Lockdown e Fase 2: rispettate la fauna selvatica!

Da tempo, qualche amico ci stimola a parlare dell’aumento della presenza della fauna selvatica in vicinanza di strade, paesi e città.
Famosissima la notizia della foto dell’aquila reale vista sui cieli di Milano. Forse l’immagine più emblematica di tutte! E per rimanere in Italia, famose anche le famigliole di cinghiali a spasso in centro città, le covate di germani sulle ciclopedonali, fino ai caprioli che si battevano sulle strade che portano in Valle Strona (Video di Alberto Filippini), e non tra Nembro e Selvino come qualcuno ha scritto.
Queste scene, che si sono potute ammirare a tutte le latitudini del pianeta, non devono stupire e non meritano quindi, a nostro avviso, la sensazionalità della notizia. Gli animali ci sono, basta essere capaci di osservarli, di vedere i loro segni di presenza, di rispettare i loro habitat che spesso, senza saperlo, si sovrappongono a quelli che pensiamo siano solo nostri. E invece l’habitat non ha dei confini netti e invalicabili e, se manca il maggior disturbatore della fauna, l’uomo, ecco che la natura stessa si riappropria piano piano dei suoi spazi, anche se ora sono asfaltati, recintati o invasi dal cemento.
Più di quindici anni fa, durante le lezioni del master di Ecopatologia della Fauna, il compianto Professore Guido Tosi ci raccontava che “in Italia è presente più fauna oggi che nel Medioevo”. Quindici anni fa! Praticamente sono già passate due generazioni di cervo, tre generazioni di caprioli e almeno sette di cinghiale. Fate ora voi i conti di quanti animali ci sono adesso!
Sentire ancora oggi che qualcuno è convinto del contrario, fa ben capire quanto siano distanti dalla realtà i cittadini delle metropoli e coloro che guardano la natura solo attraverso uno schermo.
La realtà dei fatti è ben conosciuta da chi ha avuto la fortuna di vivere fuori dai grandi centri abitati, apprezzando la pace di questi luoghi pur essendo lontano dal luogo di lavoro o dai servizi, che spero si sia capito, così essenziali non sono!
Purtroppo, c’è un’intera fetta di “fruitori della montagna”, come vengono definiti e come si definiscono queste persone, che utilizzano la montagna solo per i propri interessi, ben lontani dall’avvicinarsi a comprendere tutto ciò che questo complesso territorio può significare.

“La Montagna è fatta per tutti, non solo per gli alpinisti: per coloro che desiderano il riposo nella quiete come per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più forte” recitava Guido Rey, nipote di Quintino Sella.
Aggiungo io: “la montagna non è fatta però per gli usurpatori”. L’approccio attuale di questi moderni “fruitori” non sta né nella quiete di ascoltare, annusare e osservare l’ambiente e gli animali che ci circondano e nemmeno nella fatica di salire ripidi versanti o esplorare nuovi spazi con binocolo al collo per ammirare la maestosità della natura, semplicemente perché costoro pretendono sentieri lastricati, rifugi a 5 stelle e possibilità di fare tutto ciò che vogliono con i loro cani, possibilmente liberi dal guinzaglio.

Da quasi vent’anni frequento l’Alpe Devero per lavoro e svago e da sempre cerco di evitare i week-end e il mese di agosto. Piazza Duomo di un giorno qualunque, in confronto, è un deserto. E tutte le volte che passeggio nella piana e banalmente mi metto a puntare il binocolo vicino alla condotta della centrale per guardare camosci o cervi, o magari anche stambecchi, mi prendono per pazzo: “Figurati se lì ci sono animali con tutta questa gente che è stravaccata a fare picnic sui prati” mi dicono. Eh beh, gli animali invece ci sono, e sanno che per fortuna nessuno di quei bipedi e di quei quadrupedi col cappottino e col respiro rantoloso che saltellano lì intorno ha il fiato per salire da loro, e così se ne stanno lì tranquilli a guardarli dall’alto.
Poi ci sono i fruitori che invece non si fermano a trecento metri dal parcheggio e che percorrono i vari sentieri con i loro amici a quattro zampe. E siccome in genere il cane è poco collaborativo e tira un po’ il guinzaglio, forse perché non ben educato, allora molto meglio lasciarlo libero, con buona pace delle norme di buon senso. In questo modo il cane sarà sempre una decina di metri avanti al proprio padrone, scollinerà e arriverà nelle radure dove pascolano gli animali sempre prima del conduttore, facendo fuggire marmotte, caprioli, cervi, camosci, stambecchi. Sperando sempre che non si metta a inseguirli, ovviamente. Il “fruitore” proseguirà il suo bel giro in montagna senza vedere nessun animale fuorché il suo cane e tornerà in città con la consapevolezza, tutta insita nella sua testa, che di animali non ce ne sono, magari scaricando anche le colpe di questi mancati incontri sul mondo venatorio che, a loro avviso, “uccide tutte le povere bestie presenti sul pianeta solo per sport”.

