Corso Cacciatore Formato – FIDC VA

La Sezione di Varese di FIDC, in collaborazione con lo Studio Associato AlpVet, con il patrocinio dell’ATS Insubria e della Provincia di Varese, organizza il “Corso per cacciatore formato”, rispondente alle direttive comunitarie CE 852 e 853 del 2004 e alla DGR di Regione Lombardia X/2612 del 7 novembre 2014.

Le lezioni teoriche si terranno nelle giornate del 21, 23, 28 e 30 marzo dalle ore 20,00 alle ore 23,00 presso la sede di FIDC VA in via Piave 9, a Varese, mentre la lezione pratica si svolgerà a Crodo nella mattinata di sabato 1° aprile. Al termine della lezione pratica è previsto un buffet di degustazione presso l’Albergo Edelweiss a Viceno di Crodo.

Programma dettagliato del corso e scheda di iscrizione sul sito www.fidc-va.it

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Corso Perfezionamento Fauna Selvatica e Sanità Pubblica

Anche quest’anno l’Università di Milano organizza un corso di perfezionamento per Medici Veterinari sulla Fauna selvatica.

Il mondo sanitario pubblico e privato è oggi chiamato a confrontarsi con  scenari, legati a popolazioni selvatiche e sinantropiche, che richiedono un adeguato processo formativo, sia culturale che professionale, per integrare gli aspetti più propriamente sanitari con quelli ecologici, in rapporto alle diverse specie animali presenti nelle varie realtà territoriali.

Da queste considerazioni scaturisce la V° Edizione del Corso di perfezionamento in “Fauna selvatica e Sanità Pubblica, volto ad offrire un inquadramento delle principali problematiche sanitarie, a partire dagli aspetti epidemiologici, essenziale per definire adeguate misure d’intervento, fino alla pianificazione di catture e traslocazioni, nonché agli aspetti produttivi e igienico-sanitari legati alla filiera eco-alimentare.

Questa edizione del Corso di perfezionamento si pone come primo passo di un percorso formativo che si articolerà nello sviluppo approfondito dei singoli temi introdotti, al fine di  formare operatori con specifiche professionalità, in grado di sapersi rapportare alle diverse problematiche sanitarie legate alla fauna selvatica e definire adeguate misure d’intervento.

Possono partecipare al Corso di Perfezionamento coloro che siano in possesso del Diploma di Laurea o della Laurea Specialistica in Medicina veterinaria, Scienze zootecniche e tecnologie delle produzioni animali, Scienze biologiche, Scienze e tecnologie agrarie e forestali, Scienze e tecnologie agro-alimentari, Scienze e tecnologie per l’ambiente e la natura, Biologia, Medicina e chirurgia, Scienze della natura, Scienze e tecnologie agrarie, Scienze e tecnologie forestali ed ambientali, Scienze e tecnologie per l’ambiente e il territorio, Scienze zootecniche e tecnologie animali.

Potranno essere ammessi anche laureati e laureati magistrali in altre discipline previa valutazione dei competenti organi del corso. Il bando di partecipazione al corso è disponibile sul sito dell’ateneo all’indirizzo: http://www.unimi.it/studenti/corsiperf/97586.htm

Le domande di ammissione dovranno essere presentate dal 10 marzo all’11 aprile.

Scarica la locandina del corso.

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Lupo e Iene e Cani e Pecore e… Bufale: la mistificazione dell’informazione

Il 16 Febbraio scorso un filmato apparso in una nota trasmissione ha sollevato numerose critiche e polemiche in tutto il mondo ambientalista, e non solo. Qualche giorno dopo è apparso un “controfilmato” da parte del WWF in cui si smontavano diversi concetti espressi nel filmato in questione.

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Da tempo volevamo scrivere un contributo sul lupo, per favorire la divulgazione di informazioni non solo tecniche e scientifiche, ma soprattutto non aleatorie e men che meno forvianti. Un caro amico e collega ci ha stimolato nel dare il nostro parere su questi due filmati, e di certo non possiamo tirarci indietro.

Cercheremo quindi di fare un po’ di sintesi delle nostre esperienze, e soprattutto dei nostri dialoghi vissuti direttamente sul territorio con tecnici, allevatori e cacciatori. Attenzione però, non siamo lupologi, e quindi non vogliamo né commentare né criticare il lavoro fatto da chi in questi anni con passione e fatica segue una delle specie più difficile da gestire, non solo a livello faunistico, ma soprattutto a livello mediatico. Il nostro contributo vuole portare il nostro punto di vista e alcuni elementi di discussione.

