Corsi abilitazione alla caccia di selezione agli ungulati e alla collettiva al cinghiale – FIDC Magenta – 19 marzo 2019

Il Nucleo FIDC di Magenta, in collaborazione con lo Studio Associato AlpVet, organizza il “Corso per l’abilitazione a Caposquadra per la caccia collettiva al cinghiale” e il “Corso per l’abilitazione alla caccia di selezione a capriolo, camoscio, cervo, daino, muflone e cinghiale”, conformi al Decreto della Regione Lombardia n. 2092 del 19/02/2018 e relativi allegati.

Le lezioni, si svolgeranno presso la sede del Nucleo FIDC di Magenta, in Via Cadorna a Magenta, nelle giornate di martedì e giovedì, a partire da martedì 19 marzo.

Le domande di iscrizione dovranno pervenire entro il 12 marzo a fidcnucleomagenta@gmail.com, contattando i referenti tramite numero di telefono presente nella locandine oppure direttamente on-line compilando il modulo presente sul sito http://www.federcaccianucleomagenta.it/.

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Host range of mammalian orthoreovirus type 3 widening to alpine chamois – Veterinary Microbiology

È stato pubblicato in questi giorni sulla prestigiosa rivista “Veterinary Microbiology” l’articolo “Host range of mammalian orthoreovirus type 3 widening to alpine chamois” a cura di Martina Besozzi, Stefania Lauzi, Davide Lelli, Antonio Lavazza, Chiara Chiapponi, Giuliano Pisoni, Roberto Viganò, Paolo Lanfranchi e Camilla Luzzago.

La collaborazione tra il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Milano, l’Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia Romagna e lo Studio AlpVet, ha portato a descrivere i risultati svolti nell’ambito di un progetto di monitoraggio sanitario svolto sulla popolazione di camoscio presente nel Comprensorio Alpino VCO2 – Ossola Nord, in provincia di Verbania.

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Il campionamento, svolto nel periodo 2008/2012, prevedeva la raccolta di porzioni di tessuto polmonare su animali giovani (yearling) o soggetti adulti qualora quest’ultimi presentassero lesioni evidenti, oltre a campioni di sangue svolti grazie alla collaborazione dei cacciatori.

I risultati delle analisi di laboratorio si sono mostrati sorprendenti ed innovativi. È stato infatti isolato in laboratorio dai polmoni di 3 yearling, che non presentavano né lesioni né sintomi respiratori, un Orthoreovirus, virus mai isolato prima nel camoscio, ma oggetto di importanti studi nell’ultimo decennio anche nell’uomo, oltre che in animali domestici.

Il virus, orthoreovirus camosci_besozzi etal_vetmicr_ 2019già noto agli studiosi, è stato ritrovato in passato anche in specie domestiche, sia in soggetti sani che in capi con infezioni respiratorie conclamate. Gli studi hanno sempre cercato di comprendere  quale possa essere il reale ruolo del virus nello sviluppo della patologia respiratoria, ipotizzando che da solo non basti a far sviluppare la sintomatologia.

L’analisi genetica dei virus isolati ha permesso inoltre di verificare la vicinanza filogenetica ad altri Orthoreovirus isolati in Italia, su cani, pipistrelli e/o suini. Questo aspetto sottolinea la bassa specie-specificità del virus che può potenzialmente infettare tutte le specie disponibili sul territorio, uomo compreso, come segnalato in studi condotti all’estero.

L’indagine sierologica svolta sui campioni di sangue ha permesso di evidenziare una presenza costante nei camosci del CA VCO2 di anticorpi nei confronti di tale virus, permettendo quindi di affermare che vi è una circolazione costante del virus all’interno della popolazione di camosci nonché una possibile continua re-infezione da parte anche di altre specie conviventi nel territorio.

