Il 2017 di AlpVet

L’anno 2017 potrà essere ricordato come l’anno dedicato alle carni di selvaggina!

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Hanno infatti preso avvio due progetti che riguardano lo sviluppo della filiera selvaggina. Il primo, avviato a febbraio 2017, è la prosecuzione del Progetto “Filiera Eco-Alimentare” chiuso nel 2016. Questo progetto, che prevede la costituzione di un vero “Processo di Filiera” basato sulla partecipazione di tutti gli stakeholder per la gestione di prodotto sostenibile per lo sviluppo dei territori alpini, è finanziato da Fondazione Cariplo, è guidato egregiamente da Ars.Uni.VCO come capofila e vede tra i partner l’Università degli Studi di Milano con i dipartimenti di Scienze veterinarie per la salute, la produzione animale e la sicurezza alimentare (VESPA) e quello di Scienze Agrarie e Alimentari – Produzione, Territorio, Agroenergia (DiSAA), oltre ai Comprensori Alpini di Caccia VCO2 e VCO3, in qualità di co-finanziatori.

Il secondo progetto denominato “Selvatici e Buoni: una filiera alimentare da valorizzare”, ha preso avvio a settembre di quest’anno a Bergamo, ed è finanziato da Fondazione Una, con la partecipazione dell’Università delle Scienze Gastronomiche di Pollenzo, dell’Università degli Studi di Milano con il Dipartimento di Medicina Veterinaria (DIMEVET) e della Società Italiana di Medicina Veterinaria Preventiva.

In entrambi i progetti il nostro Studio è referente scientifico, e collabora nell’organizzazione e nella gestione dei corsi di formazione per cacciatori, oltre che alla pianificazione della filiera fin dalla sua partenza, collaborando a stretto contatto anche con macellai e ristoratori.

I corsi per “Cacciatore formato” sono stati apprezzati anche in altri contesti ed organizzati su specifica richiesta da Aziende Faunistiche Venatorie e Associazioni di cacciatori, sempre in collaborazione con le ATS e le ASL locali, con cui prosegue una proficua collaborazione. Quest’anno complessivamente abbiamo contribuito a formare oltre 300 cacciatori in giro per le Alpi! Dallo splendido scenario della conca di Carcoforo, passando per le vallate valsesiane e ossolane, scendendo a Varese e nella Valle del Ticino, risalendo le vallate bergamasche e spingendoci addirittura fin sotto il Monte Grappa! Speriamo che sotto le feste i cacciatori mettano in pratica quanto gli abbiamo insegnato, e che la selvaggina sia il piatto principale delle tavole natalizie!!! Un grazie particolare ai nostri chef di fiducia Ugo Facciola del Ristorante Edelweiss di Viceno di Crodo, Diego Valisi dell’Agriturismo Cascina Riazzolo, e Ivano Gelsomino della Trattoria Gstronomica La Selva di Clusone, validissimi collaboratori.

Entusiasmante come al solito la formazione rivolta ai cacciatori anche per ciò che concerne la caccia di selezione: il piacere di conoscere persone che credono in un’attività venatoria che vada sempre più verso un’evoluzione della sua pratica volta a garantire il benessere animale e la corretta gestione faunistica ci riempie di immensa gioia. Quest’anno, in collaborazione con FIDC Varese, ATC 1, ATC 2, CA Nord Verbano e con il Patrocinio della Provincia di Varese, abbiamo organizzato anche il I° Corso per Rilevatore biometrico. Una bellissima novità per noi anche dal punto di vista professionale, che ci ha permesso di trasmettere quanto imparato in questi anni di attività presso i centri di controllo della selvaggina.

Prosegue inoltre l’attività di ricerca scientifica e pubblicistica, non solo legata alle carni di selvaggina, ma anche alla sanità della fauna selvatica e alla sua gestione. Quest’anno abbiamo avuto modo di pubblicare alcuni lavori davvero interessanti, che a breve riporteremo in sintesi anche sulle pagine di questo blog: su Journal of Veterinary Science and Technology, è stato pubblicato un articolo sui risultati preliminari di un monitoraggio svolto sulla pseudotubercolosi nel camoscio, su Experimental and Applied Acarology, in collaborazione con ricercatori davvero in gamba, abbiamo contribuito a pubblicare un articolo sui patogeni presenti nelle zecche relativamente all’area di studio del VCO, e come non dimenticare il capitolo su “Game meat hygiene – Food safety and security”, il testo più importante a livello scientifico europeo inerente le carni di selvaggina, in cui abbiamo analizzato l’andamento del pH nelle carni di selvaggina.