Qual è la verità nei due filmati? Si dice che la verità stia sempre nel mezzo.

Abbiamo da una parte una trasmissione televisiva che monta un filmato finalizzato a fare audience (qualcuno dice anche propaganda) e dall’altra un’associazione ambientalista che critica un filmato “anti-lupo” per proteggere la specie, senza però analizzare a fondo le criticità legate alla sua presenza.

LigabueLa verità è che i lupi hanno ricolonizzato territori da cui si erano estinti (o meglio… da cui erano stati estinti…), e sono tornati in maniera del tutto naturale. Nessuno ha mai liberato lupi in natura. La presenza di lupi in aree in cui in cui la specie non era presente da anni è dovuto al fatto che il lupo, in particolar modo i soggetti in dispersione, sono in grado di compiere spostamenti anche di diverse centinaia di chilometri.  SlavcEmblematici i percorsi fatti da Ligabue sull’appennino e da Slavc, che dalla Slovenia è arrivato fino ai monti della Lessinia per formare la prima coppia tra lupi appenninici e balcanici con Giulietta, tanto per fare un paio di esempi.

Qual è il vero problema?

Non viviamo sulle Montagne Celesti dell’Asia centrale. Quasi tutto il territorio nazionale è ampiamente antropizzato. È palese che si creino dei conflitti tra fauna selvatica e uomo. E questi conflitti non si creano solo verso i predatori (lupo e orso su tutti), o verso animali che generano mediamente poca empatia come cinghiale e nutria, ma anche verso ungulati (cervi e caprioli) che affascinano la maggior parte delle persone.

I lupi non sono certo “migliaia e migliaia” come racconta il signore nel filmato delle Iene, ma in alcune zone hanno raggiunto buone densità e formato branchi stabili. Una delle critiche maggiori che viene fatta sui social ai ricercatori è che, nonostante tutti i progetti finanziati sul lupo, non abbiano mai fornito un dato certo sul numero di predatori presenti nel territorio nazionale. È impossibile fornire un numero certo di animali selvatici, lo sanno benissimo anche i cacciatori, è importante però arrivare ad una stima che sia la più realistica possibile. “L’obiettivo più ambizioso, in forma più quantitativa” cita il Progetto WolfAlps “è quello di applicare tecniche di cattura-marcatura- ricattura (CMR) sui dati genetici per valutare in modo accurato la dimensione della popolazione e stimare il tasso di sopravvivenza (Marucco et al. 2009, Cubaynes et al. 2010), possibile solo se questi campioni sono raccolti sulla base di un campionamento attivo-sistematico”. Questi dati sono in arrivo. È tuttavia altrettanto chiaro che non è ammissibile da parte di qualcuno fornire dati che indicano stime con il 60/70% di errore. E sono pertanto comprensibili le critiche che appaiono sui social a questo riguardo.

Nell’ultimo secolo non sono documentati casi di attacchi all’uomo, di contro è innegabile che la paura atavica dell’uomo nei confronti del lupo non derivi esclusivamente dalla favola di “Cappuccetto Rosso” o da quella dei “Tre Porcellini”, ma da episodi storici di antropofagia reali e documentati (sono documentati casi persino alle porte di Milano). Indubbiamente il contesto storico era completamente differente rispetto a quello attuale: un paio di secoli fa gli ungulati erano quasi estinti dal nostro territorio e l’unica fonte alimentare per i lupi era rappresentato dal bestiame domestico. Capitava tuttavia che l’attacco venisse rivolto a qualche giovane pastore. Non dimentichiamo inoltre che in quei periodi era presente anche la rabbia, una gravissima patologia in grado di trasmettersi anche all’uomo (zoonosi) e capace di far incrementare la perdita di diffidenza da parte dei carnivori nei confronti dell’uomo.

Non si può quindi sottovalutare la paura delle persone, e come tale deve essere compresa. La paura arriva spesso da mancanza di conoscenza del problema, serve un’informazione corretta e chiara.