L’anno scorso ho dovuto dibattere con una giovane coppia perché il loro bel Border Collie era ovviamente qualche centinaio di metri avanti a far correre stambecchi e marmotte. La risposta della saccente donzella al mio richiamo di legare il cane è stato “è nella loro indole inseguire gli animali”. Potete ben immaginare la risposta…

Purtroppo, è dura da dire, ma molti amanti dei pets (non tutti per fortuna!) non sono anche amanti della fauna, nonostante quello che scrivono sui social in difesa dell’ambiente e degli animali che loro pensano di conoscere bene, ma che hanno visto solo attraverso Superquark. I paladini che oggi si ergono a difesa anche di M49, sono gli stessi che sostengono che la libertà del loro gatto domestico valga molto di più della sopravvivenza di uccelli, anfibi e rettili che popolano, a loro insaputa, prati e boschetti nelle immediate vicinanze di casa. E sono sempre gli stessi che per “amore” del loro cane non vedono l’ora di farlo correre in montagna dietro alle marmotte, meglio ancora se in un Parco, perché “almeno lì non ci sono cacciatori”! Eh sì, ho dovuto sentire anche questa, perché l’ignoranza è davvero fin troppo diffusa.

L’amore per gli animali è innanzitutto il rispetto dei luoghi e l’acquisizione della conoscenza delle fatiche a cui certe specie vanno incontro per sopravvivere tutto l’anno in determinati contesti.

Ora che si aprono le gabbie in cui siete stati costretti in questo lockdown, ora che riconquisterete la vostra libertà, ora che vi sfogherete tornando a invadere la pace di quei territori, cercate di frequentare quegli splendidi ambienti immersi nella natura avendo rispetto di tutte le forme di vita che sono state benissimo senza di voi e senza i vostri amici quadrupedi pronti a inseguirli.
Del resto, se una marmotta decide di addentare il polpaccio di un domestico viziato e maleducato, se un cervo decide di caricare un cane fuori posto, se uno stambecco decide di prenderlo a testate, se una vipera lo morde sul muso, se un lupo lo attacca alla gola o se un orso gli dà una zampata di avvertimento, la colpa non è degli animali selvatici, ma solo vostra!
Purtroppo però la razza umana, con la sua visione limitata e di parte, darà sempre la colpa all’aggressività del selvatico pericoloso.
E al contrario, giustificherete come casualità o danno collaterale l’eventuale situazione in cui il vostro cane azzanna un caprioletto appena nato, distrugge un nido di anatidi o preda dei pulli di galliformi alpini (specie tra l’altro a rischio), oppure il caso in cui il vostro gatto uccida salamandre per gioco, piccoli uccelli nidifughi o ghiri e scoiattoli. Voi avete sulla coscienza un danno enorme alla biodiversità! In questo caso siate almeno onesti, non dite di amare gli animali, dite di amare solo il vostro Fuffi. Evitereste l’ipocrisia!

Oltre alle regole, che sono scritte e chiare, serve anche e soprattutto il buon senso, che si impara leggendo e ascoltando (https://bepartofthemountain.org/it/organisation). Il disturbo antropico e gli animali domestici, purtroppo, fanno molti più danni di quanto si possa immaginare.

Si ringrazia Romano Marra (www.mozzio.it) per la gentile concessione della foto dei cervi.

Articoli correlati: https://ilblogdialpvet.wordpress.com/2019/01/21/be-part-of-the-mountain-in-montagna-siamo-solo-degli-ospiti/

Alpine Seminar – Rifugio Curò 10-11 settembre 2016

Nell’ambito della rassegna “I Maestri del Paesaggio”, si svolgerà nelle giornate del 10 e 11 settembre 2016 l’Alpine Seminar presso l’Ostello Curò, struttura del CAI di Bergamo situata in alta Valle Seriana a 1.900 metri di quota, .

