La Peste Suina Africana

Da diversi anni ormai continuano le segnalazioni di focolai di Peste Suina Africana (PSA) provenienti dall’Est Europa, e che hanno raggiunto anche i territori della Repubblica Ceca, Ungheria e Romania. Recentemente (13 settembre 2018) si è assistito addirittura ad un salto della patologia anche in Lussemburgo, destando grande preoccupazione nell’ambiente scientifico che ha avvertito la necessità di fornire indicazioni utili per la gestione e la prevenzione della malattia su tutto il territorio della Comunità Europea (Handbook on African Swine Fever in wild boar and biosecurity during hunting – Vittorio Guberti, Sergei Khomenko, Marius Masiulis, Suzanne Kerba, version 25/09/2018).

La PSA è una malattia virale causata da un DNA virus della Famiglia degli Asfaviridae, virus molto resistenti anche in ambiente esterno e soprattutto a basse temperature. Esistono due genotipi in Europa, il Genotipo I presente solo in Sardegna (Italia) ormai in forma endemica ed il Genotipo II largamente diffuso nell’Est Europa, entrambi fatali per gli animali che sviluppano la malattia. Colpisce soggetti della Famiglia dei Suidi, quindi suini domestici e cinghiali. L’animale infetto elimina il virus attraverso saliva, urine e feci per molti giorni.

Il contagio si realizza attraverso il contatto con secreti ed escreti (es. feci, urine) di animali infetti o parti di essi (sangue, organi), alimenti contaminati o, ancora, tramite morso da zecca. La presenza del virus negli scarti di cucina e nelle discariche non controllabili ha causato spesso l’insorgenza della malattia nelle popolazioni di cinghiali di molti Paesi. Nonostante il suino domestico sia il principale serbatoio di virus, il cinghiale può svolgere un ruolo rilevante ai fini della diffusione della malattia, soprattutto nelle aree in cui viene praticato l’allevamento semibrado in cui si stabiliscono facili contatti tra suini e cinghiali.

L’EFSA (Agenzia Europa per la Sicurezza Alimentare) ha individuato alcune strategie di gestione dei cinghiali selvatici nelle diverse fasi di un’epidemia di peste suina africana (PSA) divulgando un video molto chiaro su cosa andrebbe fatto prima, durante e dopo. E’ infatti noto il ruolo importante che i cinghiali selvatici svolgono nel propagare la malattia.

Video EFSA

Per ridurre i rischi di epidemie, dovrebbero essere attuate misure atte a diminuire la densità demografica delle popolazioni di cinghiale e di divieto di foraggiamento degli stessi. Dovrebbero altresì essere evitate attività che possano aumentare il movimento dei cinghiali (ad esempio le battute di caccia organizzate). Massima attenzione deve essere rivolta, inoltre, al trasporto di prodotti a base di carne di suino e di cinghiale, soprattutto dall’Est Europa: questa modalità di trasmissione della patologia, definita come “fattore umano”, è stata all’origine dei casi più recenti in Repubblica Ceca ed Ungheria. Carni e prodotti a base di carne infetti possono essere pericolosi data l’elevata resistenza del virus nei prodotti (es. 85 gg nei salumi), nelle carni refrigerate (3 mesi), nelle carni congelate (> 4 anni).

Non si deve inoltre dimenticare il ruolo di vettore che può svolgere il cacciatore durante l’attività venatoria svolta in aree infette, in quanto il virus può persistere anche sull’abbigliamento e sulle attrezzature utilizzate. In questo contesto le Associazioni Venatorie possono e devono svolgere un ruolo fondamentale di informazione e segnalazione all’interno della rete di associati, così come indicato anche dalla circolare ministeriale del 14 settembre scorso (qui scaricabile integralmente).

La segnalazione di cinghiali morti (sorveglianza passiva) rimane il modo più efficace per individuare nuovi casi di PSA in fase precoce nelle zone precedentemente indenni dalla malattia. Tale segnalazione deve essere immediata, al fine di mettere in atto tutte le misure previste per limitare l’infezione sul territorio.

