraneo a questa tematica.

Da un progetto nato presso la facoltà di Design della Comunicazione del Politecnico di Milano, descriviamo in questo articolo lo stato di benessere, rapportato allo spazio vitale, della specie Sus scrofa, in allevamento intensivo, in allevamento biologico, ed infine in natura. Considerando che la densità media dei cinghiali in natura è indicata nella bibliografia scientifica con valori intorno ai 10 capi per 100 ha, ogni soggetto ha quindi bisogno di 100.000 mq. Tuttavia sappiamo che non tutto lo spazio è utilizzato, e che in alcuni momenti delle proprie fasi vitali, il cinghiale utilizza spazi molto limitati. Si è quindi partiti, per esigenze grafiche, da una base di 1.000 mq per rappresentare lo spazio vitale minimo che una femmina di cinghiale con i piccoli utilizza nei primi 28 giorni dalle nascite paragonandoli ai 28 giorni in cui la scrofa svezza i suinetti in allevamento intensivo. Il medesimo paragone è stato fatto per confrontare lo spazio vitale minimo dei maiali nelle fasi di ingrasso (che dura circa 100 giorni) rispetto allo spazio utilizzato da un cinghiale adulto nel medesimo periodo.

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Per quanto riguarda l’allevamento dei maiali, le misure impiegate utilizzate per l’elaborazione grafica sono state ricavate dalle disposizioni ufficiali della normativa vigente relative all’allevamento intensivo (D.L. n.122 del 7/7/2011 che applica la Dir. CE 120/2008) e biologico (Reg. CE 889/2008). Considerando il fatto che l’allevamento suinicolo si costituisce di più momenti, sono state scelte le disposizioni legislative sulle densità minime date per due fasi rappresentative e indubbiamente più critiche della vita dell’animale durante il ciclo produttivo: la sala parto, in cui la scrofa allatta i suinetti fino allo svezzamento, e l’ingrasso, in cui il suino viene portato al peso necessario per la macellazione.

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Il risultato visivo risulta interessante perché permette un coinvolgimento emotivo che stimola la riflessione e lo scardinamento dei luoghi comuni associati all’attività venatoria: quanti cinghiali ci stanno in 1000 metri quadri? Quanti suini allevati in maniera biologica? E quanti allevati intensivamente? Emerge subito agli occhi da una parte il sovraffollamento tipico dell’allevamento intensivo, dall’altra la visione reale degli spazi assegnati nelle varie fasi di produzione nell’allevamento biologico, e infine la libertà e lo spazio disponibile al selvatico in natura.

Per far comprendere ancora meglio come i parametri che costringono i suini d’allevamento in quelle situazioni siano di fatto delle indicazioni derivanti da norme in materia di “benessere animale”, è opportuno anche citare alcuni passi piuttosto significativi ed eloquenti ricavati dai testi ufficiali del corpus normativo in merito ai temi trattati. Infatti, se partiamo dagli spazi vitali necessari per la gestione negli allevamenti intensivi, le direttive che definiscono le norme minime riguardo la protezione degli animali negli allevamenti dichiarano che “[…] l’animale deve poter disporre di uno spazio adeguato alle sue esigenze fisiologiche ed etologiche, secondo l’esperienza acquisita e le conoscenze scientifiche”. Appare chiaro come leggendo il grafico questa stessa dichiarazione strida con lo spazio effettivamente assegnato ad un singolo animale. Se passiamo invece agli allevamenti biologici, la norma cita che La densità di bestiame negli edifici deve assicurare il conforto e il benessere degli animali, nonché tener conto delle esigenze specifiche della specie in funzione, in particolare, della specie, della razza e dell’età degli animali. Si terrà conto altresì delle esigenze comportamentali degli animali, che dipendono essenzialmente dal sesso e dall’entità del gruppo. La densità deve garantire il massimo benessere agli animali, offrendo loro una superficie sufficiente per stare in piedi liberamente, sdraiarsi, girarsi, pulirsi, assumere tutte le posizioni naturali e fare tutti i movimenti naturali, ad esempio sgranchirsi. Ancora una volta stridono i concetti di “benessere” e di “esigenze comportamentali”, a maggior ragione se comparate allo spazio utilizzato da un cinghiale a vita libera. Per contro, appaiono maggiormente osservanti le cosiddette “esigenze comportamentali” le prime righe dell’articolo 1 della legge 157/92, in cui si legge La fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale. L’esercizio dell’attività venatoria è consentito purché non contrasti con l’esigenza di conservazione della fauna selvatica.

