Convegno ECM – La cheratocongiuntivite infettiva: aggiornamenti e prospettive – Macugnaga 12-13 maggio 2017

Il prossimo 12 e 13 maggio, a Macugnaga (VB), si incontreranno esperti italiani, svizzeri, francesi e spagnoli, per fare il punto sulla cheratocongiuntivite.

Estratto Locandina

Nella giornata di venerdì 12 maggio, Paolo Lanfranchi (Dipartimento di Scienza Mediche Veterinarie dell’Università di Milano), Piergiuseppe Meneguz e Luca Rossi (Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino) analizzeranno la situazione storica e attuale della cheratocongiuntivite sulle Alpi italiane, Marco Giacometti (responsabile del “Progetto svizzero di ricerca sulla cheratocongiuntivite infettiva tra il 1998 ed il 2007”) descriverà il percorso scientifico e le collaborazioni che hanno portato a definire l’epidemiologia della malattia nei bovidi alpini, Dominque Gauthier (Dipartimento veterinario Hautes-Alpes) e Jean-Paule Crampe (Parco Nazionale dei Pirenei) descriveranno la situazione rispettivamente sul versante francese delle Alpi e dei Pirenei. Chiuderà la giornata Bruno Bassano (Parco Nazionale del Gran Paradiso) che illustrerà le ultime ricerche sugli effetti della cheratocongiuntivite sullo stambecco.

Sabato mattina Stefano Grignolio (Group for Large Mammals Conservation and Management – ATIt) illustrerà le dinamiche più recenti delle popolazioni di ungulati sulle Alpi, Francesca Marucco (Coordinatore tecnico scientifico del Progetto LIFE Wolfalps) farà il punto sui grandi predatori e Carlo Citterio (IZS Venezie – Sezione di Belluno) analizzerà l’impatto demografico di alcuni fra i principali patogeni dei ruminanti di montagna.

Il congresso, si chiuderà con una tavola rotonda dal titolo “Quale gestione sanitaria per gli ungulati selvatici?”, in cui Santiago Lavin (SEFAS, Università di Barcellona)  insieme ai relatori precedentemente menzionati, discuteranno su quali siano le scelte più opportune e concrete da effettuare per gestire al meglio determinate patologie, prendendo spunto da esempi concreti come la Rogna sarcoptica, la Brucellosi, i Pestivirus, e analizzando in modo particolare le interazioni tra patrimonio faunistico e zootecnico.

L’evento è gratuito e sono previsti 8 crediti ECM per veterinari e biologi. La partecipazione è aperta a tutti gli interessati previa pre-iscrizione attraverso la mail cherato@sief.it.

Clicca qui per scaricare locandina e programma dell’evento: ECMMacugnaga_maggio17

 

 

Concorso fotografico Fauna selvatica a vita libera – Congresso SIEF 2017

Il Comune di Domodossola, in collaborazione con la Società Italiana di Ecopatologia della Fauna (SIEF) e con l’associazione La Cinefoto, organizza grazie al contributo del Comprensorio Alpino VCO3 – Ossola Sud, il concorso fotografico “Fauna selvatica a vita libera” al quale possono partecipare fotografi dilettanti di tutta Italia, purché maggiorenni.

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Il concorso prevede due sezioni:
A) FAUNA SELVATICA A VITA LIBERA: mammiferi, uccelli, chirotteri, pesci, rettili, anfibi e gli invertebrati molluschi, anellidi e artropodi (crostacei, aracnidi, insetti, miriapodi) a vita libera presenti sul territorio nazionale, fotografati nel loro habitat naturale;
B) ECOPATOLOGIA: immagini che raffigurano una o più specie animali che implichino aspetti  di ordine eco-patologico (trasmissione di patologie, interazioni sanitarie, vettori o serbatoi di malattie, segni e sintomi clinici, interazioni inter-specifiche, etc.). In questa categoria possono rientrare fotografie in cui oltre alla presenza dell’animale selvatico vi sia la presenza eventuale anche di un animale domestico.

L’iscrizione al concorso è gratuita e può avvenire esclusivamente attraverso la compilazione della scheda di partecipazione presente nella parte finale di questo documento o scaricabile dai seguenti siti:
http://www.comune.domodossola.vb.it
http://www.lacinefoto.it
http://www.sief.it
http://www.cavco3-ossolasud.com

La scheda compilata dovrà essere inviata via mail contestualmente ai file delle immagini che partecipano al concorso entro e non oltre la data del 15 settembre 2017 tramite il servizio WeTransfer.com (o analogo servizio online di trasferimento file) al seguente indirizzo di posta elettronica: concorsofotografico@lacinefoto.it

Per scaricare il documento e vedere i premi in palio clicca qui.