Questa la distribuzione attuale della malattia nella Comunità europea:

ad_control-measures_asf_pl-lt-regionalisation

Annunci

Porcine Futures 1: Re-negotiating “Wilderness” in more than human worlds – 16/17 ottobre 2018

Nelle giornate del 16/17 ottobre 2018, si è tenuto a Praga un incontro sul tema della comunicazione e gestione del cinghiale, organizzato dal CEFRES (French Research Center in Humanities and Social Sciences), in collaborazione con Swedish Hunting Association attraverso una borsa di studio sul tema “Challenges Facing Swedish Hunting Ethics in Post-Modernity”.

PorcineFuture_Prague_2018

Il progetto, nato nell’ambito del programma TANDEM della Czech Academy of Sciences (CAS), Charles University e CEFRES / CNRS basato sulla cooperazione della piattaforma CEFRES e impegno per l’eccellenza nelle scienze sociali e umane, ha voluto affrontare il tema della gestione di una specie problematica, come il cinghiale, non solo nei contesti rurali, ma anche nei contesti urbani, in cui sempre più spesso il cinghiale si affaccia e convive, cercando di comprendere e interpretare la visione etica, sociale e antropocentrica che regola e/o determina l’approccio gestionale nei confronti della gestione della specie attraverso la caccia, il contenimento o la cattura dei soggetti.

In collaborazione con i colleghi dell’Università Svizzera di Lugano, lo Studio Associato AlpVet ha portato una comunicazione sul tema della gestione della specie: “A Tale of Two Boars: Ungulate Management in Italy and Germany”.

Di seguito riportiamo la traduzione dell’articolo:

Pochi studi scientifici hanno esplorato l’efficacia degli approcci concreti di gestione dei cinghiali selvatici. Non sorprende quindi che la “gestione” dei cinghiali costituisca un problema difficile (Rittel e Webber, 1979) in quanto deve soddisfare le diverse richieste delle parti interessate, che variano a seconda della legislazione venatoria che regola questi soggetti interessati. La domanda principale riguarda la proprietà legale del cinghiale: se appartiene al singolo proprietario terriero, allo stato, a tutti, o a nessuno? Il successo della gestione dei cinghiali sarà pertanto diverso a seconda del contesto legislativo. Un recente articolo empirico (Giacomelli, Gibbert, Viganò, in press) ha descritto la gestione e l’effetto della concessione di permessi per operazioni di contenimento rilasciati in un sistema di “empowerment della comunità” (CE) in un’area dell’Italia settentrionale in oltre dieci anni di attività (2009-2018). Gli autori illustrano l’efficacia della delega di blocchi crescenti di responsabilità per il controllo della popolazione di cinghiali da parte della Polizia Provinciale, dove i volontari (compresi i non cacciatori) hanno ricevuto permessi di effettuare operazioni di contenimento al di fuori della normale stagione di caccia.
Tuttavia, questo studio è stato condotto in un contesto legislativo in cui lo stato, insieme alla Regione/Provincia, mantiene la piena responsabilità per la gestione della fauna selvatica (compreso il danno economico) e vende permessi ai cacciatori che possono praticare la loro attività (cioè senza alcuna responsabilità diversa dal lecito abbattimento delle specie assegnate). Si pone, tuttavia, la questione di come trasferire questo sistema CE in altri territori con legislazioni venatorie differenti. In particolare, in paesi come la Germania e l’Austria, il proprietario fondiario ha in linea di principio il diritto di cacciare sulla sua terra, o di affittare quella terra per pagare i cacciatori. Questi cacciatori hanno quindi il diritto e il dovere di “gestire” la popolazione selvatica (compresi i danni subiti) in un’area geografica chiaramente demarcata che solo loro controllano. In molti modi, lo stato delega la gestione della fauna selvatica (insieme alla responsabilità economica) interamente ai cacciatori.
L’obiettivo del presente documento è quello di esplorare la possibilità di trasferire il sistema CE nel secondo sistema legislativo. Per affrontare questo problema, inquadriamo la gestione dei cinghiali come un “problema critico” incentrato sul ruolo chiave del singolo cacciatore che affitta il terreno e confronta il sistema italiano e tedesco come casi studio per i due diversi approcci alla gestione degli ungulati. Nel fare ciò, indichiamo diversi conflitti di interesse che il singolo cacciatore deve affrontare, rendendolo potenzialmente inadatto all’agente principale nella gestione dei cinghiali selvatici e discutendo le vie d’uscita da questi dilemmi.

