52° Assemblea Nazionale UNCZA – Convegno nazionale “Il Gallo forcello sulle Alpi: conservazione e gestione” – Madonna di Campiglio 1° luglio 2017

Venerdì 30 giugno avrà inizio a Madonna di Campiglio la 52° assemblea nazionale UNCZA con l’insediamento della commissione CIC-UNCZA per la valutazione dei trofei e a seguire il Consiglio nazionale UNCZA.

Sabato 1° luglio, a partire dalle ore 9.00 presso il Palacampiglio, si terrà il convegno nazionale sul tema della conservazione e gestione del Gallo forcello sulle Alpi.
Il programma prevede:
Ore 9.00 – Saluto autorità
Ore 9.15 – Introduzione lavori – Sandro Flaim
Ore 9.30  – “Il Gallo forcello: status, dinamiche e gestione, il punto sulla situazione” – Luca Rotelli
Ore 10.00 – “Indagine UNCZA: consistenze e prelievi di tetraonidi e coturnice” – Ivano Artuso
Ore 10.20 – “Censimenti e georeferenziazione dei dati: un progetto in Trentino” – Sandro Zambotti
Ore 10.40 – “L’ausilio del cane da ferma nei conteggi post-riproduttivi” – Angelo Lasagna
Ore 11.00 – “Lo stress invernale nel forcello” – Roberto Viganò
Ore 11.20 – “Miglioramenti ambientali a favore della specie” – Giovanni Giovannini
Ore 11.40 – Considerazioni finali – Franco Perco
Ore 12.00 – Conclusione lavori

Alle 15.00 è prevista l’assemblea nazionale UNCZA.

La relazione che porteremo al convegno è tratta da un articolo scientifico pubblicato sulla rivista internazionale Journal Ornithology dal titolo “Increased hormonal stress reactions induced in an Alpine Black Grouse (Tetrao tetrix) population by winter sports”.

Il programma dell’evento è disponibile qui: depliant_UNCZA 2017

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Progetto per la conoscenza e l’osservazione partecipata dello stambecco delle Orobie bergamasche

Dalla prima reintroduzione sulle Orobie bergamasche di 88 stambecchi provenienti dal Parco Nazionale del Gran Paradiso, avvenuta nel giugno 1987, il loro numero è cresciuto costantemente ed oggi si stima la presenza di oltre 1.000 esemplari.

In occasione dei 30 anni dall’inizio del “Progetto Stambecco in Lombardia” (1987-1990) il CAI di Bergamo, in stretta collaborazione con partner istituzionali (Provincia di Bergamo e Parco delle Orobie bergamasche) e scientifici (Studio Associato AlpVet), si rendono promotori di un’iniziativa culturale che vuole essere un omaggio alla bellezza delle Orobie ed al loro valore naturalistico con particolare riferimento alla specie stambecco (Capra ibex) che attraverso la sua presenza da sempre affascina gli escursionisti.

Obiettivo del progetto è stimolare l’attenzione degli escursionisti che frequentano i sentieri delle Orobie bergamasche all’osservazione degli stambecchi fornendo loro elementi di conoscenza utili a riconoscere non lo solo la specie, ma anche il sesso e l’età degli esemplari avvistati.

Grazie a questa iniziativa, a partire dalla seconda metà di giugno, nei rifugi CAI sulle Orobie bergamasche sarà possibile trovare una brochure informativa (scarica qui il fomato pdf) con una sezione da compilare per segnalare gli stambecchi osservati durante le escursioni, contribuendo così in modo diretto e personale alla conoscenza e alla conservazione di questa specie. Le cartoline permetteranno di indicare il luogo, data e orario dell’osservazione, condizioni meteo, numero, sesso e classe di età degli esemplari visti. Le cartoline potranno essere riconsegnate presso i rifugi stessi, il Palamonti a Bergamo o presso i negozi Sport Specialist della Lombardia che aderiscono a questa iniziativa, creando un collegamento tra la città e la montagna. Oppure potranno essere scansionate (o fotografate) e inviate via mail. Per chi preferisce, sarà anche possibile inserire i dati delle osservazioni direttamente online nel sito www.stambeccoorobie.it ed i dati saranno raccolti fino al 31 ottobre 2017.

LocandinaIbex

In parallelo alla raccolta delle osservazioni, che permetteranno di raccogliere dati utili per conoscere la distribuzione ed il comportamento della popolazione di stambecchi presenti sulle Orobie, si svolgerà anche un contest fotografico sulla pagina Facebook Stambeccoorobie, che porterà alla premiazione di 20 fotografie in occasione dell’evento di chiusura del progetto a dicembre 2017.