 

La cheratocongiuntivite infettiva: aggiornamenti e prospettive (35 anni dopo) – Macugnaga 12-13 maggio 2017

Nel 1982, a Varallo Sesia (VC), si tenne il “Simposio internazionale sulla cheratocongiuntivite infettiva del camoscio”. Fu l’inizio non solo della ricerca su questa malattia in Italia, ma anche l’affermarsi di una nuova branca della veterinaria, l’eco-patologia della fauna selvatica a vita libera.

Tra il 1981 ed il 1982 alle pendici del Monte Rosa, in Val Sesia e in Valle Anzasca, si ebbero le prime segnalazioni di camosci e di stambecchi affetti da cheratocongiuntivite, e ciò destò una generale preoccupazione in tutti gli ambienti che direttamente e indirettamente si occupavano di gestione faunistica e del territorio. All’epoca non era ancora chiaro quale effetto potesse avere l’epidemia sulla popolazione dei bovidi alpini, e soprattutto quale fosse l’approccio gestionale più corretto. Si discusse ampiamente se fosse più opportuno garantire la salvaguardia di queste specie applicando un severo protezionismo, oppure se fosse meglio intervenire con prelievi mirati sui soggetti malati. Inoltre non si conosceva ancora esattamente l’origine della malattia ed il suo decorso.

Per rispondere a queste domande, furono coinvolti i maggiori esperti europei, per acquisire le esperienze maturate negli anni dai precedenti casi manifestatisi sui Pirenei, sulle Alpi svizzere, nella ex-Jugoslavia ed in Austria. Nacque in questo modo un pool di esperti a livello sovranazionale che, condividendo gli obiettivi di una ricerca finalizzata ad applicazioni gestionali, studiarono gli aspetti eziopatologici, clinici e di dinamica delle popolazioni selvatiche, al fine di rispondere ai vari quesiti emersi.

Negli anni successivi, queste ricerche hanno chiarito che l’agente eziologico della malattia è un micoplasma (Mycoplasma conjunctivae), microrganismo di cui gli ovini e i caprini domestici rappresentano il principale serbatoio. Peraltro, anche se il micoplasma è largamente diffuso nelle greggi, la patologia corrispondente solo raramente si manifesta con l’evidenza che conosciamo nel camoscio, e non è così facile riconoscere la presenza del patogeno in un gregge prima della monticazione. Ne consegue che, con la transumanza estiva dei greggi infette, l’agente patogeno può diffondere anche nelle popolazioni dei selvatici, e a maggior ragione lo può fare oggi, considerando che la condivisione di pascoli di alta quota tra bestiame domestico e bovidi selvatici è diventata più frequente di un tempo. Inoltre, non è raro osservare la presenza di pecore o capre rinselvatichite che condividono i medesimi territori di camosci e stambecchi, anche al di fuori del periodo estivo.KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Seppur la capacità di sopravvivenza di M. conjunctivae al di fuori dell’organismo è molto ridotta (i micoplasmi, a differenza dei batteri, non dispongono di una parete cellulare rigida e la loro sopravvivenza nell’ambiente è conseguentemente molto limitata), la cheratocongiuntivite può essere altamente contagiosa. M. conjunctivae può infatti essere trasmesso sia per contatto diretto, che mediante la dispersione nell’aria di finissime particelle di scolo lacrimale infetto. Inoltre anche alcune mosche (Hydrotaea, Musca, Morellia e Polietes) possono fungere da vettori, trasferendo il patogeno anche fra specie diverse posandosi sugli occhi e sullo scolo lacrimale di soggetti infetti.

Le epidemie di cheratocongiuntivite infettiva si manifestano generalmente durante l’estate e l’autunno, anche se in alcune situazioni le lesioni oculari possono riacutizzarsi durante l’inverno a causa delle condizioni di riverbero della luce che influiscono sulla capacità visiva degli animali selvatici.

Nelle fasi iniziali della malattia può risultare difficile riconoscere a distanza i soggetti colpiti. Infatti in assenza di evidenti lesioni oculari, l’unico segno è dato dai peli conglutinati dallo scolo oculare a livello dell’angolo interno dell’occhio e della guancia. Quando invece il decorso è più avanzato, oltre all’opacizzazione dell’occhio si hanno anche evidenti modificazioni del comportamento. Spesso, i capi gravemente colpiti si trovano isolati, non riuscendo più a seguire il branco; all’osservazione a distanza risalta il loro atteggiamento insicuro con gli arti anteriori che vengono portati tesi in avanti e l’andatura è nel complesso incerta. Spesso si può osservare come questi soggetti si muovano in cerchi più o meno ampi. La cecità comporta ovviamente il rischio di traumi e di cadute, con conseguente mortalità.