Principi di base per la sanificazione di una cella frigo

L’importanza della cella frigorifera nella conservazione delle carcasse di ungulati selvatici è ormai ampiamente riconosciuta.

Ci auguriamo siano passati i tempi in cui le carcasse di camosci, caprioli, cervi, daini o cinghiali venivano tenuti a “frollare” in cantina o in garage, oppure consegnati a qualche amico macellaio che non essendo autorizzato a gestire le carni di selvaggina rischiava (o rischia tuttora) di vedersi applicate pesanti sanzioni dalle ASL competenti per il territorio.

La cella deputata ad essere Centro di sosta deve sottostare a determinati requisiti che rispettino anche le norme igieniche e un corretto processo di autocontrollo, che seppur minimale, deve necessariamente essere seguito. All’interno di questa cella i capi devono essere appesi dai garretti e le carcasse devono essere tenute sottopelo in attesa di trasferimento al proprio domicilio o al centro di lavorazione della selvaggina.

IMG_20171018_211445

Cervi appesi in una cella di sosta (Foto Roberto Viganò)

La cella privata destinata all’autoconsumo dovrebbe essere tenuta come il frigorifero di casa nostra: perfettamente pulita ed in ordine. Le carcasse dovrebbero essere messe nelle celle senza pelle (si ricorda che la tradizione di far frollare le carcasse sotto pelle era dovuta al semplice fatto che il mantello dava la protezione alle carni quando venivano stoccate in ambienti non certo ritenuti igienicamente puliti), in modo tale che il loro mantenimento a temperature controllate e con adeguata ventilazione (la cella deve essere impostata su temperature tra 1 e 3 °C, in modo che la carne rimanga sempre a temperature al di sotto dei 7 °C), consentano alle carni non solo un corretto processo di frollatura ma anche una diminuzione della carica batterica presente occasionalmente sulle superficie.

 

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Carcassa di cinghiale scuoiata (Foto di Roberto Viganò)

 

Se è pur vero che esistono altri modi per poter conservare la selvaggina in assenza di una cella frigo, come ad esempio attraverso la metodica del wet-aging (tecnica che illustriamo sempre in maniera molto dettagliata ai nostri corsi), sappiamo per certo che molti cacciatori e/o squadre di cacciatori, si sono attrezzati con frigoriferi dedicati allo stoccaggio degli animali appena abbattuti oppure con vere e proprie celle frigo installate presso le proprie abitazioni.

Seppur non sia obbligatorio per chi utilizza questi ambienti a solo scopo di autoconsumo seguire le indicazioni di un protocollo di autocontrollo inerente la sanificazione degli impianti, è tuttavia indispensabile che le celle che ospitano le mezzene delle carcasse che il cacciatore andrà ad usufruire per sé stesso e la propria famiglia, siano sanificate. Differente invece il discorso riguardante i Centri di Sosta registrati per la selvaggina selvatica, in cui l’applicazione della normativa in materia di HACCP diventa obbligatoria, così come per i locali di stagionatura, in cui lo sviluppo di muffe non nobili può compromettere la procedura e la conservazione del prodotto.

Come si sanifica quindi una cella? La risposta è molto semplice, tuttavia l’applicazione delle seguenti indicazioni deve essere fatta con criterio e nei modi adeguati.

Innanzitutto sarebbe buona prassi, ogni volta che la cella viene utilizzata (in carico o scarico) rimuovere lo sporco visibile grossolano con mezzi meccanici (stracci, spazzole, spatole), dopo di che proseguire con una pulizia mediante un prodotto detergente, preventivamente diluito in acqua non troppo calda (ideale dai 25 ai 45 °C, non oltre i 50 °C), secondo le proporzioni indicate dal produttore, e attendere che il prodotto faccia effetto (normalmente 5 minuti). Tra i detergenti consigliamo quelli neutri il cui principio attivo è un tensioattivo in grado di emulsionare sangue, grasso e sporco distaccandolo dalla superficie così da poter essere portato via con l’acqua. Una delle proprietà dei detergenti è la produzione di schiuma: è quindi assolutamente necessario un adeguato risciacquo con acqua tiepida.