Alpine Seminar – Rifugio Curò 10-11 settembre 2016

Nell’ambito della rassegna “I Maestri del Paesaggio”, si svolgerà nelle giornate del 10 e 11 settembre 2016 l’Alpine Seminar presso l’Ostello Curò, struttura del CAI di Bergamo situata in alta Valle Seriana a 1.900 metri di quota, .

Curò

Quest’anno il tema generale della rassegna è il Wild Landscape declinandone la lettura nello specifico contesto della montagna. In particolare il seminario in quota si propone l’obiettivo di offrire l’occasione per riflettere su tutte le componenti “wild” che fanno parte della macro-area alpina analizzando ed interpretandone i vari aspetti in funzione degli attuali cambiamenti della società.
Verrà inoltre svolto un focus sulle opportunità e problematiche che questi cambiamenti hanno determinato ai vari fruitori dell’ambiente alpino ed alla gente di montagna.

Il programma del seminario prevede una serie d’interventi a cura di relatori con diverso profilo ed esperienze professionali in modo da poter fornire uno sguardo completo e aperto a tutti gli aspetti tecnici e culturali che fanno parte della montagna.

Tra i relatori dell’Alpine Seminar sarà presente anche il dott. Luca Pellicioli (Studio Associato AlpVet) con una relazione dal titolo “Il ritorno della natura selvaggia. Paesaggi, animali e uomini, un rapporto da ripensare?”.

La quota di iscrizione è 70 Euro (quota ridotta per studenti e docenti) e prevede anche la pensione completa all’ostello o rifugio Curò oltre che il rilascio di crediti formativi per gli iscritti all’ordine degli architetti e agronomi/dottori forestali.

Il programma completo del seminario con tutte le indicazioni e la possibilità di pre-iscrizioni è disponibile al seguente link: http://www.imaestridelpaesaggio.it/2016/educational/dettaglio/Alpine-Seminar/

PROGRAMMA

Sabato pomeriggio 10 settembre (h 15:00-18:00)
Figlio della natura o opera dell’uomo? Il paesaggio alpino tra genesi ed evoluzione
Maurizio Dematteis, giornalista e ricercatore, direttore della rivista Dislivelli

Montagne nude e montagne vestite: presenza umana e fluttuazioni del bosco in area alpina negli ultimi due millenni
Renato Ferlinghetti, geografo e naturalista. Centro studi sul territorio “Lelio Pagani” – Università di Bergamo

I santuari del mondo selvaggio. Ruolo, importanza e funzioni dei parchi dell’area alpina.
Enrico Bassi, naturalista, consulente scientifico del Parco Nazionale dello Stelvio.

Sabato sera 10 settembre (dopocena)
Proiezione di docufilm a cura dell’Associazione “Gente di montagna”

Domenica mattina 11 settembre (h 8:30-12:30)
Il ritorno della natura selvaggia. Paesaggi, animali e uomini, un rapporto da ripensare?
Luca Pellicioli, medico veterinario (Studio AlpVet), membro Comitato Scientifico Centrale CAI e del gruppo “Grandi Carnivori”

Limiti e potenzialità di una visione selvaggia del territorio.
Tiziana Stangoni, dottore forestale libero professionista, presidente dell’Ordine dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali delle province di Como-Lecco-Sondrio

Biodiversità: tra esigenze di tutela della vita selvaggia e l’approccio dei servizi ecosistemici
Elisabetta Rossi, dottore ambientale, lavora alla struttura valorizzazione aree protette e biodiversità di Regione Lombardia, si occupa di progetti di conservazione della biodiversità

È veramente un paesaggio selvaggio? Lezione in campo, godendo dell’ambiente e dei paesaggi della Conca del Barbellino
Renato Ferlinghetti, geografo e naturalista, e Patrizio Daina, naturalista

Alla scoperta del Lupo Cerviere – Biella, 10 giugno 2016

Venerdì 10 giugno, alle ore 21.00, presso Palazzo Gromo Losa a Biella Piazzo, si terrà la presentazione del libro “ALLA SCOPERTA DEL LUPO CERVIERE – LA LINCE” di Claudio Oddone.

Tra i relatori della serata anche un collaboratore di AlpVet, Andrea Battisti (Naturalista/Biologo), che insieme al Dott. Silvano Beduglio e Matteo Negro (Biologo), descriveranno la storia della lince nel territorio delle Alpi e forniranno utili informazioni riguardo le segnalazioni pervenute negli anni e lo status attuale di distribuzione dell’affascinante, quanto schivo, predatore.

