Contest STAMBECCOOROBIE – Iniziativa per la conoscenza e l’osservazione partecipata dello stambecco delle Orobie bergamasche

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Dopo la presentazione ufficiale avvenuta il 15 giugno a Bergamo proseguono le iniziative abbinate al “progetto culturale” per la conoscenza della popolazione di stambecchi presenti sulle Orobie bergamasche del quale lo Studio AlpVet è partner scientifico.

Ad arricchire il progetto culturale, è stato fatto un trailer della durata di 8’ promosso a supporto dell’iniziativa e girato in Alta Val Seriana nel caratteristico borgo di Maslana, all’interno del comune di Valbondione, dove da diversi anni ogni primavera una piccola popolazione di stambecchi scende tra le baite attratta dal risveglio vegetativo e dalla possibilità di alimentarsi recuperando quindi le energie perse durante l’inverno.
Questo breve documentario girato da Andrea Cavaglià, grazie alla viva voce di alcuni protagonisti del mondo della montagna, è un’importante testimonianza di come il piccolo nucleo di 88 stambecchi, rilasciato 30 anni fa, abbia trovato un habitat ideale sulle Orobie bergamasche arrivando oggi a contare oltre 1.000 esemplari rendendo questo territorio particolarmente interessante anche dal punto di vista turistico.

Prosegue inoltre con successo il contest fotografico che ha generato molta curiosità ed interesse tra tutti i fruitori della montagna durante queste settimane estive.
Ad oggi sono pervenuti oltre 200 immagini di animali fotografati durante le escursioni sulle orobie bergamasche. Le fotografie potranno esser inviate sino a fine ottobre e la premiazione, come da regolamento, è prevista nel mese di dicembre anche con la presentazione dei dati raccolti.

Per maggiori informazioni www.stambeccoorobie.it

Progetto per la conoscenza e l’osservazione partecipata dello stambecco delle Orobie bergamasche

Dalla prima reintroduzione sulle Orobie bergamasche di 88 stambecchi provenienti dal Parco Nazionale del Gran Paradiso, avvenuta nel giugno 1987, il loro numero è cresciuto costantemente ed oggi si stima la presenza di oltre 1.000 esemplari.

In occasione dei 30 anni dall’inizio del “Progetto Stambecco in Lombardia” (1987-1990) il CAI di Bergamo, in stretta collaborazione con partner istituzionali (Provincia di Bergamo e Parco delle Orobie bergamasche) e scientifici (Studio Associato AlpVet), si rendono promotori di un’iniziativa culturale che vuole essere un omaggio alla bellezza delle Orobie ed al loro valore naturalistico con particolare riferimento alla specie stambecco (Capra ibex) che attraverso la sua presenza da sempre affascina gli escursionisti.

Obiettivo del progetto è stimolare l’attenzione degli escursionisti che frequentano i sentieri delle Orobie bergamasche all’osservazione degli stambecchi fornendo loro elementi di conoscenza utili a riconoscere non lo solo la specie, ma anche il sesso e l’età degli esemplari avvistati.

Grazie a questa iniziativa, a partire dalla seconda metà di giugno, nei rifugi CAI sulle Orobie bergamasche sarà possibile trovare una brochure informativa (scarica qui il fomato pdf) con una sezione da compilare per segnalare gli stambecchi osservati durante le escursioni, contribuendo così in modo diretto e personale alla conoscenza e alla conservazione di questa specie. Le cartoline permetteranno di indicare il luogo, data e orario dell’osservazione, condizioni meteo, numero, sesso e classe di età degli esemplari visti. Le cartoline potranno essere riconsegnate presso i rifugi stessi, il Palamonti a Bergamo o presso i negozi Sport Specialist della Lombardia che aderiscono a questa iniziativa, creando un collegamento tra la città e la montagna. Oppure potranno essere scansionate (o fotografate) e inviate via mail. Per chi preferisce, sarà anche possibile inserire i dati delle osservazioni direttamente online nel sito www.stambeccoorobie.it ed i dati saranno raccolti fino al 31 ottobre 2017.

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In parallelo alla raccolta delle osservazioni, che permetteranno di raccogliere dati utili per conoscere la distribuzione ed il comportamento della popolazione di stambecchi presenti sulle Orobie, si svolgerà anche un contest fotografico sulla pagina Facebook Stambeccoorobie, che porterà alla premiazione di 20 fotografie in occasione dell’evento di chiusura del progetto a dicembre 2017.