Curò

Quest’anno il tema generale della rassegna è il Wild Landscape declinandone la lettura nello specifico contesto della montagna. In particolare il seminario in quota si propone l’obiettivo di offrire l’occasione per riflettere su tutte le componenti “wild” che fanno parte della macro-area alpina analizzando ed interpretandone i vari aspetti in funzione degli attuali cambiamenti della società.
Verrà inoltre svolto un focus sulle opportunità e problematiche che questi cambiamenti hanno determinato ai vari fruitori dell’ambiente alpino ed alla gente di montagna.

Il programma del seminario prevede una serie d’interventi a cura di relatori con diverso profilo ed esperienze professionali in modo da poter fornire uno sguardo completo e aperto a tutti gli aspetti tecnici e culturali che fanno parte della montagna.

Tra i relatori dell’Alpine Seminar sarà presente anche il dott. Luca Pellicioli (Studio Associato AlpVet) con una relazione dal titolo “Il ritorno della natura selvaggia. Paesaggi, animali e uomini, un rapporto da ripensare?”.

La quota di iscrizione è 70 Euro (quota ridotta per studenti e docenti) e prevede anche la pensione completa all’ostello o rifugio Curò oltre che il rilascio di crediti formativi per gli iscritti all’ordine degli architetti e agronomi/dottori forestali.

Il programma completo del seminario con tutte le indicazioni e la possibilità di pre-iscrizioni è disponibile al seguente link: http://www.imaestridelpaesaggio.it/2016/educational/dettaglio/Alpine-Seminar/

PROGRAMMA

Sabato pomeriggio 10 settembre (h 15:00-18:00)
Figlio della natura o opera dell’uomo? Il paesaggio alpino tra genesi ed evoluzione
Maurizio Dematteis, giornalista e ricercatore, direttore della rivista Dislivelli

Montagne nude e montagne vestite: presenza umana e fluttuazioni del bosco in area alpina negli ultimi due millenni
Renato Ferlinghetti, geografo e naturalista. Centro studi sul territorio “Lelio Pagani” – Università di Bergamo

I santuari del mondo selvaggio. Ruolo, importanza e funzioni dei parchi dell’area alpina.
Enrico Bassi, naturalista, consulente scientifico del Parco Nazionale dello Stelvio.

Sabato sera 10 settembre (dopocena)
Proiezione di docufilm a cura dell’Associazione “Gente di montagna”

Domenica mattina 11 settembre (h 8:30-12:30)
Il ritorno della natura selvaggia. Paesaggi, animali e uomini, un rapporto da ripensare?
Luca Pellicioli, medico veterinario (Studio AlpVet), membro Comitato Scientifico Centrale CAI e del gruppo “Grandi Carnivori”

Limiti e potenzialità di una visione selvaggia del territorio.
Tiziana Stangoni, dottore forestale libero professionista, presidente dell’Ordine dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali delle province di Como-Lecco-Sondrio

Biodiversità: tra esigenze di tutela della vita selvaggia e l’approccio dei servizi ecosistemici
Elisabetta Rossi, dottore ambientale, lavora alla struttura valorizzazione aree protette e biodiversità di Regione Lombardia, si occupa di progetti di conservazione della biodiversità

È veramente un paesaggio selvaggio? Lezione in campo, godendo dell’ambiente e dei paesaggi della Conca del Barbellino
Renato Ferlinghetti, geografo e naturalista, e Patrizio Daina, naturalista

Gestione faunistica e sanitaria delle popolazioni selvatiche – Università di Padova – Settembre/Ottobre 2016

Il Dipartimento di Medicina animale, produzioni e salute (MAPS) dell’Università degli Studi di Padova organizza dal 23 settembre al 22 ottobre 2016 la I° edizione del “Corso di gestione faunistica e sanitaria delle popolazioni selvatiche”. 

Il corso  si prefigge di dare delle conoscenze di base sui principi e le tecniche di gestione faunistica e sanitaria delle popolazioni di animali selvatici presenti sul territorio.
Il corso si focalizzerà su diversi aspetti:
– biologia ed ecologia di determinate specie di mammiferi e uccelli;
– principi di epidemiologia ed eco-patologia nell’ambito delle popolazioni selvatiche;
– patologie, sorveglianza sanitaria e analisi del rischio;
– tecniche di censimento, cattura, monitoraggio;
– aspetti igienico-sanitari delle carni di selvaggina.