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Lupo e Iene e Cani e Pecore e… Bufale: la mistificazione dell’informazione

Il 16 Febbraio scorso un filmato apparso in una nota trasmissione ha sollevato numerose critiche e polemiche in tutto il mondo ambientalista, e non solo. Qualche giorno dopo è apparso un “controfilmato” da parte del WWF in cui si smontavano diversi concetti espressi nel filmato in questione.

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Da tempo volevamo scrivere un contributo sul lupo, per favorire la divulgazione di informazioni non solo tecniche e scientifiche, ma soprattutto non aleatorie e men che meno forvianti. Un caro amico e collega ci ha stimolato nel dare il nostro parere su questi due filmati, e di certo non possiamo tirarci indietro.

Cercheremo quindi di fare un po’ di sintesi delle nostre esperienze, e soprattutto dei nostri dialoghi vissuti direttamente sul territorio con tecnici, allevatori e cacciatori. Attenzione però, non siamo lupologi, e quindi non vogliamo né commentare né criticare il lavoro fatto da chi in questi anni con passione e fatica segue una delle specie più difficile da gestire, non solo a livello faunistico, ma soprattutto a livello mediatico. Il nostro contributo vuole portare il nostro punto di vista e alcuni elementi di discussione.

Qual è la verità nei due filmati? Si dice che la verità stia sempre nel mezzo.

Abbiamo da una parte una trasmissione televisiva che monta un filmato finalizzato a fare audience (qualcuno dice anche propaganda) e dall’altra un’associazione ambientalista che critica un filmato “anti-lupo” per proteggere la specie, senza però analizzare a fondo le criticità legate alla sua presenza.

LigabueLa verità è che i lupi hanno ricolonizzato territori da cui si erano estinti (o meglio… da cui erano stati estinti…), e sono tornati in maniera del tutto naturale. Nessuno ha mai liberato lupi in natura. La presenza di lupi in aree in cui in cui la specie non era presente da anni è dovuto al fatto che il lupo, in particolar modo i soggetti in dispersione, sono in grado di compiere spostamenti anche di diverse centinaia di chilometri.  SlavcEmblematici i percorsi fatti da Ligabue sull’appennino e da Slavc, che dalla Slovenia è arrivato fino ai monti della Lessinia per formare la prima coppia tra lupi appenninici e balcanici con Giulietta, tanto per fare un paio di esempi.

Qual è il vero problema?

Non viviamo sulle Montagne Celesti dell’Asia centrale. Quasi tutto il territorio nazionale è ampiamente antropizzato. È palese che si creino dei conflitti tra fauna selvatica e uomo. E questi conflitti non si creano solo verso i predatori (lupo e orso su tutti), o verso animali che generano mediamente poca empatia come cinghiale e nutria, ma anche verso ungulati (cervi e caprioli) che affascinano la maggior parte delle persone.

I lupi non sono certo “migliaia e migliaia” come racconta il signore nel filmato delle Iene, ma in alcune zone hanno raggiunto buone densità e formato branchi stabili. Una delle critiche maggiori che viene fatta sui social ai ricercatori è che, nonostante tutti i progetti finanziati sul lupo, non abbiano mai fornito un dato certo sul numero di predatori presenti nel territorio nazionale. È impossibile fornire un numero certo di animali selvatici, lo sanno benissimo anche i cacciatori, è importante però arrivare ad una stima che sia la più realistica possibile. “L’obiettivo più ambizioso, in forma più quantitativa” cita il Progetto WolfAlps “è quello di applicare tecniche di cattura-marcatura- ricattura (CMR) sui dati genetici per valutare in modo accurato la dimensione della popolazione e stimare il tasso di sopravvivenza (Marucco et al. 2009, Cubaynes et al. 2010), possibile solo se questi campioni sono raccolti sulla base di un campionamento attivo-sistematico”. Questi dati sono in arrivo. È tuttavia altrettanto chiaro che non è ammissibile da parte di qualcuno fornire dati che indicano stime con il 60/70% di errore. E sono pertanto comprensibili le critiche che appaiono sui social a questo riguardo.