Le lesioni all’occhio possono essere mono o bi-laterali e, finché le condizioni dell’occhio non evolvono in ulcere corneali, la lesione potrebbe anche retrocedere fino a completa guarigione. Nelle popolazioni colpite da cheratocongiuntivite infettiva, il tasso di morbilità (numero di animali che contraggono la patologia) può essere anche molto elevato, tuttavia il tasso di mortalità che ne deriva (comprensivo sia di mortalità per traumi/cadute che per inedia) è generalmente basso, con valori inferiori a 5-10%. In talune occasioni però, forse anche a causa del fatto che la popolazione non ha ancora sviluppato un’ “immunità di gruppo”, è possibile arrivare a tassi di mortalità fino al 35-40%. Di regola le epidemie di cheratocongiuntivite nel camoscio e nello stambecco si estinguono dopo essersi diffuse lungo una catena montuosa ad una velocità di circa un chilometro al mese.

Allo stato attuale delle conoscenze, la maggioranza dei camosci e degli stambecchi colpiti dalla malattia va incontro ad una guarigione spontanea, spesso anche dopo una temporanea cecità. Pertanto non appare giustificato l’abbattimento di tutti i capi che presentano sintomatologia, a prescindere dal fatto che anche una misura così rigorosa non consentirebbe comunque di evitare la propagazione dell’epidemia. L’abbattimento eutanasico dovrebbe invece essere opportunamente valutato in caso di perforazione della cornea con conseguente danno irreparabile agli occhi, oppure in seguito a traumi da cadute o in quelle situazioni in cui i soggetti sono estremamente indeboliti. Da evitare i tentativi di terapia, in quanto destinati al fallimento sia per costi che, soprattutto, per un stress eccessivo su soggetti selvatici durante le attività di cattura e di manipolazione degli stessi.

Queste conoscenze sono state ormai ampiamente recepite sia dalla comunità scientifica che dal mondo venatorio. Tuttavia, così come le popolazioni selvatiche, anche i patogeni possono modificare i loro comportamenti, le loro interazioni con gli ospiti la loro capacità di sopravvivenza nell’ambiente, a causa di diversi fattori. Il cambiamento climatico e le conseguenti alterazioni ambientali, ad esempio, sono tra le prime cause di modificazione dell’epidemiologia di alcune malattie, potendone accrescere il tasso di morbilità e mortalità. In parallelo, le aumentate densità di popolazione di camosci e stambecchi possono condizionare la velocità di diffusione della cheratocongiuntivite infettiva, e magari i grandi predatori (lupo in primis) potrebbero ridurne il tasso di diffusione attraverso una maggior selezione naturale dei soggetti malati. Nasce quindi la necessità, soprattutto per il mondo scientifico, di ritrovarsi a distanza di 35 anni dal Simposio di Varallo (VC) in un nuovo congresso in cui è opportuno fare il punto della situazione attuale della cheratocongiuntivite infettiva, anche alla luce dell’aumento delle popolazioni di stambecco sulle Alpi, dell’espansione territoriale del cervo, della crescita stabile, ma lenta, del camoscio, del ritorno del lupo e di altri predatori nel contesto alpino, e dalla diversa gestione del patrimonio zootecnico e del territorio, sempre più sfruttato a fini turistici e sportivi.

Il prossimo 12 e 13 maggio, a Macugnaga (VB), si incontreranno esperti italiani, svizzeri, francesi e spagnoli, per fare il punto sulla cheratocongiuntivite.  Nella giornata di venerdì 12 maggio, Paolo Lanfranchi (Dipartimento di Scienza Mediche Veterinarie dell’Università di Milano), Piergiuseppe Meneguz e Luca Rossi (Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino) analizzeranno la situazione storica e attuale della cheratocongiuntivite sulle Alpi italiane, Marco Giacometti (responsabile del “Progetto svizzero di ricerca sulla cheratocongiuntivite infettiva tra il 1998 ed il 2007”) descriverà il percorso scientifico e le collaborazioni che hanno portato a definire l’epidemiologia della malattia nei bovidi alpini, Dominque Gauthier (Dipartimento veterinario Hautes-Alpes) e Jean-Paule Crampe (Parco Nazionale dei Pirenei) descriveranno la situazione rispettivamente sul versante francese delle Alpi e dei Pirenei. Chiuderà la giornata Bruno Bassano (Parco Nazionale del Gran Paradiso) che illustrerà le ultime ricerche sugli effetti della cheratocongiuntivite sullo stambecco.