Non dimentichiamo inoltre le comunicazioni portate a vari convegni nazionale e internazionale, tra cui il Congresso di Ecopatologia della Fauna tenutosi a Domodossola (in cui lo Studio ha dato davvero un fortissimo contributo in termini organizzativi) e due eventi in Nord America (The Wildlife Society’s 24th Annual Conference ad Albuquerque – New Mexico – e The Annual Meeting of the Academy of Management ad Atlanta – Georgia), in cui sono stati presentati dai colleghi dell’Università della Svizzera italiana di Lugano i primi dati di un caso studio sulla gestione del cinghiale.

Vale la pena ricordare la partecipazione anche a due eventi che hanno richiamato centinaia di persone: il convegno tenutosi a Macugnaga dal titolo “La cheratocongiuntivite infettiva: aggiornamenti e prospettive 30’anni dopo”, in cui abbiamo fornito un contributo a livello organizzativo e scientifico, e la 52° Assemblea UNCZA tenutasi a Madonna di Campiglio da titolo “Il Gallo forcello sulle Alpi: conservazione e gestione”, in cui è stato portato un contributo relativo ad indagini svolte sullo “Stress invernale nel forcello”.

Evento dell’anno anche il contest StambeccoOrobie, progetto culturale di osservazione partecipata, organizzato in stretta collaborazione con il CAI di Bergamo e con alcuni partner istituzionali (Provincia di Bergamo e Parco delle Orobie Bergamasche) e tecnici, in occasione dei 30’anni dall’inizio del “Progetto Stambecco in Lombardia” (1987-1990) con la prima liberazione degli Stambecchi sulle Alpi Orobiche.

Sempre in tema di specie di grande pregio conservazionistico, sottolineiamo come lo Studio AlpVet abbia aderito alla sottoscrizione per la messa al bando del Diclofenac come farmaco veterinario, in quanto riconosciuto come tale principio attivo sia estremamente pericoloso per la salute dei gipeti e degli altri avvoltoi che lentamente, grazie a ottimi progetti di re-introduzione, stanno ripopolando il territorio nazionale ed europeo.

È fonte di soddisfazione anche vedere come il nostro blog, continui a crescere e diventare un punto fermo per determinate informazioni: dopo l’exploit dell’anno scorso con oltre 25.000 visualizzazioni da parte di oltre 20.000 visitatori, quest’anno ci si sta attestando su cifre che passano le 18.000 visualizzazioni effettuate da quasi 14.000 visitatori. Anche quest’anno l’articolo più letto è stato quello sulle malattie trasmissibili del cinghiale con quasi 7.000 visualizzazioni, seguito da quello sulle zecche, con quasi mille visualizzazioni.

Il 2017 ha visto anche una piccola svolta nel nostro Studio, con l’uscita di Cristina Fraquelli, colonna portante e pensante di AlpVet prima ancora che nascesse lo Studio Associato. Abbiamo avuto la fortuna di lavorare e crescere con una grande professionista che ci ha insegnato tanto e ci ha trasmesso una grande passione per questo lavoro: in bocca al lupo Cristina per il tuo nuovo lavoro, e sappi che noi siamo sempre pronti ad accoglierti a braccia aperte!

Non ci resta che chiudere augurando a tutti i nostri lettori, colleghi, amici e conoscenti vari, i migliori auguri di buone feste e di un felice 2018!!

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Progetto “Selvatici e Buoni”: La cucina della Selvaggina – Workshop ristoratori – Bergamo, 29 gennaio 2018

Prosegue il progetto “Selvatici e Buoni” nell’ambito del territorio bergamasco con una nuova fase di azioni rivolte ai ristoratori e ai macellai, volta a mettere in comunicazione le due figure fondamentali per il rilancio a livello gastronomico delle carni di selvaggina.

In collaborazione con ASCOM Bergamo, e con il supporto dei partner di progetto, lunedì 29 gennaio si terrà a Bergamo (Via Borgo Palazzi, 137 – Presso Sala Corsi) un Workshop dedicato all’approfondimento della conoscenza delle carni di grossa selvaggina aperto ai ristoratori del territorio bergamasco.