È vero anche che sono sempre più frequenti i casi di attacchi di lupo nei confronti di cani da caccia e cani da compagnia, sia per un fattore di competizione che per il semplice fatto che il cane è sicuramente più facile da predare rispetto ad un cinghiale. Il mondo protezionista spesso rifugge questi fatti, forse semplicemente perché la maggior parte dei cani predati appartiene alla categoria dei cacciatori (e degli allevatori).

L’analisi, se deve essere fatta, deve essere onesta con tutti gli stakeholder. Negli Stati Uniti, ad esempio, attraverso delle semplici pagine internet (come nei siti del Michigan e del Wisconsin), Wolf caution Areavengono segnalate dettagliatamente le aree in cui vi è stato un attacco da parte di lupi nei confronti di cani, in modo da sapere esattamente quali sono le zone a rischio (magari perché localizzate al centro del territorio di un branco oppure perché territori in cui sono presenti soggetti che si sono “specializzati” su queste prede). Sarebbe ora che i cacciatori, oltre che mettere le foto su Facebook dei cani sbranati (e relativi commenti sull’apertura della caccia…), mettessero anche tutte le altre indicazioni relative a località, ora, data, punto GPS (visto che quasi tutti i cani ormai sono dotati di GPS), etc. Dati che potrebbero tornare utili non solo a loro stessi, ma anche ai ricercatori per valutare la reale presenza nel territorio di predatori, ed eventualmente anche il loro tasso di predazione o di difesa del territorio. Uno dei primi progetti in questo senso viene portato avanti dai tecnici del Parco dell’Appenino Tosco-Emiliano, che al prossimo convegno Atit presenteranno i dati della loro ricerca nell’area del parco e nelle aree limitrofe.

Passiamo infine alla categoria degli allevatori. È fondamentale considerare anche il loro punto di vista: un conto è il danno diretto inteso come il valore commerciale in Kg carne al macello di un animale domestico, un altro il valore intrinseco di quell’animale per l’allevatore ed il danno psicologico che ne deriva. Esistono diversi metodi di protezione nei confronti del lupo, ma spesso nessuno considera il danno indiretto determinato dalle maggiori spese (in termini di tempo e personale) che l’allevatore deve mettere in atto per gestire un gregge al pascolo in area di presenza di lupi. E soprattutto nessuno considera quali sono le mille attività che un pastore deve fare durante i mesi in alpeggio. A questo riguardo, vi consigliamo la lettura del blog “Pascolo vagante” ed in modo particolare di quest’articolo in cui l’autrice spiega un concetto fondamentale: “negli ultimi 15-20 anni la pastorizia in Piemonte ha dovuto per forza cambiare, con tutti i problemi, costi, ecc. che ben sapete. Visto che qualcuno per l’ennesima volta mi chiedeva quante specie di animali della fauna selvatica vorrei “eliminare”, ribadisco come sempre che la mia risposta è: “nessuna”. Nel caso del lupo, i pastori non chiedono costose squadre che provvedano agli abbattimenti, ma solo semplicemente di poter difendere il proprio gregge nel momento dell’attacco, unica strategia possibile anche per “educare” il predatore a stare alla larga dal gregge”.

Nel report tecnico “Public attitudes toward wolves and wolf conservation in italian and slovenian alps”, redatto nell’ambito del progetto WolfAlps, in cui si è valutato l’atteggiamento delle persone nei confronti della presenza del predatore, gli autori scrivono: “In conclusione, i risultati del nostro studio suggeriscono che, sebbene nel complesso i residenti delle diverse aree delle Alpi siano favorevoli alla conservazione del lupo, questi devono essere costantemente oggetto di campagne di informazione ben pianificate. I cacciatori, come uno dei principali gruppi di interesse, hanno dimostrato di poter essere partner nella conservazione del lupo, quindi in futuro uno sforzo maggiore dovrebbe essere rivolto verso la costruzione di questa partnership. Gli allevatori, che sono il gruppo al centro di praticamente tutti i progetti di conservazione del lupo in Europa, sono stati costantemente contrari alla sua conservazione in tutte le aree. Questa scoperta suggerisce che vi sia la necessità di una nuova valutazione degli approcci attualmente utilizzati a risolvere la questione del conflitto lupo-zootecnia”.