Successivamente si procede con la distribuzione sulla superficie di un prodotto disinfettante, anch’esso preventivamente diluito in acqua secondo le proporzioni e alle temperature indicate dal produttore. Una volta atteso che il prodotto faccia effetto (normalmente 15/20 minuti per i sali di ammonio quaternario, meno per i prodotti a base di cloro), si risciacqua e si lascia asciugare oppure si asciuga con panno pulito o carta a perdere. Se le superfici non presentano sporco incrostato, è sufficiente utilizzare un buon disinfettante con potere anche detergente.

Tra i disinfettanti si consigliano quelli a base di Cloro attivo (ipoclorito di sodio e di calcio; cloramine; composti clorurati fosfatici), che hanno un ampio spettro d’azione ad efficacia antibatterica e agiscono bene anche su virus, spore, lieviti e muffe, oppure i prodotti a base di Sali d’ammonio quaternari, che sono in grado di solubilizzare i lipidi di membrana e denaturare le proteine ma sono poco efficaci su spore e virus con uno spettro d’azione battericida più ridotto. Per fare dei nomi, la semplice candeggina (almeno in concentrazione al 5%), oppure i detergenti per le sale di mungitura (consigliabili per chi deve gestire delle celle di sosta: si trovano a prezzi ragionevoli nei consorzi agrari e sono molto efficaci se adeguatamente diluiti), oppure ancora il lisoformio (almeno al 3%).

Per l’utilizzo di tutti questi prodotti si consiglia di utilizzare sempre adeguati dispositivi di protezione individuale come guanti, mascherine, occhiali, durante le fasi di pulizia. Inoltre è estremamente importante leggere attentamente tutte le indicazioni riportate sulle schede di sicurezza di ogni prodotto e tutte le altre indicazioni riportate in etichetta. Si sconsiglia di travasare prodotti in bottiglie di altro genere, tipo quelle esauste di bevande, così da evitare ingestioni accidentali di prodotti chimici (è una cosa talmente banale che non dovremmo nemmeno scriverlo, ma purtroppo ci è capitato anche di osservare tali sciocchezze!).

Le operazioni di pulizia dei pavimenti dovrebbero essere effettuati in ogni operazioni di carico e scarico della cella, con minor frequenza occorre effettuare la pulizia delle pareti, delle porte e dei ganci, fino ad arrivare ad una pulizia di tutta la cella nella sua complessità (scheletro di sostegno e binari compresi) almeno ad inizio e fine della stagione venatoria.

Al fine di mettere in pratica una sanificazione completa nei confronti di batteri, muffe, lieviti, spore e virus, nonché debellare in maniera totale odori persistenti, si raccomanda anche un trattamento mediante l’Ozono, da effettuare per lo meno ad inizio e fine di ogni stagione.
Scopri come effettuare un trattamento di ozonizzazione della tua cella cliccando qui.

Corso di abilitazione per aspiranti cacciatori di cinghiale in forma collettiva – Varese 2015

Locandina Corso Cinghiali VA_A4La Sezione FIDC di Varese e la Provincia di Varese organizzano in collaborazione con AlpVet il “Corso di abilitazione per aspiranti cacciatori di cinghiale in forma collettiva”.

Il corso, conforme ai requisiti ISPRA, si terrà presso la Sala Convegni di Villa Recalcati (sede della Provincia di Varese), in Piazza Libertà nr 1.

Il corso avrà inizio il 22 settembre.

Il programma del corso (scaricabile in dettaglio qui) svilupperà le seguenti tematiche:

  • Etica venatoria
  • Generalità sugli ungulati
  • Concetti di ecologia applicata
  • Metodi per la stima quantitativa delle popolazioni
  • Epidemiologia e patologie del cinghiale
  • Biologia del cinghiale
  • Riqualificazione ambientale e faunistica
  • Impatto della specie e immissioni
  • Prelievo
  • Quadro normativo
  • Tecniche di prelievo
  • Balistica
  • Recupero dei capi feriti
  • Trattamento dei capi abbattuti

È inoltre prevista una parte esercitativa pratica di maneggio armi presso un poligono.

Per informazioni:

Segreteria FIDC Varese
Tel/Fax: 0332-282074 e-mail: fidc.varese@fidc.it
Martedì e Venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 17 – Mercoledì e Giovedì dalle 9 alle 13

Segreteria AlpVet
e-mail: info@alpvet.it

Ulteriori informazioni su disponibili su www.fidc-va.eu e www.alpvet.it