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Questo il programma dell’evento:
Ore 15:00 – Introduzione ai lavori
Dott.sa Petronilla Frosio (Presidente Ristoratori Ascom Bergamo)
Dott. Nicola Perotti (Presidente Fondazione UNA Onlus)
Dott. Maurizio Zipponi (Pres. Comitato Scientifico Fondazione UNA Onlus)
Dott. Antonio Sorice (ATS Bergamo – Presidente Società Italiana Med. Vet. Preventiva)
Prof. Paolo Lanfranchi (Università degli Studi di Milano)
Avv. Lorenzo Bertacchi (Presidente Federcaccia Bergamo)
Ore 15:30 – 16:00  – Storia, cultura e tradizioni legata al consumo di selvaggina nel territorio alpino
Prof. Silvio Barbero (Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo)
Ore 16:00 – 16:45 – Aspetti nutrizionali e valorizzazione della qualità delle carni di selvaggina
Dott. Roberto Viganò (Studio Associato AlpVet)
Ore 16.45 -17:00 BREAK
Ore 17:00 – 17:30 – Marketing e aspetti economici legati alle carni di selvaggina
Dott. Eugenio Demartini (Dip. VESPA – Università degli Studi di Milano)
Ore 17:30 – 18:00 – Dibattito e confronto sulle tematiche esposte
Modera Dott. Luca Pellicioli (Studio Associato AlpVet)

Per iscrizioni: info@ascombg.it

Corso Cacciatore Formato – FIDC VA

La Sezione di Varese di FIDC, in collaborazione con lo Studio Associato AlpVet, con il patrocinio dell’ATS Insubria e della Provincia di Varese, organizza il “Corso per cacciatore formato”, rispondente alle direttive comunitarie CE 852 e 853 del 2004 e alla DGR di Regione Lombardia X/2612 del 7 novembre 2014.

Le lezioni teoriche si terranno nelle giornate del 21, 23, 28 e 30 marzo dalle ore 20,00 alle ore 23,00 presso la sede di FIDC VA in via Piave 9, a Varese, mentre la lezione pratica si svolgerà a Crodo nella mattinata di sabato 1° aprile. Al termine della lezione pratica è previsto un buffet di degustazione presso l’Albergo Edelweiss a Viceno di Crodo.

Programma dettagliato del corso e scheda di iscrizione sul sito www.fidc-va.it

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Corso Perfezionamento Fauna Selvatica e Sanità Pubblica

Anche quest’anno l’Università di Milano organizza un corso di perfezionamento per Medici Veterinari sulla Fauna selvatica.

Il mondo sanitario pubblico e privato è oggi chiamato a confrontarsi con  scenari, legati a popolazioni selvatiche e sinantropiche, che richiedono un adeguato processo formativo, sia culturale che professionale, per integrare gli aspetti più propriamente sanitari con quelli ecologici, in rapporto alle diverse specie animali presenti nelle varie realtà territoriali.

Da queste considerazioni scaturisce la V° Edizione del Corso di perfezionamento in “Fauna selvatica e Sanità Pubblica, volto ad offrire un inquadramento delle principali problematiche sanitarie, a partire dagli aspetti epidemiologici, essenziale per definire adeguate misure d’intervento, fino alla pianificazione di catture e traslocazioni, nonché agli aspetti produttivi e igienico-sanitari legati alla filiera eco-alimentare.

Questa edizione del Corso di perfezionamento si pone come primo passo di un percorso formativo che si articolerà nello sviluppo approfondito dei singoli temi introdotti, al fine di  formare operatori con specifiche professionalità, in grado di sapersi rapportare alle diverse problematiche sanitarie legate alla fauna selvatica e definire adeguate misure d’intervento.

Possono partecipare al Corso di Perfezionamento coloro che siano in possesso del Diploma di Laurea o della Laurea Specialistica in Medicina veterinaria, Scienze zootecniche e tecnologie delle produzioni animali, Scienze biologiche, Scienze e tecnologie agrarie e forestali, Scienze e tecnologie agro-alimentari, Scienze e tecnologie per l’ambiente e la natura, Biologia, Medicina e chirurgia, Scienze della natura, Scienze e tecnologie agrarie, Scienze e tecnologie forestali ed ambientali, Scienze e tecnologie per l’ambiente e il territorio, Scienze zootecniche e tecnologie animali.

Potranno essere ammessi anche laureati e laureati magistrali in altre discipline previa valutazione dei competenti organi del corso. Il bando di partecipazione al corso è disponibile sul sito dell’ateneo all’indirizzo: http://www.unimi.it/studenti/corsiperf/97586.htm

Le domande di ammissione dovranno essere presentate dal 10 marzo all’11 aprile.

Scarica la locandina del corso.