Be part of the mountain – In montagna siamo solo degli ospiti

Oggi il problema del disturbo antropico nei confronti della fauna selvatica è sicuramente una delle questioni meno considerate da parte dell’opinione pubblica. E, paradossalmente, anche da parte degli stessi animalisti e degli ambientalisti, così attivi sui social nel criminalizzare la caccia e gli impianti sciistici ma, a quanto pare, totalmente assenti quando bisogna puntare il dito su altri fattori che ledono la fauna durante il periodo invernale.
Sembra che la fonte del disturbo sia sempre quello fatto dagli altri, mai da noi stessi. E invece esistono diverse forme di disturbo, legate a sport invernali, ad attività ludiche, a semplici escursioni, che però non tengono conto dell’effetto che possono avere sulla fauna specialmente nel periodo invernale, quello più critico.
D’altronde, che male c’è a fare fuori pista una volta ogni tanto, o ad andare a fare una bella ciaspolata notturna in serate con la luna piena, o portare in giro il cane liberandolo da quel fastidioso guinzaglio giusto per farlo correre un po’ libero in montagna. E già, che male c’è?
Uno dei commenti più frequenti che ascoltiamo da coloro a cui facciamo notare queste cose è: “ma se quando vado in giro non vedo mai un animale, vuol dire che non ce ne sono, e allora che disturbo creo?”. Bhè, fatevi una domanda… se non vedete gli animali forse è perché li avete già disturbati…

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Recentemente è partita una bellissima iniziativa di cooperazione internazionale che associa aree protette, organizzazioni di protezione dell’ambiente, istituzioni, club alpini e altri portatori d’interesse in tutto l’arco alpino: Be Part of the Mountain (https://bepartofthemountain.org/it/organisation). Coordinata dall’unità operativa di ALPARC, l’iniziativa mira a facilitare lo scambio di informazioni e buone pratiche, sviluppare strumenti comuni per aumentare la consapevolezza sulle tematiche ambientali e implementare le azioni di comunicazione condivisa per incentivare il coinvolgimento degli appassionati di attività outdoor. Esiste anche una carta dei principi di collaborazione che mira a sensibilizzare e responsabilizzare i praticanti delle attività outdoor nelle aree protette alpine e non solo, scaricabile a questo link dove vi è la possibilità di cooperare con le iniziative previste.

Chi pratica le attività outdoor in montagna, deve essere conscio che gli animali che lì vi abitano, sono in un periodo critico della loro biologia e devono affrontare dure condizioni di vita. Gli ungulati terminano l’autunno già affaticati e dimagrati per le competizioni svolte nel periodo degli amori, le femmine sono gravide, il cibo scarseggia, le riserve di grasso sono ridotte, le condizioni climatiche sono estreme. I galliformi alpini devono accontentarsi di cibarsi di aghi di larice o altre essenze vegetali quasi indigeribili, e passano molto tempo in nascondigli per proteggersi dai predatori oppure negli igloo per rimanere al caldo.

Be part of the mountain ha sviluppato una bellissima pagina in cui spiega con semplici concetti le problematiche causate dal disturbo antropico alla fauna selvatica nel periodo invernale e le misure minime di comportamento per evitare il disturbo della fauna, la quale, se sottoposta a continue situazioni di stress, potrebbe anche soccombere a causa dell’eccessivo dispendio energetico diventando più vulnerabile a patologie e predatori.

Qualche anno fa abbiamojournalornithology_formenti,viganò_etal svolto uno studio proprio sul disturbo antropico del fagiano di monte, andando ad indagare il metabolita fecale del corticosterone, l’ormone dello stress negli uccelli. E nell’articolo, pubblicato sulla rivista internazionale Journal of Ornithology, si è evidenziato in maniera molto chiara come i soggetti con maggiore stress fossero concentrati nelle aree vicino agli impianti e nelle aree destinate allo sci-alpinismo e/o alle discese in free style. L’anno seguente, in condizioni di assenza di neve, e quindi con l’assenza di sciatori, si è invece osservato come il livello di stress fosse omogeneo nelle tre aree.

Per questo motivo vi invitiamo a vedere anche questi bellissimi filmati, pubblicati sul sito di Be part of the mountain (https://youtu.be/Y2-n4wUEm3g) e sul sito di un parco francese (Parc naturel régional du Massif des Bauges).

Comportandoti responsabilmente, aiuti gli animali selvatici a sopravvivere. Diventa parte della montagna!