Occorrerebbe quindi valutare meglio perché gli allevatori sono “costantemente contrari”. L’ira dei pastori, in alcune situazioni, cresce proprio perché: “chiunque, appassionato di natura, di montagna, di fotografia, con un suo sito, una sua pagina, un numero di persone non indifferente che lo segue, può permettersi di blaterare sul loro mestiere [rif. allevatori] senza capire… niente!! […] Si critica la faziosità altrui, ma cosa fareste voi se qualcuno venisse a dirvi che, per risolvere un problema che affligge la vostra attività, avete solo da assumere più personale o “tenere meno bestie”. Ma sì… tanto… cosa volete che sia? […] I pastori si arrabbiano leggendo una cosa del genere, tanto quanto si arrabbiano trovando un loro animale sbranato” (Tratto da “Pascolo Vagante”).

La montagna è sempre più in fase di abbandono e sfruttata in gran parte solo a fini turistici, spesso proprio dagli “intellettuali da salotto” che sentenziano comportamenti e stili di vita senza conoscere le reali problematiche di un territorio, a volte comprensibili solo vivendoci 12 mesi l’anno.

La bellezza della montagna è frutto anche dell’attività umana, della gestione dei pascoli e dei boschi. L’economia rurale non può essere messa in secondo piano, e deve essere protetta esattamente come il lupo.

Quando i vari portatori d’interesse non considerano tutti questi fattori è fisiologico che, anziché trovare un punto di incontro per la gestione coordinata della situazione, si arriva ad una frizione, in cui ognuno finisce col sentirsi autorizzato a dire e fare ciò che ritiene più opportuno. In questo modo tutti perdono, compresa la montagna, perché nessuno è stato in grado di avere né l’umiltà né la pazienza di ascoltare l’altro.

E quando si perde chi ci rimette alla fine è il lupo. Il tasso di bracconaggio in Italia è elevatissimo, e nonostante ciò la specie è in espansione. Che senso ha quindi continuare questa strategia iper-protezionistica? Non avrebbe più senso gestire meglio i rapporti tra i vari stakeholder e la stessa popolazione cercando maggior collaborazione sul territorio? E attenzione a voler aprire la caccia a tutti i costi, non è detto che si verifichi un effetto boomerang come lo è stato per il cinghiale!

Le Malattie trasmissibili del cinghiale

Riportiamo integralmente l’articolo scritto dai colleghi Federica Obber (Studio AlpVet), Martina Besozzi (Studio AlpVet) e Nicola Ferrari (DIVET – UNIMI), pubblicato in questi giorni sulla rivista Weidmannsheil.

Il cinghiale 230px-Zwijntje1-1024x800rappresenta forse la specie selvatica più problematica dal punto di vista sanitario nell’interfaccia tra animali domestici e fauna, sia a causa della sua recettività a diverse infezioni importanti, sia a causa della sua abbondante, quando non sovrabbondante, diffusione.

Questo breve contributo prende spunto da una comunicazione a cura della SIEF (Società Italiana di Ecopatologia della Fauna) nell’ambito del recentissimo incontro dal titolo “Uno sguardo oltre l’emergenza cinghiale”, organizzato dal GLAMM (Group for Large Mammals Conservation and Management – Gruppo per la conservazione e gestione dei grandi mammiferi), nato in seno dall’Associazione Teriologica Italiana, e ha lo scopo di introdurre ai Lettori alcuni dei più importanti patogeni della specie, inquadrando brevemente ciascuno di essi, laddove possibile, nella realtà territoriale del nostro Paese. Questo secondo punto è particolarmente importante, in quanto a diverse realtà territoriali e gestionali possono corrispondere situazioni epidemiologiche completamente diverse.

In estrema sintesi, potremmo suddividere i più importanti patogeni che colpiscono il cinghiale in tre categorie:

  1. Zoonosi, ovvero malattie che dal cinghiale possono essere trasmesse all’uomo
  2. Malattie con impatto sulla sanità degli animali domestici
  3. Malattie importanti per la conservazione delle specie selvatiche

Va anticipato che queste categorie non sono mutualmente esclusive, in quanto lo stesso patogeno potrebbe ritrovarsi in più di una: in questo contributo tuttavia, trattandosi di un’introduzione generale, non scenderemo troppo nei dettagli, riservandoli per un’eventuale trattazione delle singole malattie in prossimi articoli.

1 – ZOONOSI

Due malattie zoonosiche per cui il cinghiale è spesso chiamato in causa sono la brucellosi e la tubercolosi.

