Allevamento e caccia: il benessere animale nella specie Sus scrofa

Pubblichiamo di seguito l’articolo che con Giulia Corona (Politecnico di Milano) e Annafrancesca Corradini (Dip. VESPA – Università di Milano), abbiamo scritto e pubblicato sul primo numero della rivista Wilde, uscita lo scorso mese di marzo.

Un articolo che punta a far riflettere, utilizzando anche immagini infografiche, su cosa è davvero il benessere animale negli allevamenti contrapponendolo a quello che è il vero benessere animale dell’animale a vita libera.

Le produzioni di carne di maiali allevati e di cinghiali cacciati, entrambi appartenenti alla specie Sus scrofa, partono pertanto da condizioni completamente differenti di spazi vitali. Varrebbe la pena pertanto ragionare sul fatto che la caccia, intesa anche come produzione di alimento, rappresenta l’unica alternativa allo sfruttamento animale.


Quantità, qualità e genuinità: tre concetti che a volte sono difficilmente integrabili fra di loro, soprattutto se riferiti alla produzione industriale alimentare, e nello specifico agli allevamenti, intensivi o meno. Negli ultimi cinquant’anni il progresso ha letteralmente stravolto la nostra società: siamo passati da allevamenti a scopo familiare a produzioni di ordine industriale, e ciò che si è perso maggiormente è stata proprio la genuinità del prodotto alimentare, a discapito della richiesta di quantità di prodotto.

Il ciclo delle teorie socio-economiche ci insegna però che prima o poi si giunge a una rottura se la via perseguita non è propriamente corretta. Infatti, ormai da vent’anni, si sente parlare di biologico, chilometro zero, biodinamica. Oggi queste prassi non sono più una novità, bensì la novità è che ogni catena di grande, media e piccola distribuzione ha una propria linea biologica. Queste nuove attività legate a una produzione di qualità sono tuttavia diventate vere e proprie produzioni industriali, che devono quindi garantire una certa quantità a prezzi concorrenziali per sopravvivere, e allora la qualità dove rimane?

Tra i banchi delle macellerie dei supermercati c’è un infinita possibilità di scelta per ciò che riguarda il prodotto carne. Il consumatore medio acquista il meno caro e non legge l’etichetta, Il consumatore consapevole invece vuole essere informato: provenienza e tipologia di produzione risultano essere prerogative essenziali nella scelta d’acquisto, e nelle tipologie di produzione rientra la componente riferita al rispetto del benessere animale in allevamento. In sostanza, carne sì, purché di qualità, quindi proveniente da animali allevati in maniera etica e sostenibile, nel pieno rispetto del benessere animale e dell’ambiente.

Ma cosa si intende per benessere animale? Il rispetto di norme di legge nate sui principi del Brambell Report del 1965[1], destinato a regolamentare le condizioni di vita degli animali allevati che indicano lunghezza e larghezza di un box per allevamento? Oppure il rispetto di regolamenti che, nascondendosi dietro il termine “benessere animale”, con una certa dose di ipocrisia, sanciscono le modalità di trasporto e abbattimento di soggetti allevati? O ancora per benessere animale intendiamo la possibilità di nascere liberi, di manifestare (davvero) i comportamenti tipici della specie, di scegliere in maniera indipendente l’alimento, di utilizzare ambienti diversi a seconda della stagione, e infine di morire liberi?

Se siamo in grado di fare un’analisi critica, seguendo questo ragionamento, la caccia potrebbe potenzialmente essere considerata un’attività in perfetta linea con le richieste del consumatore, che cerca prodotti “biologici”, marchio associato comunemente a uno stile di vita naturale e genuino, ma che spesso nasconde esigenze di produzione.