Il corso si divide in 8 moduli e si svolgerà durante tre weekend (venerdì pomeriggio e sabato tutto il giorno) presso il Dipartimento MAPS – Polo di Agripolis (Legnaro PD). Inoltre il terzo sabato è prevista una uscita didattica facoltativa presso Parco di Paneveggio Pale di San Martino. L’attestazione di frequenza sarà rilasciata in caso di presenza ad almeno 5 moduli su 8, esclusa l’uscita didattica.

PROGRAMMA

Modulo 1 – Conservazione e gestione della fauna
Venerdì pomeriggio 23 settembre 14.00 – 18.00 – 4 ore §
Introduzione alla conservazione della fauna selvatica Gestione faunistica: obiettivi, interventi, monitoraggio 
Prof. Maurizio Ramanzin – UNIPD

Modulo 2 – Concetti  di ecologia e dinamica delle popolazioni
Sabato mattina 24 settembre 9.00 – 13.00 – 4 ore
Concetti generali di ecologia e dinamica di popolazione
Sistematica, distribuzione ed ecologia dei principali gruppi di mammiferi e uccelli

Dott. Giorgio Marchesini – UNIPD
Dott. Luca Pellicioli – Studio Associato AlpVet

Pranzo presso la sede del corso

Modulo 3 – Contenimento farmacologico dei mammiferi selvatici
Sabato pomeriggio 24 settembre 14.00 – 18.00 – 4 ore
Principi di anestesiologia e monitoraggio delle funzioni vitali
Approccio tecnico-scientifico alle catture di animali a vita libera 

Dott.ssa Giulia De Benedictis – UNIPD
Dott.ssa Cristina Fraquelli – Studio Associato AlpVet

Modulo 4 – Epidemiologia applicata alla fauna 
Venerdì 7 ottobre 14.00-18.00 – 4 ore
Principi di epidemiologia generale e applicata alla fauna selvatica I principi del campionamento
Prof. Marco Martini – UNIPD

Modulo 5 – Eco-patologia della fauna 
Sabato mattina 8 ottobre 9.00 – 13.00 – 4 ore
Patologie della fauna selvatica: zoonosi, malattie ad impatto economico, malattie con impatto sulla conservazione e biodiversità
Rapporto ospite-parassita: significato ecologico e fisiopatologia
Ruolo delle modificazioni ambientali e indotte dall’uomo nel ciclo dei patogeni e nell’introduzione-reintroduzione di malattie nella fauna selvatica Interazioni sanitarie tra animali selvatici e patrimonio zootecnico  

Dott. Rudi Cassini – UNIPD
Dott.ssa Federica Obber – IZSVE e Studio Associato AlpVet

Pranzo presso la sede del corso

Modulo 6 – Sorveglianza sanitaria e analisi del rischio nelle popolazioni selvatiche
Sabato pomeriggio 8 ottobre 14.00 – 18.00 – 4 ore
Sorveglianza passiva 
Sorveglianza attiva
Elementi di analisi del rischio di malattia nella fauna selvatica
Prioritizzazione e participatory epidemiology  
Dott. Carlo Citterio – IZSVE
Dott.ssa Federica Obber – IZSVE e Studio Associato AlpVet

Modulo 7 – Le carni di selvaggina: aspetti di sicurezza alimentare e normativa attinente
Venerdì pomeriggio 21 ottobre 13.00 – 16.00 – 3 ore
La filiera delle carni di selvaggina: aspetti sanitari, tecnici e legislativi
Prof. Valerio Giaccone – UNIPD

Modulo 8 – Etica venatoria e benessere dell’animale
Venerdì pomeriggio 21 ottobre 16.30 – 18.30 – 2 ore
Etica venatoria e benessere dell’animale per il prodotto carne di selvaggina  
Dott. Roberto Viganò – Studio Associato AlpVet

Uscita didattica 
Sabato 22 ottobre – 6 ore ipotetiche
Uscita nel parco di Paneveggio Pale di San Martino
Trekking e osservazione fauna 
Dott. Giorgio Marchesini – UNIPD

Il corso è aperto a studenti, liberi professionisti e veterinari (ULSS e ASL).

Informazioni e iscrizioni on-line dal sito dell’Università di Padova.
Segreteria organizzativa: Anna Schiavon
tel. 049 8272560
e-mail: anna.schiavon@unipd.it

Gestione faunistica e sanitaria delle popolazioni selvatiche EDI

 

Corso di perfezionamento – Programmazione, tecniche di cattura e traslocazione degli animali selvatici

Prenderà il via il 21 ottobre prossimo il I° Corso di perfezionamento in Programmazione, tecniche di cattura e traslocazione degli animali selvatici” organizzato dal Dipartimento di Medicina Veterinaria (DiMeVet) dell’Università degli Studi di Milano.