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Lupo e Iene e Cani e Pecore e… Bufale: la mistificazione dell’informazione

Il 16 Febbraio scorso un filmato apparso in una nota trasmissione ha sollevato numerose critiche e polemiche in tutto il mondo ambientalista, e non solo. Qualche giorno dopo è apparso un “controfilmato” da parte del WWF in cui si smontavano diversi concetti espressi nel filmato in questione.

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Da tempo volevamo scrivere un contributo sul lupo, per favorire la divulgazione di informazioni non solo tecniche e scientifiche, ma soprattutto non aleatorie e men che meno forvianti. Un caro amico e collega ci ha stimolato nel dare il nostro parere su questi due filmati, e di certo non possiamo tirarci indietro.

Cercheremo quindi di fare un po’ di sintesi delle nostre esperienze, e soprattutto dei nostri dialoghi vissuti direttamente sul territorio con tecnici, allevatori e cacciatori. Attenzione però, non siamo lupologi, e quindi non vogliamo né commentare né criticare il lavoro fatto da chi in questi anni con passione e fatica segue una delle specie più difficile da gestire, non solo a livello faunistico, ma soprattutto a livello mediatico. Il nostro contributo vuole portare il nostro punto di vista e alcuni elementi di discussione.

Qual è la verità nei due filmati? Si dice che la verità stia sempre nel mezzo.

Abbiamo da una parte una trasmissione televisiva che monta un filmato finalizzato a fare audience (qualcuno dice anche propaganda) e dall’altra un’associazione ambientalista che critica un filmato “anti-lupo” per proteggere la specie, senza però analizzare a fondo le criticità legate alla sua presenza.

LigabueLa verità è che i lupi hanno ricolonizzato territori da cui si erano estinti (o meglio… da cui erano stati estinti…), e sono tornati in maniera del tutto naturale. Nessuno ha mai liberato lupi in natura. La presenza di lupi in aree in cui in cui la specie non era presente da anni è dovuto al fatto che il lupo, in particolar modo i soggetti in dispersione, sono in grado di compiere spostamenti anche di diverse centinaia di chilometri.  SlavcEmblematici i percorsi fatti da Ligabue sull’appennino e da Slavc, che dalla Slovenia è arrivato fino ai monti della Lessinia per formare la prima coppia tra lupi appenninici e balcanici con Giulietta, tanto per fare un paio di esempi.

Qual è il vero problema?

Non viviamo sulle Montagne Celesti dell’Asia centrale. Quasi tutto il territorio nazionale è ampiamente antropizzato. È palese che si creino dei conflitti tra fauna selvatica e uomo. E questi conflitti non si creano solo verso i predatori (lupo e orso su tutti), o verso animali che generano mediamente poca empatia come cinghiale e nutria, ma anche verso ungulati (cervi e caprioli) che affascinano la maggior parte delle persone.

I lupi non sono certo “migliaia e migliaia” come racconta il signore nel filmato delle Iene, ma in alcune zone hanno raggiunto buone densità e formato branchi stabili. Una delle critiche maggiori che viene fatta sui social ai ricercatori è che, nonostante tutti i progetti finanziati sul lupo, non abbiano mai fornito un dato certo sul numero di predatori presenti nel territorio nazionale. È impossibile fornire un numero certo di animali selvatici, lo sanno benissimo anche i cacciatori, è importante però arrivare ad una stima che sia la più realistica possibile. “L’obiettivo più ambizioso, in forma più quantitativa” cita il Progetto WolfAlps “è quello di applicare tecniche di cattura-marcatura- ricattura (CMR) sui dati genetici per valutare in modo accurato la dimensione della popolazione e stimare il tasso di sopravvivenza (Marucco et al. 2009, Cubaynes et al. 2010), possibile solo se questi campioni sono raccolti sulla base di un campionamento attivo-sistematico”. Questi dati sono in arrivo. È tuttavia altrettanto chiaro che non è ammissibile da parte di qualcuno fornire dati che indicano stime con il 60/70% di errore. E sono pertanto comprensibili le critiche che appaiono sui social a questo riguardo.

Nell’ultimo secolo non sono documentati casi di attacchi all’uomo, di contro è innegabile che la paura atavica dell’uomo nei confronti del lupo non derivi esclusivamente dalla favola di “Cappuccetto Rosso” o da quella dei “Tre Porcellini”, ma da episodi storici di antropofagia reali e documentati (sono documentati casi persino alle porte di Milano). Indubbiamente il contesto storico era completamente differente rispetto a quello attuale: un paio di secoli fa gli ungulati erano quasi estinti dal nostro territorio e l’unica fonte alimentare per i lupi era rappresentato dal bestiame domestico. Capitava tuttavia che l’attacco venisse rivolto a qualche giovane pastore. Non dimentichiamo inoltre che in quei periodi era presente anche la rabbia, una gravissima patologia in grado di trasmettersi anche all’uomo (zoonosi) e capace di far incrementare la perdita di diffidenza da parte dei carnivori nei confronti dell’uomo.