Sabato mattina Stefano Grignolio (Group for Large Mammals Conservation and Management – ATIt) illustrerà le dinamiche più recenti delle popolazioni di ungulati sulle Alpi, Francesca Marucco (Coordinatore tecnico scientifico del Progetto LIFE Wolfalps) farà il punto sui grandi predatori e Carlo Citterio (IZS Venezie – Sezione di Belluno) analizzerà l’impatto demografico di alcuni fra i principali patogeni dei ruminanti di montagna.

Il congresso, si chiuderà con una tavola rotonda dal titolo “Quale gestione sanitaria per gli ungulati selvatici?”, in cui Santiago Lavin (SEFAS, Università di Barcellona) ed Jean Hars (Office National de la Chasse et de la Faune Sauvage) discuteranno, insieme ai relatori precedentemente menzionati, quali siano le scelte più opportune e concrete da effettuare per gestire al meglio determinate patologie, prendendo spunto da esempi concreti come la Rogna sarcoptica, la Brucellosi, i Pestivirus, e analizzando in modo particolare le interazioni tra patrimonio faunistico e zootecnico.

E’ in corso la procedura di accreditamento ECM per medici veterinari e biologi.

Il convegno è gratuito e aperto a tutti. Per iscrizioni e informazioni scrivere a cherato@sief.it

A breve verrà pubblicata la locandina ufficiale dell’evento e relativo programma.

Maggiori informazioni su www.sief.it

Congresso Nazionale SIEF – Domodossola 2017

La Società Italiana di Ecopatologia della Fauna (SIEF) annuncia il IV° Congresso Nazionale di Ecopatologia della Fauna, che si terrà nei giorni 11-13 Ottobre 2017 a Domodossola (VB).

Il Congresso è organizzato in collaborazione con l’Associazione Teriologica Italiana (ATIt), il Centro Italiano Studi Ornitologici (CISO) e la Società Italiana di Patologia Ittica (SIPI), e con il patrocinio della Provincia Verbano Cusio Ossola, del Comune di Domodossola, dell’Associazione per lo sviluppo della cultura, degli Studi Universitari e della ricerca nel Verbano Cusio Ossola (ARS.UNI.VCO), del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Milano (DiMeVet).

Si tratta del principale appuntamento a livello nazionale nel campo dell’ecopatologia della fauna, che ha lo scopo di promuovere il confronto tra ricercatori, operatori della sanità pubblica ed animale, tecnici faunistici, esperti di gestione, appassionati e istituzioni sugli aspetti ecopatologici della gestione e conservazione della fauna, sulle implicazioni di sanità pubblica e sanità animale legate alla presenza e dinamica di popolazioni selvatiche, sui rapporti tra gli animali selvatici e le attività umane e, infine, sulle ricerche più avanzate in ecopatologia.   Il Congresso sarà articolato in 4 sessioni tematiche non contemporanee e in uno Workshop di approfondimento, che abbracceranno diversi temi, dalla conservazione e gestione alla ricerca, sempre in chiave ecopatologica.

Sessione 1: L’APPROCCIO ECOPATOLOGICO IN SANITÀ PUBBLICA VETERINARIA
Sessione 2: ECOPATOLOGIA NELLA GESTIONE E CONSERVAZIONE
Sessione 3: METODI E MODELLI IN ECOPATOLOGIA: DALLA DIAGNOSTICA ALL’ANALISI DEI DATI
Sessione 4: VARIE ED EVENTUALI IN TEMA DI ECOPATOLOGIA: SESSIONE LIBERA
Workshop: DATABASE ECOPATOLOGICI: UNA CHIMERA? VERSO L’ INTEGRAZIONE DELLE COMPONENTI ANIMALI E SANITARIE

Maggiori informazioni sul sito www.sief.it

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Gestione faunistica e sanitaria delle popolazioni selvatiche – Università di Padova – Settembre/Ottobre 2016

Il Dipartimento di Medicina animale, produzioni e salute (MAPS) dell’Università degli Studi di Padova organizza dal 23 settembre al 22 ottobre 2016 la I° edizione del “Corso di gestione faunistica e sanitaria delle popolazioni selvatiche”. 

Il corso  si prefigge di dare delle conoscenze di base sui principi e le tecniche di gestione faunistica e sanitaria delle popolazioni di animali selvatici presenti sul territorio.
Il corso si focalizzerà su diversi aspetti:
– biologia ed ecologia di determinate specie di mammiferi e uccelli;
– principi di epidemiologia ed eco-patologia nell’ambito delle popolazioni selvatiche;
– patologie, sorveglianza sanitaria e analisi del rischio;
– tecniche di censimento, cattura, monitoraggio;
– aspetti igienico-sanitari delle carni di selvaggina.