Corsi abilitazione caccia di selezione agli ungulati e alla collettiva al cinghiale – FIDC Varese

La Sezione Provinciale di Federcaccia Varese, in collaborazione con lo Studio Associato AlpVet, organizza il “Corso per l’abilitazione alla caccia collettiva al cinghiale” ed il “Corso per l’abilitazione alla caccia di selezione agli ungulati (camoscio, capriolo, cervo, daino, muflone e cinghiale)”.
Entrambi i corsi sono conformi al Decreto della DGA Regione Lombardia n. 2092 del 19/02/2018 e relativi allegati.

Le lezioni, si svolgeranno presso l’oratorio di Casbeno, in Viale Ariberto da Intimiano, a partire da lunedì 18 febbraio dalle ore 19,30.

Le iscrizioni sono da effettuarsi entro il 9 febbraio presso la segreteria di FIDC Varese al numero 0332-282074 o scrivendo all’indirizzo fidc.varese@fidc.it.

Maggiori informazioni all’indirizzo http://www.fidc-va.eu/

 

La Peste Suina Africana

Da diversi anni ormai continuano le segnalazioni di focolai di Peste Suina Africana (PSA) provenienti dall’Est Europa, e che hanno raggiunto anche i territori della Repubblica Ceca, Ungheria e Romania. Recentemente (13 settembre 2018) si è assistito addirittura ad un salto della patologia anche in Lussemburgo, destando grande preoccupazione nell’ambiente scientifico che ha avvertito la necessità di fornire indicazioni utili per la gestione e la prevenzione della malattia su tutto il territorio della Comunità Europea (Handbook on African Swine Fever in wild boar and biosecurity during hunting – Vittorio Guberti, Sergei Khomenko, Marius Masiulis, Suzanne Kerba, version 25/09/2018).

La PSA è una malattia virale causata da un DNA virus della Famiglia degli Asfaviridae, virus molto resistenti anche in ambiente esterno e soprattutto a basse temperature. Esistono due genotipi in Europa, il Genotipo I presente solo in Sardegna (Italia) ormai in forma endemica ed il Genotipo II largamente diffuso nell’Est Europa, entrambi fatali per gli animali che sviluppano la malattia. Colpisce soggetti della Famiglia dei Suidi, quindi suini domestici e cinghiali. L’animale infetto elimina il virus attraverso saliva, urine e feci per molti giorni.

Il contagio si realizza attraverso il contatto con secreti ed escreti (es. feci, urine) di animali infetti o parti di essi (sangue, organi), alimenti contaminati o, ancora, tramite morso da zecca. La presenza del virus negli scarti di cucina e nelle discariche non controllabili ha causato spesso l’insorgenza della malattia nelle popolazioni di cinghiali di molti Paesi. Nonostante il suino domestico sia il principale serbatoio di virus, il cinghiale può svolgere un ruolo rilevante ai fini della diffusione della malattia, soprattutto nelle aree in cui viene praticato l’allevamento semibrado in cui si stabiliscono facili contatti tra suini e cinghiali.

L’EFSA (Agenzia Europa per la Sicurezza Alimentare) ha individuato alcune strategie di gestione dei cinghiali selvatici nelle diverse fasi di un’epidemia di peste suina africana (PSA) divulgando un video molto chiaro su cosa andrebbe fatto prima, durante e dopo. E’ infatti noto il ruolo importante che i cinghiali selvatici svolgono nel propagare la malattia.

Video EFSA

Per ridurre i rischi di epidemie, dovrebbero essere attuate misure atte a diminuire la densità demografica delle popolazioni di cinghiale e di divieto di foraggiamento degli stessi. Dovrebbero altresì essere evitate attività che possano aumentare il movimento dei cinghiali (ad esempio le battute di caccia organizzate). Massima attenzione deve essere rivolta, inoltre, al trasporto di prodotti a base di carne di suino e di cinghiale, soprattutto dall’Est Europa: questa modalità di trasmissione della patologia, definita come “fattore umano”, è stata all’origine dei casi più recenti in Repubblica Ceca ed Ungheria. Carni e prodotti a base di carne infetti possono essere pericolosi data l’elevata resistenza del virus nei prodotti (es. 85 gg nei salumi), nelle carni refrigerate (3 mesi), nelle carni congelate (> 4 anni).