Nella gestione faunistica la cattura degli animali selvatici è un’attività che sempre più spesso vede coinvolto il Medico Veterinario in ambito di traslocazione di soggetti a fini di progetti di immissione, piani di contenimento numerico e rimozione di animali problematici. Lo sviluppo di queste operazioni richiede, oltre a conoscenze specifiche delle diverse tecniche (teleanestesia e catture meccaniche), una serie di conoscenze e competenze dal benessere e patofisiologia relative al contenimento di animali, all’etologia e biologia delle specie animali coinvolte. Altresì vanno attentamente valutate le implicazioni sanitarie ed i rischi epidemiologici intrinseci  nelle operazioni di cattura ed immissione, nonché aspetti amministrativi e legislativi. Un’articolata formazione culturale e professionale su tutti questi aspetti, fornisce al Medico Veterinario la preparazione adeguata per eseguire gli interventi di cattura dalle fasi di programmazione, alla loro esecuzione completa.

Il programma prevede 50 ore complessive di lezioni teoriche di cui 10 di attività pratica sul campo.
Tra i docenti del corso, anche i membri dello Studio Associato AlpVet e collaboratori.

Possono partecipare al Corso di Perfezionamento coloro che siano in possesso del Diploma di Laurea o della Laurea Specialistica in Medicina Veterinaria. Potranno essere ammessi anche laureati e laureati magistrali in altre discipline previa valutazione dei competenti organi del corso. Il bando di partecipazione al corso è disponibile sul sito dell’ateneo all’indirizzo: http://www.unimi.it/studenti/corsiperf/101960.htm.
Le domande di partecipazione dovranno essere presentate esclusivamente online compilando l’apposito modulo disponibile sul sito Internet dell’Ateneo. Le domande, provviste di curriculum vitae, dovranno essere inoltrate alla Segreteria organizzativa del corso:
Dott.ssa Angela Pagano
Tel. 02 503 18122 – Fax  02 503 18079
E-mail: angela.pagano@unimi.it

Il Bando sarà on-line da fine agosto e le iscrizioni chiuderanno il 26 settembre.

Corso Perfezionamento Catture 2016

 

 

 

51° assemblea nazionale UNCZA – Morgex 1/3 luglio 2016

Si terrà a Morgex (AO), nelle giornate del 1, 2 e 3 luglio prossimo, la 51° assemblea UNCZA.

La prima giornata (1° luglio) sarà dedicata all’insediamento della Commissione CIC per la valutazione dei trofei.

La seconda giornata (2 luglio) comincerà alle 9 con il convegno “Quale gestione venatoria per il futuro del camoscio alpino?”. Introdotti da Sandro Flaim, presidente UNCZA parteciperanno: Luca Pellicioli (Studio AlpVet), Silvano Toso (ex-direttore di ISPRA), Piergiuseppe Meneguz (Università di Torino), Franco Perco (Direttore Parco Monte Sibillini) e Sandro Lovari (Università di Siena).

Dopo il pranzo, si darà inizio all’assemblea nazionale, momento a cui faranno seguito le premiazioni delle tesi di laurea.

Purtroppo quest’anno non è stata premiata nessuna tesi seguita dai membri del ns Studio. Era andata meglio l’anno scorso con il premio ricevuto per una tesi dal titolo “Gestione e conservazione del cervo (Cervus elaphus) in ambiente alpino – Analisi dei dati morfobiometrici e metabolici pre- e post- bramito”.
Sarà per la prossima…

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Le Malattie trasmissibili del cinghiale

Riportiamo integralmente l’articolo scritto dai colleghi Federica Obber (Studio AlpVet), Martina Besozzi (Studio AlpVet) e Nicola Ferrari (DIVET – UNIMI), pubblicato in questi giorni sulla rivista Weidmannsheil.

Il cinghiale 230px-Zwijntje1-1024x800rappresenta forse la specie selvatica più problematica dal punto di vista sanitario nell’interfaccia tra animali domestici e fauna, sia a causa della sua recettività a diverse infezioni importanti, sia a causa della sua abbondante, quando non sovrabbondante, diffusione.