Il corso si divide in 8 moduli e si svolgerà durante tre weekend (venerdì pomeriggio e sabato tutto il giorno) presso il Dipartimento MAPS – Polo di Agripolis (Legnaro PD). Inoltre il terzo sabato è prevista una uscita didattica facoltativa presso Parco di Paneveggio Pale di San Martino. L’attestazione di frequenza sarà rilasciata in caso di presenza ad almeno 5 moduli su 8, esclusa l’uscita didattica.

PROGRAMMA

Modulo 1 – Conservazione e gestione della fauna
Venerdì pomeriggio 23 settembre 14.00 – 18.00 – 4 ore §
Introduzione alla conservazione della fauna selvatica Gestione faunistica: obiettivi, interventi, monitoraggio 
Prof. Maurizio Ramanzin – UNIPD

Modulo 2 – Concetti  di ecologia e dinamica delle popolazioni
Sabato mattina 24 settembre 9.00 – 13.00 – 4 ore
Concetti generali di ecologia e dinamica di popolazione
Sistematica, distribuzione ed ecologia dei principali gruppi di mammiferi e uccelli

Dott. Giorgio Marchesini – UNIPD
Dott. Luca Pellicioli – Studio Associato AlpVet

Pranzo presso la sede del corso

Modulo 3 – Contenimento farmacologico dei mammiferi selvatici
Sabato pomeriggio 24 settembre 14.00 – 18.00 – 4 ore
Principi di anestesiologia e monitoraggio delle funzioni vitali
Approccio tecnico-scientifico alle catture di animali a vita libera 

Dott.ssa Giulia De Benedictis – UNIPD
Dott.ssa Cristina Fraquelli – Studio Associato AlpVet

Modulo 4 – Epidemiologia applicata alla fauna 
Venerdì 7 ottobre 14.00-18.00 – 4 ore
Principi di epidemiologia generale e applicata alla fauna selvatica I principi del campionamento
Prof. Marco Martini – UNIPD

Modulo 5 – Eco-patologia della fauna 
Sabato mattina 8 ottobre 9.00 – 13.00 – 4 ore
Patologie della fauna selvatica: zoonosi, malattie ad impatto economico, malattie con impatto sulla conservazione e biodiversità
Rapporto ospite-parassita: significato ecologico e fisiopatologia
Ruolo delle modificazioni ambientali e indotte dall’uomo nel ciclo dei patogeni e nell’introduzione-reintroduzione di malattie nella fauna selvatica Interazioni sanitarie tra animali selvatici e patrimonio zootecnico  

Dott. Rudi Cassini – UNIPD
Dott.ssa Federica Obber – IZSVE e Studio Associato AlpVet

Pranzo presso la sede del corso

Modulo 6 – Sorveglianza sanitaria e analisi del rischio nelle popolazioni selvatiche
Sabato pomeriggio 8 ottobre 14.00 – 18.00 – 4 ore
Sorveglianza passiva 
Sorveglianza attiva
Elementi di analisi del rischio di malattia nella fauna selvatica
Prioritizzazione e participatory epidemiology  
Dott. Carlo Citterio – IZSVE
Dott.ssa Federica Obber – IZSVE e Studio Associato AlpVet

Modulo 7 – Le carni di selvaggina: aspetti di sicurezza alimentare e normativa attinente
Venerdì pomeriggio 21 ottobre 13.00 – 16.00 – 3 ore
La filiera delle carni di selvaggina: aspetti sanitari, tecnici e legislativi
Prof. Valerio Giaccone – UNIPD

Modulo 8 – Etica venatoria e benessere dell’animale
Venerdì pomeriggio 21 ottobre 16.30 – 18.30 – 2 ore
Etica venatoria e benessere dell’animale per il prodotto carne di selvaggina  
Dott. Roberto Viganò – Studio Associato AlpVet

Uscita didattica 
Sabato 22 ottobre – 6 ore ipotetiche
Uscita nel parco di Paneveggio Pale di San Martino
Trekking e osservazione fauna 
Dott. Giorgio Marchesini – UNIPD

Il corso è aperto a studenti, liberi professionisti e veterinari (ULSS e ASL).

Informazioni e iscrizioni on-line dal sito dell’Università di Padova.
Segreteria organizzativa: Anna Schiavon
tel. 049 8272560
e-mail: anna.schiavon@unipd.it

Gestione faunistica e sanitaria delle popolazioni selvatiche EDI

 

La risorsa selvaggina: tra ecopatologia, biorischi e sicurezza alimentare – Bologna 30 settembre 2016

La Società Italiana di Ecopatologia della Fauna (www.sief.it) organizza in collaborazione con il Servizio sanitario regionale dell’Emilia Romagna un workshop sul tema “La risorsa selvaggina: tra ecopatologia, biorischi e sicurezza alimentare”, che si terrà a Bologna presso la Sala 20 maggio 2012 (ex Sala A conferenze) in Viale della Fiera 8 il 30 settembre prossimo.