Il cinghiale può essere serbatoio, anche in alcune popolazioni del nostro Paese, come ad esempio in Emilia Romagna, di Brucella suis (in particolare la biovar 2), specie non particolarmente patogena per l’uomo, ma potenzialmente importante per il suino domestico. Il problema di interazione con i suini si pone comunque nel caso di piccole produzioni locali o allevamento semi-brado, mentre il passaggio di questo patogeno al comparto industriale appare decisamente poco probabile. Sebbene B. suis biovar 2 fosse notoriamente endemica nelle popolazioni centro-europee, solo dagli anni ‘90 è stata osservata in Italia, e non è a tutt’oggi chiaro se, pur essendo già presente, non fosse mai stata individuata precedentemente, o se potrebbe essere stata importata tramite immissioni faunistiche non solo di cinghiali esteri, ma anche di lepri infette, suscettibili a questa patologia. Tra l’altro, l’infezione da B. suis potrebbe anche avere un impatto su specie a notevole valenza conservazionistica, come l’orso marsicano, influenzandone negativamente la dinamica nel tempo a causa delle sue caratteristiche di cronicità. Non sembra invece che il cinghiale possa fungere da serbatoio di altre specie del genere Brucella e in particolare per quelle tipiche dei ruminanti domestici, come B. abortus o B. melitensis. (Scarica la brochure del CDC sui rischi).

Per quanto riguarda invece la tubercolosi, va detto anzitutto che è ancora oggetto di studio se nel nostro Paese il riscontro nel cinghiale di lesioni riferibili a questa patologia sia più probabilmente espressione di un mantenimento della malattia nella popolazione, oppure di infezione contratta dalla condivisione dell’ambiente con altri ospiti di mantenimento selvatici o domestici. Linfonodo TBCPoiché il cinghiale, data la sua modalità di alimentazione (grufolamento), è certamente un buon “raccoglitore” dei micobatteri che causano la malattia, questa specie può fungere anche da indicatore dell’eventuale presenza di questi patogeni in un territorio. In ogni caso, l’interpretazione di eventuali riscontri deve sempre essere oggetto di attenta analisi, anche in relazione alla complessa sistematica ed ecologia dei micobatteri. A supporto di questo assunto, a titolo esemplificativo vale la pena di ricordare come in alcune popolazioni di cinghiale sia stato isolato esclusivamente Micobacterium microti, specie non patogena per l’uomo ed il cui serbatoio naturale sono i micromammiferi. L’associazione tubercolosi-cinghiale che spesso viene fatta, e forse anche qualche Lettore che va a cacciare all’estero potrebbe fare, deriva in realtà dalla situazione di altri paesi in cui questa specie è effettivamente serbatoio di tubercolosi, ma questo accade soprattutto a causa del mantenimento artificiale, a fini venatori, di densità di popolazione “innaturalmente elevate” (in Spagna, ad esempio, fino a 90 capi/100 ha).

Infine, una zoonosi che certamente molti dei nostri Lettori avranno sentito nominare è la trichinellosi, trichinella_lifecyclecausata dal parassita Trichinella, che si trasmette all’uomo attraverso il consumo di carne cruda o poco cotta. Anche in questo caso il cinghiale non è tanto l’ospite di mantenimento, ma è comunque a rischio di infestazione a causa della sua occasionale necrofagia, e questo è il motivo per cui la normativa prevede che tutti i cinghiali cacciati debbano essere sottoposti al controllo per questo parassita. Nel tempo, questo patogeno nel nostro Paese sta diventando sempre meno frequente, e le positività sono sempre più rare non solo nel cinghiale, che come accennato rappresenta comunque un ospite occasionale, ma anche nelle specie dove nel passato era estremamente comune, come ad esempio la volpe. E’ interessante notare come alcuni studi abbiano ipotizzato che questa “tendenza del parassita verso l’estinzione” potrebbe essere legata alle trasformazioni negli ecosistemi occorse negli ultimi decenni, e in particolare all’impoverimento nella biodiversità di alcune aree, ancora a sottolineare il legame profondo tra l’ambiente e la sanità animale.