Questo breve contributo prende spunto da una comunicazione a cura della SIEF (Società Italiana di Ecopatologia della Fauna) nell’ambito del recentissimo incontro dal titolo “Uno sguardo oltre l’emergenza cinghiale”, organizzato dal GLAMM (Group for Large Mammals Conservation and Management – Gruppo per la conservazione e gestione dei grandi mammiferi), nato in seno dall’Associazione Teriologica Italiana, e ha lo scopo di introdurre ai Lettori alcuni dei più importanti patogeni della specie, inquadrando brevemente ciascuno di essi, laddove possibile, nella realtà territoriale del nostro Paese. Questo secondo punto è particolarmente importante, in quanto a diverse realtà territoriali e gestionali possono corrispondere situazioni epidemiologiche completamente diverse.

In estrema sintesi, potremmo suddividere i più importanti patogeni che colpiscono il cinghiale in tre categorie:

  1. Zoonosi, ovvero malattie che dal cinghiale possono essere trasmesse all’uomo
  2. Malattie con impatto sulla sanità degli animali domestici
  3. Malattie importanti per la conservazione delle specie selvatiche

Va anticipato che queste categorie non sono mutualmente esclusive, in quanto lo stesso patogeno potrebbe ritrovarsi in più di una: in questo contributo tuttavia, trattandosi di un’introduzione generale, non scenderemo troppo nei dettagli, riservandoli per un’eventuale trattazione delle singole malattie in prossimi articoli.

1 – ZOONOSI

Due malattie zoonosiche per cui il cinghiale è spesso chiamato in causa sono la brucellosi e la tubercolosi.

Il cinghiale può essere serbatoio, anche in alcune popolazioni del nostro Paese, come ad esempio in Emilia Romagna, di Brucella suis (in particolare la biovar 2), specie non particolarmente patogena per l’uomo, ma potenzialmente importante per il suino domestico. Il problema di interazione con i suini si pone comunque nel caso di piccole produzioni locali o allevamento semi-brado, mentre il passaggio di questo patogeno al comparto industriale appare decisamente poco probabile. Sebbene B. suis biovar 2 fosse notoriamente endemica nelle popolazioni centro-europee, solo dagli anni ‘90 è stata osservata in Italia, e non è a tutt’oggi chiaro se, pur essendo già presente, non fosse mai stata individuata precedentemente, o se potrebbe essere stata importata tramite immissioni faunistiche non solo di cinghiali esteri, ma anche di lepri infette, suscettibili a questa patologia. Tra l’altro, l’infezione da B. suis potrebbe anche avere un impatto su specie a notevole valenza conservazionistica, come l’orso marsicano, influenzandone negativamente la dinamica nel tempo a causa delle sue caratteristiche di cronicità. Non sembra invece che il cinghiale possa fungere da serbatoio di altre specie del genere Brucella e in particolare per quelle tipiche dei ruminanti domestici, come B. abortus o B. melitensis. (Scarica la brochure del CDC sui rischi).

Per quanto riguarda invece la tubercolosi, va detto anzitutto che è ancora oggetto di studio se nel nostro Paese il riscontro nel cinghiale di lesioni riferibili a questa patologia sia più probabilmente espressione di un mantenimento della malattia nella popolazione, oppure di infezione contratta dalla condivisione dell’ambiente con altri ospiti di mantenimento selvatici o domestici. Linfonodo TBCPoiché il cinghiale, data la sua modalità di alimentazione (grufolamento), è certamente un buon “raccoglitore” dei micobatteri che causano la malattia, questa specie può fungere anche da indicatore dell’eventuale presenza di questi patogeni in un territorio. In ogni caso, l’interpretazione di eventuali riscontri deve sempre essere oggetto di attenta analisi, anche in relazione alla complessa sistematica ed ecologia dei micobatteri. A supporto di questo assunto, a titolo esemplificativo vale la pena di ricordare come in alcune popolazioni di cinghiale sia stato isolato esclusivamente Micobacterium microti, specie non patogena per l’uomo ed il cui serbatoio naturale sono i micromammiferi. L’associazione tubercolosi-cinghiale che spesso viene fatta, e forse anche qualche Lettore che va a cacciare all’estero potrebbe fare, deriva in realtà dalla situazione di altri paesi in cui questa specie è effettivamente serbatoio di tubercolosi, ma questo accade soprattutto a causa del mantenimento artificiale, a fini venatori, di densità di popolazione “innaturalmente elevate” (in Spagna, ad esempio, fino a 90 capi/100 ha).