Non si deve inoltre dimenticare il ruolo di vettore che può svolgere il cacciatore durante l’attività venatoria svolta in aree infette, in quanto il virus può persistere anche sull’abbigliamento e sulle attrezzature utilizzate. In questo contesto le Associazioni Venatorie possono e devono svolgere un ruolo fondamentale di informazione e segnalazione all’interno della rete di associati, così come indicato anche dalla circolare ministeriale del 14 settembre scorso (qui scaricabile integralmente).

La segnalazione di cinghiali morti (sorveglianza passiva) rimane il modo più efficace per individuare nuovi casi di PSA in fase precoce nelle zone precedentemente indenni dalla malattia. Tale segnalazione deve essere immediata, al fine di mettere in atto tutte le misure previste per limitare l’infezione sul territorio.

Questa la distribuzione attuale della malattia nella Comunità europea:

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Stato attuale della gestione venatoria del cervo sulle Alpi: siamo sulla buona strada? – Domodossola, 16 novembre 2018

Nella giornata di venerdì 16 novembre, presso il Collegio Rosmini a Domodossola (Via Antonio Rosmini 24), si terrà un convegno dal titolo “Stato attuale della gestione venatoria del cervo sulle Alpi: siamo sulla buona strada?”.

L’evento, organizzato dal Comprensorio Alpino VCO2  – Ossola Nord in collaborazione con il Comprensorio Alpino VCO3 – Ossola Sud, è patrocinato da Associazione per lo Sviluppo della Cultura, degli Studi Universitari e della Ricerca nel Verbano Cusio Ossola (Ars.Uni.VCO), Ente Gestione Aree Protette dell’Ossola e Società Italiana di Ecopatologia della Fauna (SIEF), e vedrà l’intervento di tecnici che si occupano della gestione del cervo sulle Alpi.

 

Questo il programma dell’evento:

  • 8:30 – Registrazione
  • 9:00 – Apertura – Saluti istituzionali

SESSIONE 1: LA GESTIONE VENATORIA SULLE ALPI
Moderatore Paolo Lanfranchi (DIMEVET – Università degli Studi di Milano)

  • 9:30 – Biologia ed etologia del cervo: è possibile una gestione venatoria rispettosa delle sue esigenze biologiche? – Luca Rotelli (Biologo-Faunista)
  • 10:00 – La gestione del cervo nell’arco alpino italiano – Francesco Riga (ISPRA)
  • 10:30 La gestione faunistico-venatoria del cervo nella Provincia di Sondrio – Maria Ferloni (Provincia di Sondrio)
  • 11:00 – Pausa
  • 11:30 – La gestione faunistico-venatoria del cervo in Canton Grigioni – Arturo Plozza (Ufficio Caccia e Pesca Canton Grigioni)
  • 12:00 – La gestione faunistico-venatoria del cervo in Canton Ticino – Federico Tettamanti (Ufficio Caccia e Pesca Canton Ticino)
  • 12:30 – Dibattito e confronto Italia / Svizzera

SESSIONE 2: APPROCCIO TECNICO-SCIENTIFICO NELLO STUDIO DELLA POPOLAZIONE DI CERVI
Moderatore Radames Bionda (Ente gestione Aree protette dell’Ossola)

  • 14:15 – La gestione del cervo nelle aree protette: tra conservazione e necessità di controllo – Luca Pedrotti (Parco Nazionale dello Stelvio)
  • 14:45 – Progetto TIGRA – Esperienze tra il Canton Ticino e il Canton Grigioni – Nicola De Tann (Ufficio Caccia e Pesca Canton Grigioni)
  • 15:15 – Pausa
  • 15:45 – Parametri fisio-metabolici del cervo come supporto alla gestione faunistica – Roberto Viganò (Studio Associato AlpVet)
  • 16:15 – L’uso della termocamera ad infrarossi per il monitoraggio del cervo nel CAVCO3 Ossola Sud – Aurelio Perrone (Comprensorio Alpino VCO3)
  • 16:45 – Tavola rotonda finale
  • 17:30 – Chiusura convegno

L’ingresso è libero e gratuito.
E’ richiesta la pre-iscrizione inviando i propri dati alla segreteria organizzativa di Ars.Uni.VCO:
e-mail: segreteria@univco.it
Telefono: 0324 482548

Locandina Convegno Cervo_16nov_Domo

Porcine Futures 1: Re-negotiating “Wilderness” in more than human worlds – 16/17 ottobre 2018

Nelle giornate del 16/17 ottobre 2018, si è tenuto a Praga un incontro sul tema della comunicazione e gestione del cinghiale, organizzato dal CEFRES (French Research Center in Humanities and Social Sciences), in collaborazione con Swedish Hunting Association attraverso una borsa di studio sul tema “Challenges Facing Swedish Hunting Ethics in Post-Modernity”.