Seminario Università della Montagna – 22 novembre 2016

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Martedì 22 novembre 2016 alle ore 15.30, presso l’Aula Magna dell’Università della Montagna a Edolo, Roberto Viganò, Andrea Cottini e Anna Gaviglio terranno il seminario “Valorizzazione delle carni di selvaggina: la gestione di prodotto sostenibile come strumento di stimolo al miglioramento ambientale dei territori alpini”.

Nel seminario viene presentato il Progetto “Filiera Eco-Alimentare”, un progetto di gestione delle popolazioni di ungulati selvatici nell’Alta Val d’Ossola nell’ottica di rendere maggiormente resiliente le comunità locali rispetto ai danni che gli ungulati stessi possono arrecare agli ecosistemi montani. Le azioni intraprese, volte al miglioramento della qualità e la conseguente valorizzazione delle carni di selvaggina, hanno permesso di sviluppare una filiera che seguendo un disciplinare di produzione etico, garantisce anche una elevata sicurezza igienico-sanitaria e una riconoscibilità attraverso uno specifico marchio del prodotto finito.

Il seminario viene svolto nell’ambito del progetto ALIMONT Progetto di educazione agro-ALImentare dei prodotti tipici di MONTagna organizzato con la collaborazione di Regione Lombardia.

Tutti gli interessati sono invitati. La partecipazione è libera e gratuita

Per seguire l’incontro in streaming Clicca qui

Lupo e Iene e Cani e Pecore e… Bufale: la mistificazione dell’informazione

Il 16 Febbraio scorso un filmato apparso in una nota trasmissione ha sollevato numerose critiche e polemiche in tutto il mondo ambientalista, e non solo. Qualche giorno dopo è apparso un “controfilmato” da parte del WWF in cui si smontavano diversi concetti espressi nel filmato in questione.

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Da tempo volevamo scrivere un contributo sul lupo, per favorire la divulgazione di informazioni non solo tecniche e scientifiche, ma soprattutto non aleatorie e men che meno forvianti. Un caro amico e collega ci ha stimolato nel dare il nostro parere su questi due filmati, e di certo non possiamo tirarci indietro.

Cercheremo quindi di fare un po’ di sintesi delle nostre esperienze, e soprattutto dei nostri dialoghi vissuti direttamente sul territorio con tecnici, allevatori e cacciatori. Attenzione però, non siamo lupologi, e quindi non vogliamo né commentare né criticare il lavoro fatto da chi in questi anni con passione e fatica segue una delle specie più difficile da gestire, non solo a livello faunistico, ma soprattutto a livello mediatico. Il nostro contributo vuole portare il nostro punto di vista e alcuni elementi di discussione.

Qual è la verità nei due filmati? Si dice che la verità stia sempre nel mezzo.

Abbiamo da una parte una trasmissione televisiva che monta un filmato finalizzato a fare audience (qualcuno dice anche propaganda) e dall’altra un’associazione ambientalista che critica un filmato “anti-lupo” per proteggere la specie, senza però analizzare a fondo le criticità legate alla sua presenza.

LigabueLa verità è che i lupi hanno ricolonizzato territori da cui si erano estinti (o meglio… da cui erano stati estinti…), e sono tornati in maniera del tutto naturale. Nessuno ha mai liberato lupi in natura. La presenza di lupi in aree in cui in cui la specie non era presente da anni è dovuto al fatto che il lupo, in particolar modo i soggetti in dispersione, sono in grado di compiere spostamenti anche di diverse centinaia di chilometri.  SlavcEmblematici i percorsi fatti da Ligabue sull’appennino e da Slavc, che dalla Slovenia è arrivato fino ai monti della Lessinia per formare la prima coppia tra lupi appenninici e balcanici con Giulietta, tanto per fare un paio di esempi.

Qual è il vero problema?

Non viviamo sulle Montagne Celesti dell’Asia centrale. Quasi tutto il territorio nazionale è ampiamente antropizzato. È palese che si creino dei conflitti tra fauna selvatica e uomo. E questi conflitti non si creano solo verso i predatori (lupo e orso su tutti), o verso animali che generano mediamente poca empatia come cinghiale e nutria, ma anche verso ungulati (cervi e caprioli) che affascinano la maggior parte delle persone.