Se da un lato abbiamo l’allevamento biologico visto come una sorta di panacea nei confronti del rispetto degli animali, dall’altro abbiamo il fatto che il cacciatore è visto sempre più in maniera negativa, sia da chi ha scelto di non mangiare più carne, sia da chi la mangia senza porsi particolari domande. Uccidere un animale in libertà è socialmente meno accettabile rispetto ad ucciderne uno in cattività spesso sottoposto a condizioni di vita misere. La caccia è troppo spesso identificata come un’attività crudele e non come una scelta dettata da tradizioni, passioni, necessità gestionali ed ecologiche. Forse è ancora prematuro parlare di caccia etica, anche se da anni si è ampiamente sancito il ruolo dell’etica nella caccia, in cui il rispetto della preda è sopra ogni cosa. Rispetto inteso non come lo svolgimento del rituale dell’ultimo pasto ma come abbattimento senza sofferenze.

Da qui la voglia di comunicare ed esprimere una visione diversa della caccia mettendola a confronto con l’allevamento, partendo da dati reali, attendibili e a disposizione di tutti. Partiamo quindi dal presupposto che avere molto spazio a disposizione corrisponde generalmente a una qualità della vita migliore. D’altronde a chi piacerebbe vivere in un metro quadro? Applicando quindi il concetto di design, a quello della comunicazione, è possibile comunicare in maniera semplice concetti tecnici anche a chi è totalmente estraneo a questa tematica.

Da un progetto nato presso la facoltà di Design della Comunicazione del Politecnico di Milano, descriviamo in questo articolo lo stato di benessere, rapportato allo spazio vitale, della specie Sus scrofa, in allevamento intensivo, in allevamento biologico, ed infine in natura. Considerando che la densità media dei cinghiali in natura è indicata nella bibliografia scientifica con valori intorno ai 10 capi per 100 ha, ogni soggetto ha quindi bisogno di 100.000 mq. Tuttavia sappiamo che non tutto lo spazio è utilizzato, e che in alcuni momenti delle proprie fasi vitali, il cinghiale utilizza spazi molto limitati. Si è quindi partiti, per esigenze grafiche, da una base di 1.000 mq per rappresentare lo spazio vitale minimo che una femmina di cinghiale con i piccoli utilizza nei primi 28 giorni dalle nascite paragonandoli ai 28 giorni in cui la scrofa svezza i suinetti in allevamento intensivo. Il medesimo paragone è stato fatto per confrontare lo spazio vitale minimo dei maiali nelle fasi di ingrasso (che dura circa 100 giorni) rispetto allo spazio utilizzato da un cinghiale adulto nel medesimo periodo.

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Per quanto riguarda l’allevamento dei maiali, le misure impiegate utilizzate per l’elaborazione grafica sono state ricavate dalle disposizioni ufficiali della normativa vigente relative all’allevamento intensivo (D.L. n.122 del 7/7/2011 che applica la Dir. CE 120/2008) e biologico (Reg. CE 889/2008). Considerando il fatto che l’allevamento suinicolo si costituisce di più momenti, sono state scelte le disposizioni legislative sulle densità minime date per due fasi rappresentative e indubbiamente più critiche della vita dell’animale durante il ciclo produttivo: la sala parto, in cui la scrofa allatta i suinetti fino allo svezzamento, e l’ingrasso, in cui il suino viene portato al peso necessario per la macellazione.

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Il risultato visivo risulta interessante perché permette un coinvolgimento emotivo che stimola la riflessione e lo scardinamento dei luoghi comuni associati all’attività venatoria: quanti cinghiali ci stanno in 1000 metri quadri? Quanti suini allevati in maniera biologica? E quanti allevati intensivamente? Emerge subito agli occhi da una parte il sovraffollamento tipico dell’allevamento intensivo, dall’altra la visione reale degli spazi assegnati nelle varie fasi di produzione nell’allevamento biologico, e infine la libertà e lo spazio disponibile al selvatico in natura.