2 – MALATTIE CON IMPATTO SULLA SANITÀ DEGLI ANIMALI DOMESTICI

Poiché il cinghiale e il suino domestico sono biologicamente la stessa specie, sono sensibili alle stesse patologie. Per questo motivo, le più temute infezioni del cinghiale sono due malattie virali specifiche dei suidi, altamente patogene e contagiose, che possono avere un impatto economico importante sull’allevamento degli animali domestici e la cui presenza è causa tra l’altro di blocchi delle movimentazioni di animali e prodotti derivati con gravi conseguenze dal punto di vista economico, a maggior ragione in un paese come il nostro, dove il suino è la base di prodotti molto pregiati e universalmente conosciuti. Queste due infezioni sono la Peste Suina Classica, oggi assente in Italia, e la Peste Suina Africana, oggi assente nell’Italia continentale, ma ancora endemica in Sardegna. Seppur dovute a due virus diversi, l’elevata mortalità e il tipo di lesioni, a carattere soprattutto emorragico, che causano le rendono praticamente indistinguibili senza appositi esami di laboratorio. Su queste due malattie è sempre opportuno mantenere viva attenzione, date la presenza ormai praticamente ubiquitaria del cinghiale e soprattutto la tipologia di gestione di questa specie, spesso finalizzata al massimo prelievo venatorio a scapito della stabilità, con rapido ricambio e destrutturazione delle classi di età della popolazione; senza citare in questa sede pratiche decisamente “borderline” come l’alimentazione artificiale, che favorisce l’aggregazione di animali, il superamento delle densità naturali e quindi la diffusione delle infezioni, o addirittura l’incontrollata (e incontrollabile) immissione di soggetti.

3 – MALATTIE IMPORTANTI PER LA CONSERVAZIONE DELLE SPECIE SELVATICHE

Questo gruppo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non comprende malattie importanti per la conservazione del cinghiale, sia perché nel nostro Paese attualmente nessuna malattia è in grado di incidere significativamente sulla dinamica della specie, sia perché è forse troppo tardi per parlare di conservazione del cinghiale intesa come conservazione dei ceppi originari della nostra area geografica.

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Immagine tratta da Piano regionale di monitoraggio della fauna selvatica – Regione Lombardia

Ci occuperemo invece brevemente della malattia di Aujeszky, una malattia virale presente, anche se in modo non omogeneo, nella popolazione di cinghiale del nostro Paese. Questa patologia è tradizionalmente importante nell’allevamento suino, ma il passaggio dal cinghiale al suino del comparto industriale in Italia è pressoché assente, come evidenziato anche dal fatto che nei maiali di allevamento circolano ceppi diversi da quelli che circolano nel cinghiale. La malattia di Aujeszky, per contro, può avere un impatto, oltre che su suini allevati in stato semibrado per produzioni locali, anche e soprattutto su specie come i grandi predatori, non in modo cronico (come la già citata brucellosi), ma decisamente acuto. Infatti, mentre nel cinghiale essa è spesso praticamente asintomatica, nei carnivori come il nostro cane, ma anche come lupi e orsi, qualora ad esempio ingeriscano visceri o carni crude di cinghiali o maiali infetti si può sviluppare una gravissima encefalite, spesso ad esito letale, con un conseguente possibile impatto sulla conservazione di queste specie.

 

In conclusione, quello che abbiamo cercato di evidenziare in questo contributo è come la gestione delle specie, e del cinghiale in particolare, non possa oggi essere vista in una sola prospettiva (nello specifico, in prospettiva venatoria), ma debba considerare anche le possibili ripercussioni economiche e sociali, nonché le ricadute sulla biodiversità e su un contesto ambientale che non è un’entità statica, ma subisce continue trasformazioni alle quali anche i patogeni si adattano e nelle quali possono verificarsi situazioni nuove e impreviste.

Per saperne di più

Visita il sito della SIEF: www.sief.it

Visita il sito dell’ATIt: http://biocenosi.dipbsf.uninsubria.it/atit/

Il bramito del cervo

Tra la fine di settembre e i primi giorni di ottobre, si può assistere ad uno dei tanti spettacoli che la natura ci offre: il bramito del cervo.

Per una volta non entriamo nel dettaglio tecnico di tutto ciò che è relativo alla gestione della popolazione e di tutti gli aspetti faunistico-venatori che derivano dal rispetto del periodo riproduttivo di una specie in fortissima espansione su tutto il territorio nazionale, e godiamoci solo un’immagine, o meglio un dipinto di una nostra collaboratrice, amica e compagna.