PorcineFuture_Prague_2018

Il progetto, nato nell’ambito del programma TANDEM della Czech Academy of Sciences (CAS), Charles University e CEFRES / CNRS basato sulla cooperazione della piattaforma CEFRES e impegno per l’eccellenza nelle scienze sociali e umane, ha voluto affrontare il tema della gestione di una specie problematica, come il cinghiale, non solo nei contesti rurali, ma anche nei contesti urbani, in cui sempre più spesso il cinghiale si affaccia e convive, cercando di comprendere e interpretare la visione etica, sociale e antropocentrica che regola e/o determina l’approccio gestionale nei confronti della gestione della specie attraverso la caccia, il contenimento o la cattura dei soggetti.

In collaborazione con i colleghi dell’Università Svizzera di Lugano, lo Studio Associato AlpVet ha portato una comunicazione sul tema della gestione della specie: “A Tale of Two Boars: Ungulate Management in Italy and Germany”.

Di seguito riportiamo la traduzione dell’articolo:

Pochi studi scientifici hanno esplorato l’efficacia degli approcci concreti di gestione dei cinghiali selvatici. Non sorprende quindi che la “gestione” dei cinghiali costituisca un problema difficile (Rittel e Webber, 1979) in quanto deve soddisfare le diverse richieste delle parti interessate, che variano a seconda della legislazione venatoria che regola questi soggetti interessati. La domanda principale riguarda la proprietà legale del cinghiale: se appartiene al singolo proprietario terriero, allo stato, a tutti, o a nessuno? Il successo della gestione dei cinghiali sarà pertanto diverso a seconda del contesto legislativo. Un recente articolo empirico (Giacomelli, Gibbert, Viganò, in press) ha descritto la gestione e l’effetto della concessione di permessi per operazioni di contenimento rilasciati in un sistema di “empowerment della comunità” (CE) in un’area dell’Italia settentrionale in oltre dieci anni di attività (2009-2018). Gli autori illustrano l’efficacia della delega di blocchi crescenti di responsabilità per il controllo della popolazione di cinghiali da parte della Polizia Provinciale, dove i volontari (compresi i non cacciatori) hanno ricevuto permessi di effettuare operazioni di contenimento al di fuori della normale stagione di caccia.
Tuttavia, questo studio è stato condotto in un contesto legislativo in cui lo stato, insieme alla Regione/Provincia, mantiene la piena responsabilità per la gestione della fauna selvatica (compreso il danno economico) e vende permessi ai cacciatori che possono praticare la loro attività (cioè senza alcuna responsabilità diversa dal lecito abbattimento delle specie assegnate). Si pone, tuttavia, la questione di come trasferire questo sistema CE in altri territori con legislazioni venatorie differenti. In particolare, in paesi come la Germania e l’Austria, il proprietario fondiario ha in linea di principio il diritto di cacciare sulla sua terra, o di affittare quella terra per pagare i cacciatori. Questi cacciatori hanno quindi il diritto e il dovere di “gestire” la popolazione selvatica (compresi i danni subiti) in un’area geografica chiaramente demarcata che solo loro controllano. In molti modi, lo stato delega la gestione della fauna selvatica (insieme alla responsabilità economica) interamente ai cacciatori.
L’obiettivo del presente documento è quello di esplorare la possibilità di trasferire il sistema CE nel secondo sistema legislativo. Per affrontare questo problema, inquadriamo la gestione dei cinghiali come un “problema critico” incentrato sul ruolo chiave del singolo cacciatore che affitta il terreno e confronta il sistema italiano e tedesco come casi studio per i due diversi approcci alla gestione degli ungulati. Nel fare ciò, indichiamo diversi conflitti di interesse che il singolo cacciatore deve affrontare, rendendolo potenzialmente inadatto all’agente principale nella gestione dei cinghiali selvatici e discutendo le vie d’uscita da questi dilemmi.