Per far comprendere ancora meglio come i parametri che costringono i suini d’allevamento in quelle situazioni siano di fatto delle indicazioni derivanti da norme in materia di “benessere animale”, è opportuno anche citare alcuni passi piuttosto significativi ed eloquenti ricavati dai testi ufficiali del corpus normativo in merito ai temi trattati. Infatti, se partiamo dagli spazi vitali necessari per la gestione negli allevamenti intensivi, le direttive che definiscono le norme minime riguardo la protezione degli animali negli allevamenti dichiarano che “[…] l’animale deve poter disporre di uno spazio adeguato alle sue esigenze fisiologiche ed etologiche, secondo l’esperienza acquisita e le conoscenze scientifiche”. Appare chiaro come leggendo il grafico questa stessa dichiarazione strida con lo spazio effettivamente assegnato ad un singolo animale. Se passiamo invece agli allevamenti biologici, la norma cita che La densità di bestiame negli edifici deve assicurare il conforto e il benessere degli animali, nonché tener conto delle esigenze specifiche della specie in funzione, in particolare, della specie, della razza e dell’età degli animali. Si terrà conto altresì delle esigenze comportamentali degli animali, che dipendono essenzialmente dal sesso e dall’entità del gruppo. La densità deve garantire il massimo benessere agli animali, offrendo loro una superficie sufficiente per stare in piedi liberamente, sdraiarsi, girarsi, pulirsi, assumere tutte le posizioni naturali e fare tutti i movimenti naturali, ad esempio sgranchirsi. Ancora una volta stridono i concetti di “benessere” e di “esigenze comportamentali”, a maggior ragione se comparate allo spazio utilizzato da un cinghiale a vita libera. Per contro, appaiono maggiormente osservanti le cosiddette “esigenze comportamentali” le prime righe dell’articolo 1 della legge 157/92, in cui si legge La fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale. L’esercizio dell’attività venatoria è consentito purché non contrasti con l’esigenza di conservazione della fauna selvatica.

L’ausilio fornito dalle parole alle rappresentazioni grafiche è quindi propedeutico per il lettore: risulta così ancor più stridente la dicotomia tra allevamento-benessere animale, regolamentato da norme socialmente accettate, e caccia-maltrattamento animale, che si sta radicando sempre di più nel pensiero comune, nonostante l’animale cacciato nasca, viva e muoia libero.

Una seconda chiave di lettura, più profonda e specifica, rimanda a quanto realmente possa essere diversa la carne di un animale allevato con un sistema di produzione sia intensivo che biologico (seguendo ovviamente le disposizioni di legge) rispetto a quella di un selvatico cacciato. Si può quindi supporre logicamente che lo stile di vita di quest’ultimi, la libertà di movimento, la dieta e la possibilità di poter esprimere i comportamenti tipici della propria specie, influiscano in maniera preponderante sulle caratteristiche delle carni. Per esempio, un animale che si muove poco accumula una quantità di grasso maggiore intorno al muscolo (necessaria per prodotti come il lardo o la pancetta), a discapito di una corretta infiltrazione di grasso all’interno del muscolo di un animale in costante movimento, più omogenea e tipica degli animali allo stato brado. Oppure ancora, come ben sappiamo, una dieta somministrata in allevamento è funzionale ad un incremento di peso rapido, proprio in relazione alle tempistiche dettate dal mercato (ingrassare molto e in fretta!), mentre la dieta di un selvatico ha come unico obiettivo il mantenimento dell’equilibrio e la soddisfazione dei fabbisogni relativi allo stato fisiologico in cui si trova l’animale nel corso della propria vita. Da questi presupposti derivano caratteristiche di tipo nutrizionale legate alle carni degli ungulati selvatici sicuramente interessanti e positive quali un basso contenuto di colesterolo, un favorevole rapporto fra gli acidi grassi Omega 3 e Omega 6 (essenziale per una dieta bilanciata) ed una ricchezza notevole per quanto riguarda proteine e oligoelementi essenziali.