Non si può quindi sottovalutare la paura delle persone, e come tale deve essere compresa. La paura arriva spesso da mancanza di conoscenza del problema, serve un’informazione corretta e chiara.

È vero anche che sono sempre più frequenti i casi di attacchi di lupo nei confronti di cani da caccia e cani da compagnia, sia per un fattore di competizione che per il semplice fatto che il cane è sicuramente più facile da predare rispetto ad un cinghiale. Il mondo protezionista spesso rifugge questi fatti, forse semplicemente perché la maggior parte dei cani predati appartiene alla categoria dei cacciatori (e degli allevatori).

L’analisi, se deve essere fatta, deve essere onesta con tutti gli stakeholder. Negli Stati Uniti, ad esempio, attraverso delle semplici pagine internet (come nei siti del Michigan e del Wisconsin), Wolf caution Areavengono segnalate dettagliatamente le aree in cui vi è stato un attacco da parte di lupi nei confronti di cani, in modo da sapere esattamente quali sono le zone a rischio (magari perché localizzate al centro del territorio di un branco oppure perché territori in cui sono presenti soggetti che si sono “specializzati” su queste prede). Sarebbe ora che i cacciatori, oltre che mettere le foto su Facebook dei cani sbranati (e relativi commenti sull’apertura della caccia…), mettessero anche tutte le altre indicazioni relative a località, ora, data, punto GPS (visto che quasi tutti i cani ormai sono dotati di GPS), etc. Dati che potrebbero tornare utili non solo a loro stessi, ma anche ai ricercatori per valutare la reale presenza nel territorio di predatori, ed eventualmente anche il loro tasso di predazione o di difesa del territorio. Uno dei primi progetti in questo senso viene portato avanti dai tecnici del Parco dell’Appenino Tosco-Emiliano, che al prossimo convegno Atit presenteranno i dati della loro ricerca nell’area del parco e nelle aree limitrofe.

Passiamo infine alla categoria degli allevatori. È fondamentale considerare anche il loro punto di vista: un conto è il danno diretto inteso come il valore commerciale in Kg carne al macello di un animale domestico, un altro il valore intrinseco di quell’animale per l’allevatore ed il danno psicologico che ne deriva. Esistono diversi metodi di protezione nei confronti del lupo, ma spesso nessuno considera il danno indiretto determinato dalle maggiori spese (in termini di tempo e personale) che l’allevatore deve mettere in atto per gestire un gregge al pascolo in area di presenza di lupi. E soprattutto nessuno considera quali sono le mille attività che un pastore deve fare durante i mesi in alpeggio. A questo riguardo, vi consigliamo la lettura del blog “Pascolo vagante” ed in modo particolare di quest’articolo in cui l’autrice spiega un concetto fondamentale: “negli ultimi 15-20 anni la pastorizia in Piemonte ha dovuto per forza cambiare, con tutti i problemi, costi, ecc. che ben sapete. Visto che qualcuno per l’ennesima volta mi chiedeva quante specie di animali della fauna selvatica vorrei “eliminare”, ribadisco come sempre che la mia risposta è: “nessuna”. Nel caso del lupo, i pastori non chiedono costose squadre che provvedano agli abbattimenti, ma solo semplicemente di poter difendere il proprio gregge nel momento dell’attacco, unica strategia possibile anche per “educare” il predatore a stare alla larga dal gregge”.

Nel report tecnico “Public attitudes toward wolves and wolf conservation in italian and slovenian alps”, redatto nell’ambito del progetto WolfAlps, in cui si è valutato l’atteggiamento delle persone nei confronti della presenza del predatore, gli autori scrivono: “In conclusione, i risultati del nostro studio suggeriscono che, sebbene nel complesso i residenti delle diverse aree delle Alpi siano favorevoli alla conservazione del lupo, questi devono essere costantemente oggetto di campagne di informazione ben pianificate. I cacciatori, come uno dei principali gruppi di interesse, hanno dimostrato di poter essere partner nella conservazione del lupo, quindi in futuro uno sforzo maggiore dovrebbe essere rivolto verso la costruzione di questa partnership. Gli allevatori, che sono il gruppo al centro di praticamente tutti i progetti di conservazione del lupo in Europa, sono stati costantemente contrari alla sua conservazione in tutte le aree. Questa scoperta suggerisce che vi sia la necessità di una nuova valutazione degli approcci attualmente utilizzati a risolvere la questione del conflitto lupo-zootecnia”.