L’ausilio fornito dalle parole alle rappresentazioni grafiche è quindi propedeutico per il lettore: risulta così ancor più stridente la dicotomia tra allevamento-benessere animale, regolamentato da norme socialmente accettate, e caccia-maltrattamento animale, che si sta radicando sempre di più nel pensiero comune, nonostante l’animale cacciato nasca, viva e muoia libero.

Una seconda chiave di lettura, più profonda e specifica, rimanda a quanto realmente possa essere diversa la carne di un animale allevato con un sistema di produzione sia intensivo che biologico (seguendo ovviamente le disposizioni di legge) rispetto a quella di un selvatico cacciato. Si può quindi supporre logicamente che lo stile di vita di quest’ultimi, la libertà di movimento, la dieta e la possibilità di poter esprimere i comportamenti tipici della propria specie, influiscano in maniera preponderante sulle caratteristiche delle carni. Per esempio, un animale che si muove poco accumula una quantità di grasso maggiore intorno al muscolo (necessaria per prodotti come il lardo o la pancetta), a discapito di una corretta infiltrazione di grasso all’interno del muscolo di un animale in costante movimento, più omogenea e tipica degli animali allo stato brado. Oppure ancora, come ben sappiamo, una dieta somministrata in allevamento è funzionale ad un incremento di peso rapido, proprio in relazione alle tempistiche dettate dal mercato (ingrassare molto e in fretta!), mentre la dieta di un selvatico ha come unico obiettivo il mantenimento dell’equilibrio e la soddisfazione dei fabbisogni relativi allo stato fisiologico in cui si trova l’animale nel corso della propria vita. Da questi presupposti derivano caratteristiche di tipo nutrizionale legate alle carni degli ungulati selvatici sicuramente interessanti e positive quali un basso contenuto di colesterolo, un favorevole rapporto fra gli acidi grassi Omega 3 e Omega 6 (essenziale per una dieta bilanciata) ed una ricchezza notevole per quanto riguarda proteine e oligoelementi essenziali.

Senza addentrarsi in discorsi troppo specifici, il senso ultimo di questa riflessione non è da ricondurre alla demonizzazione dell’allevamento in quanto tale, giacché questo, assieme all’agricoltura, è stato il passo fondamentale che ha permesso l’evoluzione della nostra specie, ma quello di aprire una riflessione sulle elevate potenzialità che possiede l’attività venatoria, che non è solo una nobile arte praticata da ogni cacciatore con motivazione e grande passione, e neppure solo una pratica funzionale di gestione dei territori, ma è soprattutto una risorsa capace di mettere a disposizione un prodotto prezioso dal punto di vista qualitativo: la carne di selvaggina.

[1] Le 5 libertà del Brambell Report: 1. Libertà dalla sete, dalla fame e dalla cattiva nutrizione 2. Libertà di avere un ambiente fisico adeguato 3. Libertà dal dolore, dalle ferite, dalle malattie 4. Libertà di manifestare le caratteristiche comportamentali specie-specifiche normali 5. Libertà dalla paura e dal disagio.

Corso Cacciatore Formato – FIDC Magenta – 2° Edizione – 30 ott/14 nov 2017

Considerando la grande partecipazione alla I° edizione del Corso per cacciatore formato, il Nucleo FIDC di Magenta con il patrocinio e la collaborazione dell’ATS Città Metropolitana di Milano e lo Studio Associato AlpVet organizza per le giornate del 30 ottobre, 6, 9, 13 e 14 novembre una seconda edizione del corso per l’abilitazione alla qualifica di cacciatore formato ai sensi del Reg. CEE 852 e 853 del 2004  e DGR Regione Lombardia X/2612 del 7 luglio 2014.

Il corso è aperto non solo a coloro i quali vogliano acquisire la qualifica di cacciatore formato e successiva registrazione presso i registri dell’ATS, ma anche a coloro i quali vogliano migliorare la gestione e l’utilizzo delle carni sia di piccola che di grande selvaggina.