Senza addentrarsi in discorsi troppo specifici, il senso ultimo di questa riflessione non è da ricondurre alla demonizzazione dell’allevamento in quanto tale, giacché questo, assieme all’agricoltura, è stato il passo fondamentale che ha permesso l’evoluzione della nostra specie, ma quello di aprire una riflessione sulle elevate potenzialità che possiede l’attività venatoria, che non è solo una nobile arte praticata da ogni cacciatore con motivazione e grande passione, e neppure solo una pratica funzionale di gestione dei territori, ma è soprattutto una risorsa capace di mettere a disposizione un prodotto prezioso dal punto di vista qualitativo: la carne di selvaggina.

[1] Le 5 libertà del Brambell Report: 1. Libertà dalla sete, dalla fame e dalla cattiva nutrizione 2. Libertà di avere un ambiente fisico adeguato 3. Libertà dal dolore, dalle ferite, dalle malattie 4. Libertà di manifestare le caratteristiche comportamentali specie-specifiche normali 5. Libertà dalla paura e dal disagio.

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Corso Abilitazione Caccia Collettiva Cinghiale – FIDC Magenta

Il Nucleo FIDC di Magenta, in collaborazione con lo Studio Associato AlpVet, organizza il “Corso per l’abilitazione a Caposquadra per la caccia collettiva al cinghiale”, conforme al Decreto della DGA Regione Lombardia n. 2092 del 19/02/2018 e relativi allegati.

Le lezioni, si svolgeranno presso la sede del Nucleo FIDC di Magenta, in Via Cadorna a Magenta, nelle giornate di martedì e giovedì, a partire da martedì 29 maggio.

Il corso della durata complessiva di 30 ore, risponde ai requisiti ISPRA e alle recenti indicazioni di Regione Lombardia.

Le domande di iscrizione dovranno pervenire entro il 22 maggio a fidcnucleomagenta@gmail.com.

Per ulteriori informazioni, cliccate qui.

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Corso abilitazione a Caposquadra per la caccia collettiva al cinghiale – Fidc Varese

La Sezione Provinciale di Federcaccia Varese, in collaborazione con lo Studio Associato AlpVet, organizza il “Corso per l’abilitazione a Caposquadra per la caccia collettiva al cinghiale”, conforme al Decreto della DGA Regione Lombardia n. 2092 del 19/02/2018 e relativi allegati.

Le lezioni, si svolgeranno presso la sede della FIDC Provinciale a Varese in Via Piave 9, Sabato 28 Aprile 2018 dalle ore 8,30 alle 12,30 e dalle 14,00 alle 18,00.

Le iscrizioni sono da effettuarsi entro il 17 aprile presso la segreteria di FIDC Varese al numero 0332-282074 o scrivendo all’indirizzo fidc.varese@fidc.it.

Maggiori informazioni all’indirizzo http://www.fidc-va.eu/

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Corso Abilitazione caccia collettiva cinghiale – Fidc Varese

La sezione provinciale di Federcaccia di Varese, organizza in collaborazione con lo Studio AlpVet, il corso per l’abilitazione alla caccia collettiva al cinghiale. Il corso avrà inizio sabato 7 aprile.

Il corso della durata complessiva di 31 ore, suddivise in 27 di lezione teorica in aula, 2 di esercitazione pratica in aula e 2 di esercitazione pratica in campo risponde ai requisiti ISPRA e alle recenti indicazioni di Regione Lombardia.

Il corso si svolgerà nelle serate di giovedì, nel pomeriggio del sabato e nella giornata di domenica.

Le domande di iscrizione dovranno pervenire entro il 31 marzo a fidc.varese@fidc.it oppure telefonando alla segreteria al numero 0332-282074 nelle giornate di martedì e venerdì dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 17.00, oppure nelle giornate di mercoledì e giovedì dalle 9.00 alle 13.00.