L’opera, dal titolo “Urlo d’amore” (70 x 100 cm) è stata eseguita ad acquerello su carton bois, utilizzando esclusivamente la penna di beccaccia, la penna del pittore, e adoperando un solo tono, terra naturale.

Per contattare l’autrice decris@outlook.it

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All’avventura. Ogni luogo, ogni giorno, ogni momento – Blogger Contest 2015

LucaPellicioliCon lo spirito di raccontare la montagna in tutte le sue espressioni è in corso di svolgimento sul web magazine Altitudini.it la quarta Edizione del Blogger Contest 2015. Il Contest intende promuovere la scrittura e la discussione sul mondo della montagna attraverso sintetici racconti rivolti a tutti coloro che vivono, nelle varie espressioni, la vita e le emozioni della montagna.

Il tema di questa quarta edizione è “All’avventura. Ogni luogo, ogni giorno, ogni momento” ed è stato interpretato da numerosi contributi pervenuti alla giuria che esprimerà il proprio giudizio entro il 30 Settembre.

http://altitudini.it/blogger-contest-2015-allavventura-4a-edizione

Anche AlpVet è presente al Blogger Contest 2015 un contributo presentato da Luca Pellicioli.

http://altitudini.it/all-review-list/luca-pelliciolibc-2015/

Se porto il cane all’estero?

Passaporto_cani_definitivo_regioni.pubSempre più spesso chi si reca fuori dall’Italia per vacanze, svago, lavoro, porta con sé il proprio cane. È pertanto fondamentale sapere quali sono i requisiti minimi necessari per effettuare un viaggio all’estero col proprio cane, sia dal punto di vista burocratico che sanitario, al fine di evitare situazioni spiacevoli.

Dal 29 Dicembre 2014 è entrato in vigore il Regolamento UE 576/2013 inerente i “movimenti a carattere non commerciale di animali da compagnia” ed il Regolamento UE 577/2013 relativo ai “modelli dei documenti di identificazione per movimenti a carattere non commerciale di cani e gatti e furetti”.

In continuità con la precedente normativa chi si reca fuori dall’Italia (paesi membri e/o paesi terzi) deve provvedere a questi tre adempimenti fondamentali:

  1. Innanzitutto farsi rilasciare dal Servizio Veterinario della propria ASL il passaporto ufficiale che sarà consegnato nel nuovo format. Tra le novità indicate nel nuovo Regolamento è prevista la firma del proprietario sul passaporto e l’applicazione di una pellicola trasparente inamovibile sulla fustella identificativa del microchip.
  2. I cani devono essere identificati mediante microchip (applicato dal proprio veterinario) e conseguentemente iscritti all’anagrafe canina.
  3. I cani devono esser in regola con la profilassi vaccinale contro la Rabbia che va eseguita almeno 21 giorni prima della partenza. Per l’ingresso in alcuni paesi non è sufficiente la sola esecuzione della profilassi vaccinale ma è richiesto anche il titolo anticorpale attraverso un prelievo di sangue (almeno 0.5 ml di siero) che va in seguito inviato ad un Laboratorio ufficiale, anche attraverso corriere, identificando la provetta con numero microchip del cane oltre che con i dati del proprietario. L’esito va poi riportato sul passaporto.

Alcuni paesi prevedono misure sanitarie preventive per il trattamento contro Echinococcus multilocularis come da Regolamento UE 1152/2011. Finlandia, Regno Unito, Irlanda e Malta hanno attivato la procedura per l’iscrizione all’allegato A del citato Regolamento che obbliga quindi all’esecuzione di trattamenti contro forme intestinali e larvale del parassita i cani che sono destinati all’ingresso all’interno del loro paese. Il trattamento (Art. 7) deve esser svolto da non più di 120 giorni e non meno di 24 ore dal momento dell’ingresso e deve esser riportato sul passaporto.

Prima di recarsi all’estero si consiglia sempre di verificare, attraverso la propria ASL, il sito del Ministero della Salute e dell’ambasciata, le condizioni ed i requisiti necessari per l’ingresso dei propri cani nel paese di destinazione e, non meno importante, anche gli obblighi per il rientro in Italia al fine di evitare spiacevoli disguidi.

Alcuni link di riferimento:

http://www.epicentro.iss.it/problemi/viaggiatori/Piemonte_Medicinaviaggiatori.pdf

http://www.izsvenezie.it/servizi/altri-servizi/titolazione-anticorpi-rabbia/