Nell’ultimo secolo non sono documentati casi di attacchi all’uomo, di contro è innegabile che la paura atavica dell’uomo nei confronti del lupo non derivi esclusivamente dalla favola di “Cappuccetto Rosso” o da quella dei “Tre Porcellini”, ma da episodi storici di antropofagia reali e documentati (sono documentati casi persino alle porte di Milano). Indubbiamente il contesto storico era completamente differente rispetto a quello attuale: un paio di secoli fa gli ungulati erano quasi estinti dal nostro territorio e l’unica fonte alimentare per i lupi era rappresentato dal bestiame domestico. Capitava tuttavia che l’attacco venisse rivolto a qualche giovane pastore. Non dimentichiamo inoltre che in quei periodi era presente anche la rabbia, una gravissima patologia in grado di trasmettersi anche all’uomo (zoonosi) e capace di far incrementare la perdita di diffidenza da parte dei carnivori nei confronti dell’uomo.

Non si può quindi sottovalutare la paura delle persone, e come tale deve essere compresa. La paura arriva spesso da mancanza di conoscenza del problema, serve un’informazione corretta e chiara.

È vero anche che sono sempre più frequenti i casi di attacchi di lupo nei confronti di cani da caccia e cani da compagnia, sia per un fattore di competizione che per il semplice fatto che il cane è sicuramente più facile da predare rispetto ad un cinghiale. Il mondo protezionista spesso rifugge questi fatti, forse semplicemente perché la maggior parte dei cani predati appartiene alla categoria dei cacciatori (e degli allevatori).

L’analisi, se deve essere fatta, deve essere onesta con tutti gli stakeholder. Negli Stati Uniti, ad esempio, attraverso delle semplici pagine internet (come nei siti del Michigan e del Wisconsin), Wolf caution Areavengono segnalate dettagliatamente le aree in cui vi è stato un attacco da parte di lupi nei confronti di cani, in modo da sapere esattamente quali sono le zone a rischio (magari perché localizzate al centro del territorio di un branco oppure perché territori in cui sono presenti soggetti che si sono “specializzati” su queste prede). Sarebbe ora che i cacciatori, oltre che mettere le foto su Facebook dei cani sbranati (e relativi commenti sull’apertura della caccia…), mettessero anche tutte le altre indicazioni relative a località, ora, data, punto GPS (visto che quasi tutti i cani ormai sono dotati di GPS), etc. Dati che potrebbero tornare utili non solo a loro stessi, ma anche ai ricercatori per valutare la reale presenza nel territorio di predatori, ed eventualmente anche il loro tasso di predazione o di difesa del territorio. Uno dei primi progetti in questo senso viene portato avanti dai tecnici del Parco dell’Appenino Tosco-Emiliano, che al prossimo convegno Atit presenteranno i dati della loro ricerca nell’area del parco e nelle aree limitrofe.

Passiamo infine alla categoria degli allevatori. È fondamentale considerare anche il loro punto di vista: un conto è il danno diretto inteso come il valore commerciale in Kg carne al macello di un animale domestico, un altro il valore intrinseco di quell’animale per l’allevatore ed il danno psicologico che ne deriva. Esistono diversi metodi di protezione nei confronti del lupo, ma spesso nessuno considera il danno indiretto determinato dalle maggiori spese (in termini di tempo e personale) che l’allevatore deve mettere in atto per gestire un gregge al pascolo in area di presenza di lupi. E soprattutto nessuno considera quali sono le mille attività che un pastore deve fare durante i mesi in alpeggio. A questo riguardo, vi consigliamo la lettura del blog “Pascolo vagante” ed in modo particolare di quest’articolo in cui l’autrice spiega un concetto fondamentale: “negli ultimi 15-20 anni la pastorizia in Piemonte ha dovuto per forza cambiare, con tutti i problemi, costi, ecc. che ben sapete. Visto che qualcuno per l’ennesima volta mi chiedeva quante specie di animali della fauna selvatica vorrei “eliminare”, ribadisco come sempre che la mia risposta è: “nessuna”. Nel caso del lupo, i pastori non chiedono costose squadre che provvedano agli abbattimenti, ma solo semplicemente di poter difendere il proprio gregge nel momento dell’attacco, unica strategia possibile anche per “educare” il predatore a stare alla larga dal gregge”.