Occorrerebbe quindi valutare meglio perché gli allevatori sono “costantemente contrari”. L’ira dei pastori, in alcune situazioni, cresce proprio perché: “chiunque, appassionato di natura, di montagna, di fotografia, con un suo sito, una sua pagina, un numero di persone non indifferente che lo segue, può permettersi di blaterare sul loro mestiere [rif. allevatori] senza capire… niente!! […] Si critica la faziosità altrui, ma cosa fareste voi se qualcuno venisse a dirvi che, per risolvere un problema che affligge la vostra attività, avete solo da assumere più personale o “tenere meno bestie”. Ma sì… tanto… cosa volete che sia? […] I pastori si arrabbiano leggendo una cosa del genere, tanto quanto si arrabbiano trovando un loro animale sbranato” (Tratto da “Pascolo Vagante”).

La montagna è sempre più in fase di abbandono e sfruttata in gran parte solo a fini turistici, spesso proprio dagli “intellettuali da salotto” che sentenziano comportamenti e stili di vita senza conoscere le reali problematiche di un territorio, a volte comprensibili solo vivendoci 12 mesi l’anno.

La bellezza della montagna è frutto anche dell’attività umana, della gestione dei pascoli e dei boschi. L’economia rurale non può essere messa in secondo piano, e deve essere protetta esattamente come il lupo.

Quando i vari portatori d’interesse non considerano tutti questi fattori è fisiologico che, anziché trovare un punto di incontro per la gestione coordinata della situazione, si arriva ad una frizione, in cui ognuno finisce col sentirsi autorizzato a dire e fare ciò che ritiene più opportuno. In questo modo tutti perdono, compresa la montagna, perché nessuno è stato in grado di avere né l’umiltà né la pazienza di ascoltare l’altro.

E quando si perde chi ci rimette alla fine è il lupo. Il tasso di bracconaggio in Italia è elevatissimo, e nonostante ciò la specie è in espansione. Che senso ha quindi continuare questa strategia iper-protezionistica? Non avrebbe più senso gestire meglio i rapporti tra i vari stakeholder e la stessa popolazione cercando maggior collaborazione sul territorio? E attenzione a voler aprire la caccia a tutti i costi, non è detto che si verifichi un effetto boomerang come lo è stato per il cinghiale!

Le Malattie trasmissibili del cinghiale

Riportiamo integralmente l’articolo scritto dai colleghi Federica Obber (Studio AlpVet), Martina Besozzi (Studio AlpVet) e Nicola Ferrari (DIVET – UNIMI), pubblicato in questi giorni sulla rivista Weidmannsheil.

Il cinghiale 230px-Zwijntje1-1024x800rappresenta forse la specie selvatica più problematica dal punto di vista sanitario nell’interfaccia tra animali domestici e fauna, sia a causa della sua recettività a diverse infezioni importanti, sia a causa della sua abbondante, quando non sovrabbondante, diffusione.

Questo breve contributo prende spunto da una comunicazione a cura della SIEF (Società Italiana di Ecopatologia della Fauna) nell’ambito del recentissimo incontro dal titolo “Uno sguardo oltre l’emergenza cinghiale”, organizzato dal GLAMM (Group for Large Mammals Conservation and Management – Gruppo per la conservazione e gestione dei grandi mammiferi), nato in seno dall’Associazione Teriologica Italiana, e ha lo scopo di introdurre ai Lettori alcuni dei più importanti patogeni della specie, inquadrando brevemente ciascuno di essi, laddove possibile, nella realtà territoriale del nostro Paese. Questo secondo punto è particolarmente importante, in quanto a diverse realtà territoriali e gestionali possono corrispondere situazioni epidemiologiche completamente diverse.

In estrema sintesi, potremmo suddividere i più importanti patogeni che colpiscono il cinghiale in tre categorie:

  1. Zoonosi, ovvero malattie che dal cinghiale possono essere trasmesse all’uomo
  2. Malattie con impatto sulla sanità degli animali domestici
  3. Malattie importanti per la conservazione delle specie selvatiche

Va anticipato che queste categorie non sono mutualmente esclusive, in quanto lo stesso patogeno potrebbe ritrovarsi in più di una: in questo contributo tuttavia, trattandosi di un’introduzione generale, non scenderemo troppo nei dettagli, riservandoli per un’eventuale trattazione delle singole malattie in prossimi articoli.