Il convegno, accreditato anche ECM per Medici Veterinari, è aperto a tutti ed è gratuito. Sono invitati a partecipare studenti, tecnici faunistici, cacciatori, responsabili di aziende faunistiche, macellai e ristoratori interessati alla gestione delle carni di selvaggina e chiunque ne abbia interesse.

Il convegno, organizzato sotto la guida scientifica del direttivo della SIEF (responsabili scientifici sono il Dott. Carlo Citterio – IZsVe, il Dott. Mauro Ferri ed il Dott. Roberto Viganò – Studio Associato AlpVet) si sviluppa secondo il seguente programma:

Ore 09.15 – Registrazione partecipanti

Ore 09.45 – Presentazione del corso
Nicola Ferrari, Università degli Studi di Milano, Presidente Società Italiana di Ecopatologia della Fauna
Adriana Giannini, Direzione Servizio Prevenzione Collettiva e Sanità Pubblica, Regione Emilia-Romagna
Maria Luisa Bargossi, Direzione per le Politiche Faunistiche, Regione Emilia Romagna

Ore 10.00 – Trend delle popolazioni di ungulati: la situazione a livello nazionale
Enrico Merli, Regione Emilia-Romagna/Associazione Teriologica Italiana, GLAMM

Ore 10.20 – La filiera selvaggina nell’ambito della gestione faunistica in ER
Maria Luisa Zanni, Regione Emilia Romagna

Ore 10.45  – Coffee break

Ore 11.00 – Normativa e mercato delle carni di selvaggina in Italia, benessere animale e sicurezza alimentare 
Mauro Ferri, SIEF

Ore 11.30 – Food safety e analisi del rischio nell’accesso alla risorsa selvaggina
Gianfranco Brambilla, Istituto Superiore di Sanità

Ore 12.15 – Buone pratiche venatorie alla base della corretta gestione delle carni di selvaggina 
Roberto Viganò, Studio Associato AlpVet/SIEF

Ore 12.45 – Sorveglianza epidemiologica e filiera selvatica
Carlo Citterio, IZS Venezie/SIEF

Ore 13.15 – Pausa Pranzo

Ore 14.30 – Aspetti nutrizionali e sicurezza alimentare delle carni di cinghiale 
Roberto Barbani, Azienda Usl Bologna

Ore 14.45 – Esperienze di cessione diretta <a km 0>
Francesco Tripodi, Azienda Usl Modena

Ore 15.00 – Qualità e valorizzazione economica delle carni degli ungulati selvatici 
Eugenio Demartini, Università degli Studi di Milano (VESPA)

Ore 15.15 – Balistica terminale: implicazioni per il benessere animale e la sicurezza alimentare
Roberto Viganò, Studio Associato AlpVet/SIEF

Ore 15.30 – Contaminazione da metalli pesanti e radionuclidi in animali selvatici oggetto di prelievo venatorio
Roberto Viganò, Studio Associato AlpVet/SIEF  – Carlo Citterio, IZS Venezie/SIEF

Ore 15.45 – Conclusione e Discussione finale: La filiera selvaggina, il punto di vista ecopatologico 
Carlo Citterio, SIEF

Ore 16.45  – Compilazione questionari di gradimento ed apprendimento Chiusura lavori

Il programma di dettaglio è scaricabile qui.

Per l’iscrizione on-line ai fine dell’accreditamento ECM, rivolgersi ad Annalisa Lombardini, Servizio Prevenzione Collettiva e Sanità Pubblica Regione Emilia-Romagna alombardini@regione.emilia-romagna.it oppure effettuare la preiscrizione on-line a questo indirizzo: http://www.alimenti-salute.it/corsi.php?id=334

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Le Malattie trasmissibili del cinghiale

Riportiamo integralmente l’articolo scritto dai colleghi Federica Obber (Studio AlpVet), Martina Besozzi (Studio AlpVet) e Nicola Ferrari (DIVET – UNIMI), pubblicato in questi giorni sulla rivista Weidmannsheil.

Il cinghiale 230px-Zwijntje1-1024x800rappresenta forse la specie selvatica più problematica dal punto di vista sanitario nell’interfaccia tra animali domestici e fauna, sia a causa della sua recettività a diverse infezioni importanti, sia a causa della sua abbondante, quando non sovrabbondante, diffusione.