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Al via i prossimi corsi di abilitazione alla caccia di selezione, collettiva al cinghiale e caposquadra

Lo Studio AlpVet, e i suoi collaboratori, fin dai primi corsi organizzati dall’Università di Milano e con la ex-Provincia di Milano, ha sempre voluto dare un taglio differente ai propri corsi di formazione, mettendo al centro della didattica l’ETICA, un concetto che è alla base di tutta la gestione volta alla conservazione degli habitat e della fauna nel suo complesso.
Non siamo ancora in grado di parlare di “Caccia Etica” (anche se qualcuno si riempie la bocca di questi termini) ma vogliamo che si parli e che diventi realtà la cosiddetta “Etica venatoria”, che rappresenta il rispetto che ogni cacciatore deve avere nei confronti dell’ambiente, della fauna cacciabile e protetta, degli ausiliari, degli altri cacciatori e soprattutto dei non cacciatori.

I corsi che proponiamo non insegnano a seguire una traccia, a riconoscere un’impronta o una fatta, e nemmeno a fare l’avvicinamento migliore. Queste cose saranno il bagaglio culturale che ogni cacciatore deve crearsi, o che deve perfezionare con l’esperienza sul campo.
Noi non insegniamo come riuscire ad abbattere il più possibile del carniere che ognuno ha a disposizione.
Noi non insegniamo l’ipocrisia del bruch dell’ultimo pasto da apporre ad un animale inseguito, braccato, ferito e morto in agonia. (Aggiungiamo per chiarezza, viste alcune segnalazioni, che il bruch è un segno di rispetto nei confronti dell’animale e se pertanto rappresenta il rispetto che ogni cacciatore deve avere nei confronti della preda, a maggior ragione non riteniamo che l’etica venatoria si possa misurare esclusivamente con la sola offerta dell’ultimo pasto, ma che essa si debba correlare necessariamente ad un abbattimento della preda senza sofferenze alcune. Così facendo il bruch assume davvero il significato originale).

Noi insegniamo il benessere animale, risultato di quell’etica venatoria di cui sopra che permette che ogni animale venga rispettato nella sua essenza fino al passaggio che lo porterà alla morte senza inutili sofferenze.
Noi insegniamo il benessere animale perché è anche garanzia di qualità igienico-sanitaria delle carni di selvaggina, un prodotto di eccellenza che i cacciatori possono offrire anche a chi non è cacciatore.
Noi insegniamo la cultura della conservazione degli habitat, del rispetto del territorio e delle attività umane che nel corso dei secoli hanno plasmato le montagne e che hanno contribuito alla presenza della selvaggina nei nostri boschi.
Noi formiamo cacciatori che possano diventare gestori, affinché comprendano che la poltrona di un ATC o di un CA è un ruolo di responsabilità nei confronti dell’intera collettività e non dei propri interessi.
Noi formiamo cacciatori che siano in grado di comunicare e di dialogare anche con chi è contrario alla caccia senza conoscerla, fornendo tutti gli strumenti utili a sostenere un contraddittorio su basi tecniche, scientifiche e gestionali, senza mai passare dalla parte del torto.

Se i nuovi cacciatori non vogliono credere in questo cambio di mentalità, necessario per far fare un salto di qualità al mondo venatorio e toglierlo definitivamente da quella visione negativa che il contesto sociale attuale gli ha costruito intorno, siamo ben lieti di non averli tra i nostri corsisti, così almeno non perdiamo tempo prezioso da dedicare a chi invece crede in questo possibile cambiamento e in questa crescita culturale.

Per coloro che ci credono, siamo ben lieti di accompagnarvi attraverso un percorso formativo che vi permetterà di svolgere al meglio la vostra passione, trasmettendovi la nostra di passione e ciò che abbiamo imparato in questi anni di studio vissuti tra scarponi e camici, tra binocoli e computer, tra bevute in baita e congressi internazionali.
Partiranno infatti a breve due corsi per la caccia di selezione, uno in collaborazione con il Nucleo FIDC di Magenta e l’altro con la Sezione provinciale FIDC di Como. Partiranno a breve in collaborazione con la Sezione provinciale FIDC di Varese un corso per l’abilitazione alla caccia collettiva al cinghiale e alla figura del Caposquadra.