Nel report tecnico “Public attitudes toward wolves and wolf conservation in italian and slovenian alps”, redatto nell’ambito del progetto WolfAlps, in cui si è valutato l’atteggiamento delle persone nei confronti della presenza del predatore, gli autori scrivono: “In conclusione, i risultati del nostro studio suggeriscono che, sebbene nel complesso i residenti delle diverse aree delle Alpi siano favorevoli alla conservazione del lupo, questi devono essere costantemente oggetto di campagne di informazione ben pianificate. I cacciatori, come uno dei principali gruppi di interesse, hanno dimostrato di poter essere partner nella conservazione del lupo, quindi in futuro uno sforzo maggiore dovrebbe essere rivolto verso la costruzione di questa partnership. Gli allevatori, che sono il gruppo al centro di praticamente tutti i progetti di conservazione del lupo in Europa, sono stati costantemente contrari alla sua conservazione in tutte le aree. Questa scoperta suggerisce che vi sia la necessità di una nuova valutazione degli approcci attualmente utilizzati a risolvere la questione del conflitto lupo-zootecnia”.

Occorrerebbe quindi valutare meglio perché gli allevatori sono “costantemente contrari”. L’ira dei pastori, in alcune situazioni, cresce proprio perché: “chiunque, appassionato di natura, di montagna, di fotografia, con un suo sito, una sua pagina, un numero di persone non indifferente che lo segue, può permettersi di blaterare sul loro mestiere [rif. allevatori] senza capire… niente!! […] Si critica la faziosità altrui, ma cosa fareste voi se qualcuno venisse a dirvi che, per risolvere un problema che affligge la vostra attività, avete solo da assumere più personale o “tenere meno bestie”. Ma sì… tanto… cosa volete che sia? […] I pastori si arrabbiano leggendo una cosa del genere, tanto quanto si arrabbiano trovando un loro animale sbranato” (Tratto da “Pascolo Vagante”).

La montagna è sempre più in fase di abbandono e sfruttata in gran parte solo a fini turistici, spesso proprio dagli “intellettuali da salotto” che sentenziano comportamenti e stili di vita senza conoscere le reali problematiche di un territorio, a volte comprensibili solo vivendoci 12 mesi l’anno.

La bellezza della montagna è frutto anche dell’attività umana, della gestione dei pascoli e dei boschi. L’economia rurale non può essere messa in secondo piano, e deve essere protetta esattamente come il lupo.

Quando i vari portatori d’interesse non considerano tutti questi fattori è fisiologico che, anziché trovare un punto di incontro per la gestione coordinata della situazione, si arriva ad una frizione, in cui ognuno finisce col sentirsi autorizzato a dire e fare ciò che ritiene più opportuno. In questo modo tutti perdono, compresa la montagna, perché nessuno è stato in grado di avere né l’umiltà né la pazienza di ascoltare l’altro.

E quando si perde chi ci rimette alla fine è il lupo. Il tasso di bracconaggio in Italia è elevatissimo, e nonostante ciò la specie è in espansione. Che senso ha quindi continuare questa strategia iper-protezionistica? Non avrebbe più senso gestire meglio i rapporti tra i vari stakeholder e la stessa popolazione cercando maggior collaborazione sul territorio? E attenzione a voler aprire la caccia a tutti i costi, non è detto che si verifichi un effetto boomerang come lo è stato per il cinghiale!

HIT Vicenza

Sabato 13 HITe domenica 14 febbraio, lo Studio AlpVet sarà presente alla Fiera HIT di Vicenza, ospiti di HF Channel, presso il padiglione 7.

Inoltre, domenica 14 febbraio, in collaborazione con HF Channel e Armi e Tiro Edisport editoriale, allo stand di Armi e Tiro  7.1 – 156,  Luca Pellicioli e Roberto Viganò dello Studio AlpVet, insieme a Massimo Vallini e Paolo Sinha (Armi e Tiro), terranno i seguenti seminari:

Ore 13-Caccia e attività antropiche: chi disturba di più?

L’attività venatoria è spesso considerata da chi non conosce la caccia come estremamente impattante sulle popolazioni selvatiche. Scarse sono invece le valutazioni oggettive effettuate in relazione al disturbo che possono arrecare altre attività outdoor sulla fauna. L’eccessivo sfruttamento di alcune aree naturali per la creazione di impianti di risalita e attività ludico-ricreative oltre ad aver comportato gravi danni a livello ambientale è tra le cause di problematiche relative alla sopravvivenza di molte specie di fauna stanziale. Anche le attività che vengono definite a “basso impatto” possono essere fonte di disturbo per diverse specie animali, soprattutto nel periodo invernale, quello più critico per la sopravvivenze degli animali. Nell’ambito della breve conferenza, si analizzeranno in maniera oggettiva e con ricerche scientifiche, l’impatto delle attività antropiche verso la fauna selvatica