Questo breve contributo prende spunto da una comunicazione a cura della SIEF (Società Italiana di Ecopatologia della Fauna) nell’ambito del recentissimo incontro dal titolo “Uno sguardo oltre l’emergenza cinghiale”, organizzato dal GLAMM (Group for Large Mammals Conservation and Management – Gruppo per la conservazione e gestione dei grandi mammiferi), nato in seno dall’Associazione Teriologica Italiana, e ha lo scopo di introdurre ai Lettori alcuni dei più importanti patogeni della specie, inquadrando brevemente ciascuno di essi, laddove possibile, nella realtà territoriale del nostro Paese. Questo secondo punto è particolarmente importante, in quanto a diverse realtà territoriali e gestionali possono corrispondere situazioni epidemiologiche completamente diverse.

In estrema sintesi, potremmo suddividere i più importanti patogeni che colpiscono il cinghiale in tre categorie:

  1. Zoonosi, ovvero malattie che dal cinghiale possono essere trasmesse all’uomo
  2. Malattie con impatto sulla sanità degli animali domestici
  3. Malattie importanti per la conservazione delle specie selvatiche

Va anticipato che queste categorie non sono mutualmente esclusive, in quanto lo stesso patogeno potrebbe ritrovarsi in più di una: in questo contributo tuttavia, trattandosi di un’introduzione generale, non scenderemo troppo nei dettagli, riservandoli per un’eventuale trattazione delle singole malattie in prossimi articoli.

1 – ZOONOSI

Due malattie zoonosiche per cui il cinghiale è spesso chiamato in causa sono la brucellosi e la tubercolosi.

Il cinghiale può essere serbatoio, anche in alcune popolazioni del nostro Paese, come ad esempio in Emilia Romagna, di Brucella suis (in particolare la biovar 2), specie non particolarmente patogena per l’uomo, ma potenzialmente importante per il suino domestico. Il problema di interazione con i suini si pone comunque nel caso di piccole produzioni locali o allevamento semi-brado, mentre il passaggio di questo patogeno al comparto industriale appare decisamente poco probabile. Sebbene B. suis biovar 2 fosse notoriamente endemica nelle popolazioni centro-europee, solo dagli anni ‘90 è stata osservata in Italia, e non è a tutt’oggi chiaro se, pur essendo già presente, non fosse mai stata individuata precedentemente, o se potrebbe essere stata importata tramite immissioni faunistiche non solo di cinghiali esteri, ma anche di lepri infette, suscettibili a questa patologia. Tra l’altro, l’infezione da B. suis potrebbe anche avere un impatto su specie a notevole valenza conservazionistica, come l’orso marsicano, influenzandone negativamente la dinamica nel tempo a causa delle sue caratteristiche di cronicità. Non sembra invece che il cinghiale possa fungere da serbatoio di altre specie del genere Brucella e in particolare per quelle tipiche dei ruminanti domestici, come B. abortus o B. melitensis. (Scarica la brochure del CDC sui rischi).

Per quanto riguarda invece la tubercolosi, va detto anzitutto che è ancora oggetto di studio se nel nostro Paese il riscontro nel cinghiale di lesioni riferibili a questa patologia sia più probabilmente espressione di un mantenimento della malattia nella popolazione, oppure di infezione contratta dalla condivisione dell’ambiente con altri ospiti di mantenimento selvatici o domestici. Linfonodo TBCPoiché il cinghiale, data la sua modalità di alimentazione (grufolamento), è certamente un buon “raccoglitore” dei micobatteri che causano la malattia, questa specie può fungere anche da indicatore dell’eventuale presenza di questi patogeni in un territorio. In ogni caso, l’interpretazione di eventuali riscontri deve sempre essere oggetto di attenta analisi, anche in relazione alla complessa sistematica ed ecologia dei micobatteri. A supporto di questo assunto, a titolo esemplificativo vale la pena di ricordare come in alcune popolazioni di cinghiale sia stato isolato esclusivamente Micobacterium microti, specie non patogena per l’uomo ed il cui serbatoio naturale sono i micromammiferi. L’associazione tubercolosi-cinghiale che spesso viene fatta, e forse anche qualche Lettore che va a cacciare all’estero potrebbe fare, deriva in realtà dalla situazione di altri paesi in cui questa specie è effettivamente serbatoio di tubercolosi, ma questo accade soprattutto a causa del mantenimento artificiale, a fini venatori, di densità di popolazione “innaturalmente elevate” (in Spagna, ad esempio, fino a 90 capi/100 ha).