I lupi non sono certo “migliaia e migliaia” come racconta il signore nel filmato delle Iene, ma in alcune zone hanno raggiunto buone densità e formato branchi stabili. Una delle critiche maggiori che viene fatta sui social ai ricercatori è che, nonostante tutti i progetti finanziati sul lupo, non abbiano mai fornito un dato certo sul numero di predatori presenti nel territorio nazionale. È impossibile fornire un numero certo di animali selvatici, lo sanno benissimo anche i cacciatori, è importante però arrivare ad una stima che sia la più realistica possibile. “L’obiettivo più ambizioso, in forma più quantitativa” cita il Progetto WolfAlps “è quello di applicare tecniche di cattura-marcatura- ricattura (CMR) sui dati genetici per valutare in modo accurato la dimensione della popolazione e stimare il tasso di sopravvivenza (Marucco et al. 2009, Cubaynes et al. 2010), possibile solo se questi campioni sono raccolti sulla base di un campionamento attivo-sistematico”. Questi dati sono in arrivo. È tuttavia altrettanto chiaro che non è ammissibile da parte di qualcuno fornire dati che indicano stime con il 60/70% di errore. E sono pertanto comprensibili le critiche che appaiono sui social a questo riguardo.

Nell’ultimo secolo non sono documentati casi di attacchi all’uomo, di contro è innegabile che la paura atavica dell’uomo nei confronti del lupo non derivi esclusivamente dalla favola di “Cappuccetto Rosso” o da quella dei “Tre Porcellini”, ma da episodi storici di antropofagia reali e documentati (sono documentati casi persino alle porte di Milano). Indubbiamente il contesto storico era completamente differente rispetto a quello attuale: un paio di secoli fa gli ungulati erano quasi estinti dal nostro territorio e l’unica fonte alimentare per i lupi era rappresentato dal bestiame domestico. Capitava tuttavia che l’attacco venisse rivolto a qualche giovane pastore. Non dimentichiamo inoltre che in quei periodi era presente anche la rabbia, una gravissima patologia in grado di trasmettersi anche all’uomo (zoonosi) e capace di far incrementare la perdita di diffidenza da parte dei carnivori nei confronti dell’uomo.

Non si può quindi sottovalutare la paura delle persone, e come tale deve essere compresa. La paura arriva spesso da mancanza di conoscenza del problema, serve un’informazione corretta e chiara.

È vero anche che sono sempre più frequenti i casi di attacchi di lupo nei confronti di cani da caccia e cani da compagnia, sia per un fattore di competizione che per il semplice fatto che il cane è sicuramente più facile da predare rispetto ad un cinghiale. Il mondo protezionista spesso rifugge questi fatti, forse semplicemente perché la maggior parte dei cani predati appartiene alla categoria dei cacciatori (e degli allevatori).

L’analisi, se deve essere fatta, deve essere onesta con tutti gli stakeholder. Negli Stati Uniti, ad esempio, attraverso delle semplici pagine internet (come nei siti del Michigan e del Wisconsin), Wolf caution Areavengono segnalate dettagliatamente le aree in cui vi è stato un attacco da parte di lupi nei confronti di cani, in modo da sapere esattamente quali sono le zone a rischio (magari perché localizzate al centro del territorio di un branco oppure perché territori in cui sono presenti soggetti che si sono “specializzati” su queste prede). Sarebbe ora che i cacciatori, oltre che mettere le foto su Facebook dei cani sbranati (e relativi commenti sull’apertura della caccia…), mettessero anche tutte le altre indicazioni relative a località, ora, data, punto GPS (visto che quasi tutti i cani ormai sono dotati di GPS), etc. Dati che potrebbero tornare utili non solo a loro stessi, ma anche ai ricercatori per valutare la reale presenza nel territorio di predatori, ed eventualmente anche il loro tasso di predazione o di difesa del territorio. Uno dei primi progetti in questo senso viene portato avanti dai tecnici del Parco dell’Appenino Tosco-Emiliano, che al prossimo convegno Atit presenteranno i dati della loro ricerca nell’area del parco e nelle aree limitrofe.