Le lezioni del corso si terranno presso la sede del Nucleo FIDC di Magenta in via Cadorna 12 a Magenta, dalle ore 20,00 alle ore 23,00.
La lezione pratica, con degustazione di prodotti a base selvaggina, si terrà presso l’Agriturismo Cascina Riazzolo ad Albairate il 14 novembre, a partire dalle ore 18,30.

Per informazioni sul programma visitate il sito www.federcaccianucleomagenta.it.
Per iscrizioni scrivere a fidcnucleomagenta@gmail.com oppure contattare Sig Garavaglia Dario cell. 3313406532 – Sig Pardo Paolo cell. 3487812434.

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Progetto “Selvatici e buoni” – Corso Cacciatore Formato – Bergamo 19-25 ottobre 2017

Nell’ambito del Progetto “Selvatici e Buoni: una filiera alimentare da valorizzare”, è previsto lo svolgimento di un Corso per il Conferimento dell’attestato di “Persona Formata” ai sensi del Reg. (CE) 852-853 del 2004 e DGR Regione Lombardia X/2612 del 07/11/2014 gratuito per i soci del Comprensorio Alpino Prealpi Bergamasche, partner di progetto.

Il corso di formazione è organizzato in collaborazione con Fondazione UNA, Università degli Studi di Scienze gastronomiche di Pollenzo, Facoltà Medicina Veterinaria Università degli Studi di Milano, Società Italiana di Medicina Veterinaria Preventiva e Studio Associato AlpVet, con il patrocinio dell’ATS di Bergamo.
Al termine del corso è prevista una verifica dei risultati raggiunti mediante un test scritto e rilascio di attestato in caso di esito positivo.

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Il corso si svolgerà presso la Sede di Federcaccia Bergamo, in via Serassi 13, Bergamo, secondo il seguente programma:

Lunedì 16 ottobre – Ore 20.00/23.00
Prof. Paolo Lanfranchi – DIVET Università degli Studi di Milano 
Presentazione del corso
L’etica venatoria e la qualità delle carni nell’attuale contesto alpino
Dott. Giulio Loglio – ATS Bergamo
Piani di monitoraggio e controllo della fauna selvatica
Il “Pacchetto igiene”: Interpretazione e applicazione nel contesto venatorio dei Reg. CE 852, 853, 854 del 2004 e normativa regionale (Del. X/2612 del 7 nov. 2014)
Ruolo, compiti e responsabilità del ‘cacciatore formato’ come operatore del settore alimentare

Giovedì 19 ottobre – Ore 20.00/23.00
Dott. Roberto Viganò – Studio Associato AlpVet
Tipologia di caccia e modalità di abbattimento
Implicazione sulla qualità delle carni: stress e qualità delle carni
La balistica terminale
Modalità di manipolazione, dissanguamento, eviscerazione e trasporto della carcassa

Sabato 21 ottobre settembre (Presso Centro Lavorazione Selvaggina Magri – Chiuduno) – Ore 09.00/13.00
Dott. Luca Pellicioli – Studio Associato AlpVet
Dott.ssa Martina Besozzi – Studio Associato AlpVet
Esercitazione pratica: corretta eviscerazione e trattamento della carcassa
Riconoscimento dei visceri e delle principali lesioni
Modalità di sezionamento della carcassa e riconoscimento delle varie porzioni di carne

Lunedì 23 ottobre – Ore 20.00/23.00
Dott. Luca Pellicioli – Studio Associato AlpVet
Dott. Antonio Sorice – Società Italiana di Medicina Veterinaria Preventiva

Approfondimenti di anatomia e quadro fisiologico/comportamentale delle specie di grossa selvaggina oggetto di prelievo venatorio
Valutazione della salute dell’animale in vita
Principali malattie infettive ed infestive della selvaggina

Mercoledì 25 ottobre (Presso Ristorante La Selva – Clusone) – Ore 19.30/22.30
Chef Ivano Gelsomino
La ristorazione e le carni di selvaggina

PER ISCRIZIONI
Comprensorio alpino di caccia Prealpi Bergamasche
Tel. 035.321084
ca.prealpibergamasche@hotmail.it
Maurizio Volpi 347.5209322

Scarica qui il modulo di iscrizione.