Infine, una zoonosi che certamente molti dei nostri Lettori avranno sentito nominare è la trichinellosi, trichinella_lifecyclecausata dal parassita Trichinella, che si trasmette all’uomo attraverso il consumo di carne cruda o poco cotta. Anche in questo caso il cinghiale non è tanto l’ospite di mantenimento, ma è comunque a rischio di infestazione a causa della sua occasionale necrofagia, e questo è il motivo per cui la normativa prevede che tutti i cinghiali cacciati debbano essere sottoposti al controllo per questo parassita. Nel tempo, questo patogeno nel nostro Paese sta diventando sempre meno frequente, e le positività sono sempre più rare non solo nel cinghiale, che come accennato rappresenta comunque un ospite occasionale, ma anche nelle specie dove nel passato era estremamente comune, come ad esempio la volpe. E’ interessante notare come alcuni studi abbiano ipotizzato che questa “tendenza del parassita verso l’estinzione” potrebbe essere legata alle trasformazioni negli ecosistemi occorse negli ultimi decenni, e in particolare all’impoverimento nella biodiversità di alcune aree, ancora a sottolineare il legame profondo tra l’ambiente e la sanità animale.

2 – MALATTIE CON IMPATTO SULLA SANITÀ DEGLI ANIMALI DOMESTICI

Poiché il cinghiale e il suino domestico sono biologicamente la stessa specie, sono sensibili alle stesse patologie. Per questo motivo, le più temute infezioni del cinghiale sono due malattie virali specifiche dei suidi, altamente patogene e contagiose, che possono avere un impatto economico importante sull’allevamento degli animali domestici e la cui presenza è causa tra l’altro di blocchi delle movimentazioni di animali e prodotti derivati con gravi conseguenze dal punto di vista economico, a maggior ragione in un paese come il nostro, dove il suino è la base di prodotti molto pregiati e universalmente conosciuti. Queste due infezioni sono la Peste Suina Classica, oggi assente in Italia, e la Peste Suina Africana, oggi assente nell’Italia continentale, ma ancora endemica in Sardegna. Seppur dovute a due virus diversi, l’elevata mortalità e il tipo di lesioni, a carattere soprattutto emorragico, che causano le rendono praticamente indistinguibili senza appositi esami di laboratorio. Su queste due malattie è sempre opportuno mantenere viva attenzione, date la presenza ormai praticamente ubiquitaria del cinghiale e soprattutto la tipologia di gestione di questa specie, spesso finalizzata al massimo prelievo venatorio a scapito della stabilità, con rapido ricambio e destrutturazione delle classi di età della popolazione; senza citare in questa sede pratiche decisamente “borderline” come l’alimentazione artificiale, che favorisce l’aggregazione di animali, il superamento delle densità naturali e quindi la diffusione delle infezioni, o addirittura l’incontrollata (e incontrollabile) immissione di soggetti.

3 – MALATTIE IMPORTANTI PER LA CONSERVAZIONE DELLE SPECIE SELVATICHE

Questo gruppo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non comprende malattie importanti per la conservazione del cinghiale, sia perché nel nostro Paese attualmente nessuna malattia è in grado di incidere significativamente sulla dinamica della specie, sia perché è forse troppo tardi per parlare di conservazione del cinghiale intesa come conservazione dei ceppi originari della nostra area geografica.

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Immagine tratta da Piano regionale di monitoraggio della fauna selvatica – Regione Lombardia

Ci occuperemo invece brevemente della malattia di Aujeszky, una malattia virale presente, anche se in modo non omogeneo, nella popolazione di cinghiale del nostro Paese. Questa patologia è tradizionalmente importante nell’allevamento suino, ma il passaggio dal cinghiale al suino del comparto industriale in Italia è pressoché assente, come evidenziato anche dal fatto che nei maiali di allevamento circolano ceppi diversi da quelli che circolano nel cinghiale. La malattia di Aujeszky, per contro, può avere un impatto, oltre che su suini allevati in stato semibrado per produzioni locali, anche e soprattutto su specie come i grandi predatori, non in modo cronico (come la già citata brucellosi), ma decisamente acuto. Infatti, mentre nel cinghiale essa è spesso praticamente asintomatica, nei carnivori come il nostro cane, ma anche come lupi e orsi, qualora ad esempio ingeriscano visceri o carni crude di cinghiali o maiali infetti si può sviluppare una gravissima encefalite, spesso ad esito letale, con un conseguente possibile impatto sulla conservazione di queste specie.

 

In conclusione, quello che abbiamo cercato di evidenziare in questo contributo è come la gestione delle specie, e del cinghiale in particolare, non possa oggi essere vista in una sola prospettiva (nello specifico, in prospettiva venatoria), ma debba considerare anche le possibili ripercussioni economiche e sociali, nonché le ricadute sulla biodiversità e su un contesto ambientale che non è un’entità statica, ma subisce continue trasformazioni alle quali anche i patogeni si adattano e nelle quali possono verificarsi situazioni nuove e impreviste.

Per saperne di più

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Visita il sito dell’ATIt: http://biocenosi.dipbsf.uninsubria.it/atit/