Infine, una zoonosi che certamente molti dei nostri Lettori avranno sentito nominare è la trichinellosi, trichinella_lifecyclecausata dal parassita Trichinella, che si trasmette all’uomo attraverso il consumo di carne cruda o poco cotta. Anche in questo caso il cinghiale non è tanto l’ospite di mantenimento, ma è comunque a rischio di infestazione a causa della sua occasionale necrofagia, e questo è il motivo per cui la normativa prevede che tutti i cinghiali cacciati debbano essere sottoposti al controllo per questo parassita. Nel tempo, questo patogeno nel nostro Paese sta diventando sempre meno frequente, e le positività sono sempre più rare non solo nel cinghiale, che come accennato rappresenta comunque un ospite occasionale, ma anche nelle specie dove nel passato era estremamente comune, come ad esempio la volpe. E’ interessante notare come alcuni studi abbiano ipotizzato che questa “tendenza del parassita verso l’estinzione” potrebbe essere legata alle trasformazioni negli ecosistemi occorse negli ultimi decenni, e in particolare all’impoverimento nella biodiversità di alcune aree, ancora a sottolineare il legame profondo tra l’ambiente e la sanità animale.

2 – MALATTIE CON IMPATTO SULLA SANITÀ DEGLI ANIMALI DOMESTICI

Poiché il cinghiale e il suino domestico sono biologicamente la stessa specie, sono sensibili alle stesse patologie. Per questo motivo, le più temute infezioni del cinghiale sono due malattie virali specifiche dei suidi, altamente patogene e contagiose, che possono avere un impatto economico importante sull’allevamento degli animali domestici e la cui presenza è causa tra l’altro di blocchi delle movimentazioni di animali e prodotti derivati con gravi conseguenze dal punto di vista economico, a maggior ragione in un paese come il nostro, dove il suino è la base di prodotti molto pregiati e universalmente conosciuti. Queste due infezioni sono la Peste Suina Classica, oggi assente in Italia, e la Peste Suina Africana, oggi assente nell’Italia continentale, ma ancora endemica in Sardegna. Seppur dovute a due virus diversi, l’elevata mortalità e il tipo di lesioni, a carattere soprattutto emorragico, che causano le rendono praticamente indistinguibili senza appositi esami di laboratorio. Su queste due malattie è sempre opportuno mantenere viva attenzione, date la presenza ormai praticamente ubiquitaria del cinghiale e soprattutto la tipologia di gestione di questa specie, spesso finalizzata al massimo prelievo venatorio a scapito della stabilità, con rapido ricambio e destrutturazione delle classi di età della popolazione; senza citare in questa sede pratiche decisamente “borderline” come l’alimentazione artificiale, che favorisce l’aggregazione di animali, il superamento delle densità naturali e quindi la diffusione delle infezioni, o addirittura l’incontrollata (e incontrollabile) immissione di soggetti.

3 – MALATTIE IMPORTANTI PER LA CONSERVAZIONE DELLE SPECIE SELVATICHE

Questo gruppo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non comprende malattie importanti per la conservazione del cinghiale, sia perché nel nostro Paese attualmente nessuna malattia è in grado di incidere significativamente sulla dinamica della specie, sia perché è forse troppo tardi per parlare di conservazione del cinghiale intesa come conservazione dei ceppi originari della nostra area geografica.

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Immagine tratta da Piano regionale di monitoraggio della fauna selvatica – Regione Lombardia

Ci occuperemo invece brevemente della malattia di Aujeszky, una malattia virale presente, anche se in modo non omogeneo, nella popolazione di cinghiale del nostro Paese. Questa patologia è tradizionalmente importante nell’allevamento suino, ma il passaggio dal cinghiale al suino del comparto industriale in Italia è pressoché assente, come evidenziato anche dal fatto che nei maiali di allevamento circolano ceppi diversi da quelli che circolano nel cinghiale. La malattia di Aujeszky, per contro, può avere un impatto, oltre che su suini allevati in stato semibrado per produzioni locali, anche e soprattutto su specie come i grandi predatori, non in modo cronico (come la già citata brucellosi), ma decisamente acuto. Infatti, mentre nel cinghiale essa è spesso praticamente asintomatica, nei carnivori come il nostro cane, ma anche come lupi e orsi, qualora ad esempio ingeriscano visceri o carni crude di cinghiali o maiali infetti si può sviluppare una gravissima encefalite, spesso ad esito letale, con un conseguente possibile impatto sulla conservazione di queste specie.

 

In conclusione, quello che abbiamo cercato di evidenziare in questo contributo è come la gestione delle specie, e del cinghiale in particolare, non possa oggi essere vista in una sola prospettiva (nello specifico, in prospettiva venatoria), ma debba considerare anche le possibili ripercussioni economiche e sociali, nonché le ricadute sulla biodiversità e su un contesto ambientale che non è un’entità statica, ma subisce continue trasformazioni alle quali anche i patogeni si adattano e nelle quali possono verificarsi situazioni nuove e impreviste.