PER INFORMAZIONI:
Segreteria Federcaccia Bergamo
Tel. 035.225379

Progetto “Selvatici e Buoni” – Presentazione di avvio progetto – Bergamo, 22 settembre 2017

Venerdì 22 settembre, presso la sede della Comunità Montana Valle Seriana, in via S. Alessandro, 74 a Clusone (BG), alle ore 17.00 verrà presentato il Progetto  scientifico “Selvatici e buoni: una filiera alimentare da valorizzare” a cura dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, in collaborazione con il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Milano e la Società Italiana di Medicina Veterinaria Preventiva.

L’iniziativa, nata dalla condivisione programmatica tra istituzioni ed enti locali, si pone come obiettivo principale lo sviluppo di una filiera delle carni di selvaggina attraverso attività di formazione, miglioramento delle caratteristiche igienico-sanitarie, caratterizzazione e valorizzazione del prodotto sino ad arrivare alla promozione sul territorio.

Lo Studio Associato AlpVet, grazie alla sua esperienza in tema di filiera selvaggina maturata negli anni anche su altri progetti di interesse locale, è referente scientifico per il territorio e sarà impegnato nell’ambito del progetto attraverso una collaborazione con l’Università delle Scienze Gastronomiche occupandosi dell’attività didattica e della costruzione partecipata della filiera selvaggina.

All’evento inaugurale di presentazione parteciperanno:
Danilo Cominelli, Presidente Comunità Montana Val Seriana
Paolo Olini, Sindaco Comune di Clusone
Nicola Perrotti, Presidente Fondazione UNA Onlus
Maurizio Zipponi, Presidente Comitato Scientifico Fondazione UNA Onlus
Silvio Barbero, Università degli Studi di Scienze Gastronomiche Pollenzo
Paolo Lanfranchi, Università degli Studi di Milano, Dip. di Medicina Veterinaria
Luca Pellicioli, Studio associato AlpVet
Lorenzo Bertacchi, Presidente Federcaccia Bergamo
Maurizio Volpi, Comprensorio Alpino di Caccia Prealpi Bergamasche
Giacomo Dubiensky, Comprensorio Alpino di Caccia Valle Borlezza
Antonio Maj, Comprensorio Alpino di Caccia Valle di Scalve

Partner del progetto sono FIDC Bergamo, Comprensorio Alpino Valle Borlezza, Comprensorio Alpino Val di Scalve, Comprensorio Alpino Prealpi Bergamasche.

Supporter di progetto: Comunità montana Val di Scalve, Comunità montana dei Laghi bergamaschi, Comunità montana Valle Seriana, Ascom Bergamo, Slow Food Valli orobiche, ANUU, Enalcaccia Lombardia, Circolo UNCZA Prealpi Orobiche, CIC Italia.

Si prega di confermare la partecipazione a: info@fondazioneuna.org

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Progetto Processi di Filiera Eco-Alimentare – Corso per cacciatore formato – 1, 2 e 3 settembre 2017 Domodossola

Il corso di formazione, organizzato all’interno del progetto PROCESSI di FILIERA ECO-ALIMENTARE, finanziato con il contributo di FONDAZIONE CARIPLO, si propone l’obiettivo di formare gli appartenenti al mondo venatorio secondo le direttive comunitarie e nazionali e di verificare le disponibilità dei medesimi per una fattiva partecipazione nel processo di costruzione della filiera.
Il corso è realizzato con il patrocinio di Provincia del Verbano Cusio Ossola, di ASL del VCO, dei Comprensori Alpini di Caccia VCO2 Ossola Nord e VCO3 Ossola Sud ed è rivolto agli aderenti ai due Comprensori alpini, ai dipendenti della Provincia VCO e dell’ASL VCO.

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Il corso della durata di 16 ore, si terrà presso il Collegio Mellerio Rosmini di Domodossola nelle giornate di venerdì 1° settembre (20,00-23,00) sabato 2 settembre (9,00-12,00 / 13.00-16.00) e domenica 3 settembre (9,00-12,00 / 13.00-16.00), e sarà tenuto da personale dell’ASL e docenti dello Studio Associato AlpVet.