1 – ZOONOSI

Due malattie zoonosiche per cui il cinghiale è spesso chiamato in causa sono la brucellosi e la tubercolosi.

Il cinghiale può essere serbatoio, anche in alcune popolazioni del nostro Paese, come ad esempio in Emilia Romagna, di Brucella suis (in particolare la biovar 2), specie non particolarmente patogena per l’uomo, ma potenzialmente importante per il suino domestico. Il problema di interazione con i suini si pone comunque nel caso di piccole produzioni locali o allevamento semi-brado, mentre il passaggio di questo patogeno al comparto industriale appare decisamente poco probabile. Sebbene B. suis biovar 2 fosse notoriamente endemica nelle popolazioni centro-europee, solo dagli anni ‘90 è stata osservata in Italia, e non è a tutt’oggi chiaro se, pur essendo già presente, non fosse mai stata individuata precedentemente, o se potrebbe essere stata importata tramite immissioni faunistiche non solo di cinghiali esteri, ma anche di lepri infette, suscettibili a questa patologia. Tra l’altro, l’infezione da B. suis potrebbe anche avere un impatto su specie a notevole valenza conservazionistica, come l’orso marsicano, influenzandone negativamente la dinamica nel tempo a causa delle sue caratteristiche di cronicità. Non sembra invece che il cinghiale possa fungere da serbatoio di altre specie del genere Brucella e in particolare per quelle tipiche dei ruminanti domestici, come B. abortus o B. melitensis. (Scarica la brochure del CDC sui rischi).

Per quanto riguarda invece la tubercolosi, va detto anzitutto che è ancora oggetto di studio se nel nostro Paese il riscontro nel cinghiale di lesioni riferibili a questa patologia sia più probabilmente espressione di un mantenimento della malattia nella popolazione, oppure di infezione contratta dalla condivisione dell’ambiente con altri ospiti di mantenimento selvatici o domestici. Linfonodo TBCPoiché il cinghiale, data la sua modalità di alimentazione (grufolamento), è certamente un buon “raccoglitore” dei micobatteri che causano la malattia, questa specie può fungere anche da indicatore dell’eventuale presenza di questi patogeni in un territorio. In ogni caso, l’interpretazione di eventuali riscontri deve sempre essere oggetto di attenta analisi, anche in relazione alla complessa sistematica ed ecologia dei micobatteri. A supporto di questo assunto, a titolo esemplificativo vale la pena di ricordare come in alcune popolazioni di cinghiale sia stato isolato esclusivamente Micobacterium microti, specie non patogena per l’uomo ed il cui serbatoio naturale sono i micromammiferi. L’associazione tubercolosi-cinghiale che spesso viene fatta, e forse anche qualche Lettore che va a cacciare all’estero potrebbe fare, deriva in realtà dalla situazione di altri paesi in cui questa specie è effettivamente serbatoio di tubercolosi, ma questo accade soprattutto a causa del mantenimento artificiale, a fini venatori, di densità di popolazione “innaturalmente elevate” (in Spagna, ad esempio, fino a 90 capi/100 ha).

Infine, una zoonosi che certamente molti dei nostri Lettori avranno sentito nominare è la trichinellosi, trichinella_lifecyclecausata dal parassita Trichinella, che si trasmette all’uomo attraverso il consumo di carne cruda o poco cotta. Anche in questo caso il cinghiale non è tanto l’ospite di mantenimento, ma è comunque a rischio di infestazione a causa della sua occasionale necrofagia, e questo è il motivo per cui la normativa prevede che tutti i cinghiali cacciati debbano essere sottoposti al controllo per questo parassita. Nel tempo, questo patogeno nel nostro Paese sta diventando sempre meno frequente, e le positività sono sempre più rare non solo nel cinghiale, che come accennato rappresenta comunque un ospite occasionale, ma anche nelle specie dove nel passato era estremamente comune, come ad esempio la volpe. E’ interessante notare come alcuni studi abbiano ipotizzato che questa “tendenza del parassita verso l’estinzione” potrebbe essere legata alle trasformazioni negli ecosistemi occorse negli ultimi decenni, e in particolare all’impoverimento nella biodiversità di alcune aree, ancora a sottolineare il legame profondo tra l’ambiente e la sanità animale.