Per saperne di più

Visita il sito della SIEF: www.sief.it

Visita il sito dell’ATIt: http://biocenosi.dipbsf.uninsubria.it/atit/

Corso Abilitazione Censimenti e Caccia di selezione agli ungulati – FIDC Varese

Il 22 marzo avrà inizio il Corso di abilitazione ai censimenti e alla caccia di selezione agli ungulati, organizzato dalla sezione FIDC di Varese, in collaborazione con la Provincia di Varese.

Il corso, conforme ai requisiti ISPRA, sarà tenuto dai componenti dello Studio AlpVet, coadiuvati da alcuni collaboratori, esperti in materie specifiche.

Le lezioni si svolgeranno presso la sede della Provincia di Varese nelle giornate di martedì e giovedì, con alcune giornate dedicate a prove pratiche e uscite sul campo. Il corso terminerà il 15 maggio.

Le iscrizioni dovranno pervenire entro l’8 marzo.

L’organizzazione del corso prevede anche la possibilità di seguire moduli specifici di abilitazione alla caccia di selezione ad una singola specie.

Per maggior informazioni, sul sito www.alpvet.it, alla sezione Documenti potete scaricare il programma e le informazioni del corso completo, o del corso modulare.

Per ulteriori informazioni potete scrivere all’indirizzo info@alpvet.it o fidc.varese@fidc.it.

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Master in “Fauna selvatica e Gestione veterinaria della risorsa” – Parma

Segnaliamo questo interessante Master di II° livello organizzato dall’Università di Parma, e dall’amico/collega Gianmaria Pisani, sulla Gestione veterinaria della risorsa Fauna selvatica, che si terrà nell’anno 2016.

Le iscrizioni sono state prorogate al 20 dicembre 2015.

Maggiori informazioni a questo link e sulla pagina Facebook “Master Fauna Selvatica” .

Tra i docenti del corso anche la Dott.ssa Cristina Fraquelli ed il Dott. Roberto Viganò dello Studio Associato AlpVet, che tratteranno rispettivamente argomenti sull’Orso Bruno e sulla gestione delle Carni di selvaggina.

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Passato, presente e scenari futuri degli ungulati selvatici delle Alpi – 10 luglio 2015

Venerdì 10 luglio, alle ore 20.45 presso il Collegio Mellerio Rosmini a Domodossola, si terrà il seminario dal titolo “Passato, presente e scenari futuri degli ungulati selvatici delle Alpi”, tenuto dal Dott. Luca Pellicioli.

Il seminario, organizzato all’interno del progetto Filiera Eco-Alimentare finanziato con il contributo della Fondazione Cariplo, ha il patrocinio della Provincia VCO, dei Comprensori Alpini di Caccia VCO1 Verbano-Cusio, VCO2 Ossola Nord, VCO3 Ossola Sud, e dell’associazione Park-è, ed è il primo di SEI incontri sulle tematiche affrontate dal progetto.

Oggi il territorio montano è stato investito da profondi cambiamenti ambientali che hanno determinato una serie di modificazione della biodiversità alpina, condizionando anche la presenza degli stessi animali selvatici. Si è assistito negli ultimi decenni ad un notevole incremento di ungulati selvatici affiancato, in alcune regioni, dal ritorno dei grandi predatori e alla nascita di nuove problematiche di ordine conservazionistico.  Nuove sfide quindi ci attendono per sviluppare e proseguire la conoscenza di queste popolazioni di animali selvatici e favorire il mantenimento di un equilibrio con le attività zootecniche ed antropiche fondamentali per la sopravvivenza dei territori montani.

Il seminario è libero e aperto a tutti.

Locandina 10luglio2015

“Il gusto della Montagna” – CAI Bergamo

Nell’ambito del ciclo di conferenze “Il gusto della montagna” organizzate dalla Sezione del CAI di Bergamo in collaborazione con la Domus Bergamo, martedì 30 Giugno alle ore 19.00 sarà presente il dott. Luca Pellicioli con una relazione divulgativa dal titolo “Camoscio e stambecco: come riconoscerli sui sentieri delle Orobie”.

Sede dell’evento è la Domus Bergamo, allestita in occasione dell’Expo, e situata nel centro della città in Piazza Dante.

Cai Bergamo_30giu2015