Clicca QUI per il PROGRAMMA e CALENDARIO e per il MODULO ISCRIZIONE

Il corso è gratuito per i Soci dei COMPRENSORI ALPINI VCO2 e VCO3, i quali possono iscriversi direttamente presso i rispettivi COMPRENSORI di APPARTENENZA
I dipendenti di Provincia VCO e di ASL VCO possono iscriversi presso la Segreteria di ARS.UNI.VCO

Per informazioni è possibile contattare la dott.ssa Federica Fili, ai seguenti contatti: e-mail federica.fili@univco.it tel. 0324 482 548.

Valorizzazione selvaggina: svolto incontro a Bergamo su progetto Selvatici e Buoni

Si è svolto mercoledì 29 marzo a Bergamo, presso la sede del CAI (Club Alpino Italiano) un incontro preparatorio di presentazione del progetto “Selvatici e Buoni” curato dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Milano e la Società Italiana di Medicina Veterinaria Preventiva e sostenuto dalla Fondazione UNA Onlus.

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L’incontro è stato finalizzato alla realizzazione del progetto nel bergamasco, quale prima area test a livello nazionale, per creare una filiera tracciabile della selvaggina e valorizzare le potenzialità di quel territorio, in cui sono presenti oltre 13.000 ungulati selvatici tra cui cervo, camoscio, capriolo e cinghiale.  All’incontro hanno partecipato tutti gli stakeholders che saranno coinvolti nelle varie fasi di realizzazione del progetto: Corpo di Polizia Provinciale, Regione Lombardia UTR Bergamo, Istituto Zooprofilattico Sperimentale sezione di Bergamo, Agenzia Tutela Salute di Bergamo, Slow Food, Ascom Bergamo, Società Italiana di Medicina veterinaria preventiva, Studio Associato AlpVet, Sezione del Cai Bergamo, Presidenti dei Comprensori Alpini di Caccia e relative associazioni venatorie. Ad introdurre i lavori è stato Maurizio Zipponi, Presidente del Comitato Scientifico di UNA, che ha illustrato le finalità del progetto “Selvatici e Buoni” che intende introdurre i criteri di tracciabilità, sicurezza alimentare, trasparenza e legalità all’interno della filiera della selvaggina, tanto pregiata quanto sottovalutata e che invece merita di essere valorizzata anche dal punto di vista economico ed occupazionale, riconoscendo un positivo ruolo della caccia e dei cacciatori quali “paladini del territorio e della biodiversità”. A seguire, Silvio Barbero, Vice Presidente dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ha illustrato il progetto di filiera nelle sue fasi di realizzazione, ponendo l’accento sulle importanti qualità organolettiche della carne di selvaggina. Barbero, inoltre, ha sottolineato la necessità di garantire una filiera controllata, dal bosco alla tavola, che sia “buona, pulita e giusta”, con modelli comportamentali definiti, attraverso una nuova etica del cibo e nel pieno rispetto della legalità, combattendo così le frodi in campo alimentare.

È intervenuto poi Antonio Sorice, Presidente Società Italiana Medicina Veterinaria Preventiva, che ha sottolineato la necessità di lavorare nella direzione della sicurezza alimentare anche nel settore delle carni di selvaggina. Infine hanno preso la parola il prof. Paolo Lanfranchi (DIMEVET – Università degli Studi di Milano), il dott. Luca Pellicioli e il dott. Roberto Viganò (Studio Associato AlpVet) che hanno illustrato nel dettaglio le fasi operative del modello di gestione sostenibile della selvaggina da mettere in atto nel territorio dell’arco alpino per valorizzare la carne e renderla sicura dal punto di vista igienico e sanitario. Dopo questa prima giornata di lavori e di consultazione con i diversi stakeholders si entrerà, attraverso successivi incontri tecnici, nella fase operativa del progetto finalizzata alla realizzazione delle azioni previste nel periodo giugno 2017 – dicembre 2018 (indagine sulle tradizioni gastronomiche, formazione ed educazione nell’utilizzo delle risorse, approfondimenti sanitari, analisi economica della filiera delle carni di selvaggina e sviluppo/promozione del prodotto finale).