Ore 15-Leadless: l’approccio sereno e scientifico

La gestione delle munizioni in piombo o metalliche differisce sul territorio nazionale a seconda della tipologia ambientale e dei regolamenti di gestione (per esempio aree umide, Zps, eccetera). Senza evitare necessarie considerazioni sulla nocività per l’uomo del piombo di palle e pallini, è interessante un’analisi serena dell’utilità ed efficacia del munizionamento leadless e, per quanto possibile, scientifica degli effetti di balistica terminale. Nel corso della breve conferenza si analizzeranno i risultati di alcuni studi anche in relazione al tema del benessere animale e al corretto abbattimento del capo, evidenziando in modo particolare gli errori più comuni effettuati nell’attività di caccia a causa della scarsa conoscenza dei materiali.

La gestione delle capre inselvatichite

Capre_StambeccoNel contesto alpino sempre più frequenti sono le segnalazioni della presenza di singoli soggetti o piccole unità di capre e/o pecore parzialmente o totalmente incustodite.
Recenti sono le notizie nate a fronte della presenza di domestici in alpeggio anche al di fuori del periodo tradizionale, in quanto capi abbandonati o persi, sia in Italia che nel vicino Canton Ticino, e le successive polemiche.

Tale aspetto solleva una serie di problematiche sia di ordine strettamente sanitario ma anche di natura giuridica in relazione al mancato rispetto dei Regolamenti di Polizia Veterinaria e Forestale nonché la definizione della responsabilità civile e penale da parte del proprietario dei capi.
A livello generale va considerato che, in ambiente alpino, la presenza di ruminanti domestici non custoditi può assumere un ruolo prioritario nell’ambito della inter-trasmissione di patologie infettive ed infestive nei confronti di ruminati selvatici a vita libera.
In questo senso ampiamente documentata è la bibliografia in merito alle interazioni sanitarie tra ruminanti domestici e selvatici con particolare riferimento a Mycoplasma conjuntivae della cheratocongiuntivite infettiva e l’acaro Sarcoptes scabiei della rogna sarcoptica, nonché brucellosi ed altre zoonosi.
Inoltre, da un punto di vista genetico la frequentazione delle stesse aree può esser alla base di fenomeni di ibridazione tra esemplari di capra domestica (Capra hircus) e stambecco (Capra ibex) con la nascita di ibridi.

Quali sono le possibili responsabilità legali dei proprietari delle “capre inselvatichite”?

Per quanto riguarda la responsabilità civile, il Codice Civile (art. 2052) stabilisce che il “proprietario o chi ha in uso l’animale” è responsabile dei danni causati dallo stesso, sia che si trovi sotto custodia, sia in caso di smarrimento o fuga, salvo che provi il caso fortuito.
Rispetto alle responsabilità penali tra le altre, l’ipotesi potenzialmente più accreditata è quella della sussistenza del reato di “introduzione o abbandono di animali nel fondo altrui e pascolo abusivo” (art. 636 del Codice Penale (C.P.) La Corte di Cassazione ha stabilito che si tratta di una figura di reato comune, che può essere commessa da chiunque, infatti, lo stesso art. 636 Codice Penale sanziona sia l’introduzione o l’abbandono di animali, raccolti in gregge o in mandria, nel fondo altrui, demanio compreso, fine a sé stessi, sia la messa in atto delle medesime azioni al fine di far pascolare gli animali nel fondo di altri.
Infine, sempre il terzo comma del medesimo articolo prevede quale aggravante per il colpevole, il pascolo avvenuto, ovvero il danneggiamento del fondo causato dall’introduzione o dall’abbandono degli animali.

Non può trovare applicazione l’art. 672 del Codice Penale, “omessa custodia e mal governo di animali”, in quanto, tale illecito si configura qualora siano coinvolti animali pericolosi, da soma, da tiro o da corsa, tra i quali, a rigor di logica, non rientrano certamente le capre.

Visto che l’argomento trattato sta assumendo una sempre maggior attenzione nell’opinione pubblica ed un’importante rilevanza scientifica, confermata dal crescente numero di pubblicazioni sull’argomento, con questo primo contributo si sta cercando di fare chiarezza sul tema in quanto questi aspetti sono caratterizzati da numerosi interrogativi.

Seguiranno altri contributi a breve finalizzati a chiarire tutti gli aspetti della questione come ad esempio: le capre inselvatichite presenti in ambiente alpino sono da considerarsi specie “selvatiche” o “domestiche”?

Luca Pellicioli in collaborazione con Dott. Davide Brumana (Esperto Diritto Ambientale)