Passiamo infine alla categoria degli allevatori. È fondamentale considerare anche il loro punto di vista: un conto è il danno diretto inteso come il valore commerciale in Kg carne al macello di un animale domestico, un altro il valore intrinseco di quell’animale per l’allevatore ed il danno psicologico che ne deriva. Esistono diversi metodi di protezione nei confronti del lupo, ma spesso nessuno considera il danno indiretto determinato dalle maggiori spese (in termini di tempo e personale) che l’allevatore deve mettere in atto per gestire un gregge al pascolo in area di presenza di lupi. E soprattutto nessuno considera quali sono le mille attività che un pastore deve fare durante i mesi in alpeggio. A questo riguardo, vi consigliamo la lettura del blog “Pascolo vagante” ed in modo particolare di quest’articolo in cui l’autrice spiega un concetto fondamentale: “negli ultimi 15-20 anni la pastorizia in Piemonte ha dovuto per forza cambiare, con tutti i problemi, costi, ecc. che ben sapete. Visto che qualcuno per l’ennesima volta mi chiedeva quante specie di animali della fauna selvatica vorrei “eliminare”, ribadisco come sempre che la mia risposta è: “nessuna”. Nel caso del lupo, i pastori non chiedono costose squadre che provvedano agli abbattimenti, ma solo semplicemente di poter difendere il proprio gregge nel momento dell’attacco, unica strategia possibile anche per “educare” il predatore a stare alla larga dal gregge”.

Nel report tecnico “Public attitudes toward wolves and wolf conservation in italian and slovenian alps”, redatto nell’ambito del progetto WolfAlps, in cui si è valutato l’atteggiamento delle persone nei confronti della presenza del predatore, gli autori scrivono: “In conclusione, i risultati del nostro studio suggeriscono che, sebbene nel complesso i residenti delle diverse aree delle Alpi siano favorevoli alla conservazione del lupo, questi devono essere costantemente oggetto di campagne di informazione ben pianificate. I cacciatori, come uno dei principali gruppi di interesse, hanno dimostrato di poter essere partner nella conservazione del lupo, quindi in futuro uno sforzo maggiore dovrebbe essere rivolto verso la costruzione di questa partnership. Gli allevatori, che sono il gruppo al centro di praticamente tutti i progetti di conservazione del lupo in Europa, sono stati costantemente contrari alla sua conservazione in tutte le aree. Questa scoperta suggerisce che vi sia la necessità di una nuova valutazione degli approcci attualmente utilizzati a risolvere la questione del conflitto lupo-zootecnia”.

Occorrerebbe quindi valutare meglio perché gli allevatori sono “costantemente contrari”. L’ira dei pastori, in alcune situazioni, cresce proprio perché: “chiunque, appassionato di natura, di montagna, di fotografia, con un suo sito, una sua pagina, un numero di persone non indifferente che lo segue, può permettersi di blaterare sul loro mestiere [rif. allevatori] senza capire… niente!! […] Si critica la faziosità altrui, ma cosa fareste voi se qualcuno venisse a dirvi che, per risolvere un problema che affligge la vostra attività, avete solo da assumere più personale o “tenere meno bestie”. Ma sì… tanto… cosa volete che sia? […] I pastori si arrabbiano leggendo una cosa del genere, tanto quanto si arrabbiano trovando un loro animale sbranato” (Tratto da “Pascolo Vagante”).

La montagna è sempre più in fase di abbandono e sfruttata in gran parte solo a fini turistici, spesso proprio dagli “intellettuali da salotto” che sentenziano comportamenti e stili di vita senza conoscere le reali problematiche di un territorio, a volte comprensibili solo vivendoci 12 mesi l’anno.

La bellezza della montagna è frutto anche dell’attività umana, della gestione dei pascoli e dei boschi. L’economia rurale non può essere messa in secondo piano, e deve essere protetta esattamente come il lupo.

Quando i vari portatori d’interesse non considerano tutti questi fattori è fisiologico che, anziché trovare un punto di incontro per la gestione coordinata della situazione, si arriva ad una frizione, in cui ognuno finisce col sentirsi autorizzato a dire e fare ciò che ritiene più opportuno. In questo modo tutti perdono, compresa la montagna, perché nessuno è stato in grado di avere né l’umiltà né la pazienza di ascoltare l’altro.

E quando si perde chi ci rimette alla fine è il lupo. Il tasso di bracconaggio in Italia è elevatissimo, e nonostante ciò la specie è in espansione. Che senso ha quindi continuare questa strategia iper-protezionistica? Non avrebbe più senso gestire meglio i rapporti tra i vari stakeholder e la stessa popolazione cercando maggior collaborazione sul territorio? E attenzione a voler aprire la caccia a tutti i costi, non è detto che si verifichi un effetto boomerang come lo è stato per il cinghiale!