2 – MALATTIE CON IMPATTO SULLA SANITÀ DEGLI ANIMALI DOMESTICI

Poiché il cinghiale e il suino domestico sono biologicamente la stessa specie, sono sensibili alle stesse patologie. Per questo motivo, le più temute infezioni del cinghiale sono due malattie virali specifiche dei suidi, altamente patogene e contagiose, che possono avere un impatto economico importante sull’allevamento degli animali domestici e la cui presenza è causa tra l’altro di blocchi delle movimentazioni di animali e prodotti derivati con gravi conseguenze dal punto di vista economico, a maggior ragione in un paese come il nostro, dove il suino è la base di prodotti molto pregiati e universalmente conosciuti. Queste due infezioni sono la Peste Suina Classica, oggi assente in Italia, e la Peste Suina Africana, oggi assente nell’Italia continentale, ma ancora endemica in Sardegna. Seppur dovute a due virus diversi, l’elevata mortalità e il tipo di lesioni, a carattere soprattutto emorragico, che causano le rendono praticamente indistinguibili senza appositi esami di laboratorio. Su queste due malattie è sempre opportuno mantenere viva attenzione, date la presenza ormai praticamente ubiquitaria del cinghiale e soprattutto la tipologia di gestione di questa specie, spesso finalizzata al massimo prelievo venatorio a scapito della stabilità, con rapido ricambio e destrutturazione delle classi di età della popolazione; senza citare in questa sede pratiche decisamente “borderline” come l’alimentazione artificiale, che favorisce l’aggregazione di animali, il superamento delle densità naturali e quindi la diffusione delle infezioni, o addirittura l’incontrollata (e incontrollabile) immissione di soggetti.

3 – MALATTIE IMPORTANTI PER LA CONSERVAZIONE DELLE SPECIE SELVATICHE

Questo gruppo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non comprende malattie importanti per la conservazione del cinghiale, sia perché nel nostro Paese attualmente nessuna malattia è in grado di incidere significativamente sulla dinamica della specie, sia perché è forse troppo tardi per parlare di conservazione del cinghiale intesa come conservazione dei ceppi originari della nostra area geografica.

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Immagine tratta da Piano regionale di monitoraggio della fauna selvatica – Regione Lombardia

Ci occuperemo invece brevemente della malattia di Aujeszky, una malattia virale presente, anche se in modo non omogeneo, nella popolazione di cinghiale del nostro Paese. Questa patologia è tradizionalmente importante nell’allevamento suino, ma il passaggio dal cinghiale al suino del comparto industriale in Italia è pressoché assente, come evidenziato anche dal fatto che nei maiali di allevamento circolano ceppi diversi da quelli che circolano nel cinghiale. La malattia di Aujeszky, per contro, può avere un impatto, oltre che su suini allevati in stato semibrado per produzioni locali, anche e soprattutto su specie come i grandi predatori, non in modo cronico (come la già citata brucellosi), ma decisamente acuto. Infatti, mentre nel cinghiale essa è spesso praticamente asintomatica, nei carnivori come il nostro cane, ma anche come lupi e orsi, qualora ad esempio ingeriscano visceri o carni crude di cinghiali o maiali infetti si può sviluppare una gravissima encefalite, spesso ad esito letale, con un conseguente possibile impatto sulla conservazione di queste specie.

 

In conclusione, quello che abbiamo cercato di evidenziare in questo contributo è come la gestione delle specie, e del cinghiale in particolare, non possa oggi essere vista in una sola prospettiva (nello specifico, in prospettiva venatoria), ma debba considerare anche le possibili ripercussioni economiche e sociali, nonché le ricadute sulla biodiversità e su un contesto ambientale che non è un’entità statica, ma subisce continue trasformazioni alle quali anche i patogeni si adattano e nelle quali possono verificarsi situazioni nuove e impreviste.

Per saperne di più

Visita il sito della SIEF: www.sief.it

Visita il sito dell’ATIt: http://biocenosi.dipbsf.uninsubria.it/atit/

Il bramito del cervo

Tra la fine di settembre e i primi giorni di ottobre, si può assistere ad uno dei tanti spettacoli che la natura ci offre: il bramito del cervo.

Per una volta non entriamo nel dettaglio tecnico di tutto ciò che è relativo alla gestione della popolazione e di tutti gli aspetti faunistico-venatori che derivano dal rispetto del periodo riproduttivo di una specie in fortissima espansione su tutto il territorio nazionale, e godiamoci solo un’immagine, o meglio un dipinto di una nostra collaboratrice, amica e compagna.

L’opera, dal titolo “Urlo d’amore” (70 x 100 cm) è stata eseguita ad acquerello su carton bois, utilizzando esclusivamente la penna di beccaccia, la penna del pittore, e adoperando un solo tono, terra naturale.

Per contattare l’autrice decris@outlook.it

Cervo_DeCris