Le recenti normative regionali, emanate col Decreto 2092 del 19 febbraio 2018, hanno definito i programmi dei corsi da svolgersi sul territorio lombardo. Il programma dei corsi svolti dal nostro Studio rispondevano già pienamente ai requisiti ISPRA e come tali rispondono appieno anche alle recenti normative senza porre particolari modifiche.
Spiace che Regione Lombardia abbia deciso di non considerare di inserire tra le materie d’esame anche l’abilitazione ai censimenti allo Stambecco, specie ben rappresentata sulle Alpi Orobie e sulle Alpi Retiche.

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Scarica qui gli allegati al decreto:

Allegato A – Modalità presentazione domande

Allegato B – Disposizioni minime relative ai corsi

Allegato C – Materie e prove d’esame

Allegato D – Quiz

Allegato E – Modulo di domanda per l’ammissione all’esame

Il consumo delle carni di cinghiale – IZS Portici (NA) – 22 febbraio 2018

Giovedì 22 febbraio, presso l’IZS di Portici (NA), si terrà un convegno, accreditato ECM sulla gestione sanitaria delle carni di cinghiale.

Il convegno vedrà la partecipazione anche della Società Italiana di Ecopatologia della Fauna (SIEF), attiva da tempo sulle questione inerenti sanità e gestione delle carni di selvaggina, con relatore il Dott. Roberto Viganò che tratterà gli aspetti legislativi riguardanti il destino delle carni di cinghiale.

Clicca qui per il programma dell’evento.

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Corso Abilitazione Caccia collettiva al Cinghiale –

La Sezione Provinciale di Federcaccia, in collaborazione con lo Studio Associato AlpVet, organizza il “Corso di formazione per l’abilitazione di aspiranti cacciatori di cinghiale in forma collettiva”, conforme alle direttive ISPRA e approvato con Decreto della Regione Lombardia n. 8762 del 12/09/2016..

Le lezioni teoriche, si svolgeranno presso la Sala Convegni della Protezione Civile del Comune di Jerago con Orago sita in Piazza Don Mauri a  Jerago, dalle ore 20.00 alle ore 23.00, nelle seguenti giornate:
Martedì 18 ottobre 2016
Giovedì 20 ottobre 2016
Martedì 25 ottobre 2016
Giovedì 27 ottobre 2016
Giovedì 3 novembre 2016
Martedì 08 novembre 2016
Giovedì 10 novembre 2016
Martedì 15 novembre 2016
Giovedì 17 novembre 2016

Nell’ambito del programma didattico è prevista anche una lezione pratica di maneggio armi e tiro e una  contemporanea esercitazione su mandibole e riconoscimento delle classi di sesso e di età,  presso il Poligono del Tiro a Segno Nazionale di Somma Lombardo. La data di questa lezione sarà comunicata all’avvio del corso, probabilmente sarà fissata nella mattinata di un venerdì del mese di novembre.

Per iscrizioni e  informazioni:
Segreteria FIDC Sezione Provinciale di Varese – Via Piave, 9 – 21100 Varese
Tel/Fax: 0332-282074 e-mail: fidc.varese@fidc.it
Martedì e Venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 17 – Mercoledì e Giovedì dalle 9 alle 13

CONFERMA ISCRIZIONE: Il corso avrà luogo al raggiungimento del numero minimo di 30 iscritti, si accettano al massimo 60 iscritti.  Entro il 11/10/2016 verrà comunicata  la conferma di iscrizione e inizio corso; nel caso in cui fosse indicato un indirizzo di posta elettronica o n. di cellulare, il corsista riceverà la conferma a mezzo mail o SMS.

Per maggiori informazioni e per scaricare il programma didattico www.fidc-va.eu

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