La cheratocongiuntivite infettiva: aggiornamenti e prospettive (35 anni dopo) – Macugnaga 12-13 maggio 2017

Nel 1982, a Varallo Sesia (VC), si tenne il “Simposio internazionale sulla cheratocongiuntivite infettiva del camoscio”. Fu l’inizio non solo della ricerca su questa malattia in Italia, ma anche l’affermarsi di una nuova branca della veterinaria, l’eco-patologia della fauna selvatica a vita libera.

Tra il 1981 ed il 1982 alle pendici del Monte Rosa, in Val Sesia e in Valle Anzasca, si ebbero le prime segnalazioni di camosci e di stambecchi affetti da cheratocongiuntivite, e ciò destò una generale preoccupazione in tutti gli ambienti che direttamente e indirettamente si occupavano di gestione faunistica e del territorio. All’epoca non era ancora chiaro quale effetto potesse avere l’epidemia sulla popolazione dei bovidi alpini, e soprattutto quale fosse l’approccio gestionale più corretto. Si discusse ampiamente se fosse più opportuno garantire la salvaguardia di queste specie applicando un severo protezionismo, oppure se fosse meglio intervenire con prelievi mirati sui soggetti malati. Inoltre non si conosceva ancora esattamente l’origine della malattia ed il suo decorso.

Per rispondere a queste domande, furono coinvolti i maggiori esperti europei, per acquisire le esperienze maturate negli anni dai precedenti casi manifestatisi sui Pirenei, sulle Alpi svizzere, nella ex-Jugoslavia ed in Austria. Nacque in questo modo un pool di esperti a livello sovranazionale che, condividendo gli obiettivi di una ricerca finalizzata ad applicazioni gestionali, studiarono gli aspetti eziopatologici, clinici e di dinamica delle popolazioni selvatiche, al fine di rispondere ai vari quesiti emersi.

Negli anni successivi, queste ricerche hanno chiarito che l’agente eziologico della malattia è un micoplasma (Mycoplasma conjunctivae), microrganismo di cui gli ovini e i caprini domestici rappresentano il principale serbatoio. Peraltro, anche se il micoplasma è largamente diffuso nelle greggi, la patologia corrispondente solo raramente si manifesta con l’evidenza che conosciamo nel camoscio, e non è così facile riconoscere la presenza del patogeno in un gregge prima della monticazione. Ne consegue che, con la transumanza estiva dei greggi infette, l’agente patogeno può diffondere anche nelle popolazioni dei selvatici, e a maggior ragione lo può fare oggi, considerando che la condivisione di pascoli di alta quota tra bestiame domestico e bovidi selvatici è diventata più frequente di un tempo. Inoltre, non è raro osservare la presenza di pecore o capre rinselvatichite che condividono i medesimi territori di camosci e stambecchi, anche al di fuori del periodo estivo.KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Seppur la capacità di sopravvivenza di M. conjunctivae al di fuori dell’organismo è molto ridotta (i micoplasmi, a differenza dei batteri, non dispongono di una parete cellulare rigida e la loro sopravvivenza nell’ambiente è conseguentemente molto limitata), la cheratocongiuntivite può essere altamente contagiosa. M. conjunctivae può infatti essere trasmesso sia per contatto diretto, che mediante la dispersione nell’aria di finissime particelle di scolo lacrimale infetto. Inoltre anche alcune mosche (Hydrotaea, Musca, Morellia e Polietes) possono fungere da vettori, trasferendo il patogeno anche fra specie diverse posandosi sugli occhi e sullo scolo lacrimale di soggetti infetti.

Le epidemie di cheratocongiuntivite infettiva si manifestano generalmente durante l’estate e l’autunno, anche se in alcune situazioni le lesioni oculari possono riacutizzarsi durante l’inverno a causa delle condizioni di riverbero della luce che influiscono sulla capacità visiva degli animali selvatici.

Nelle fasi iniziali della malattia può risultare difficile riconoscere a distanza i soggetti colpiti. Infatti in assenza di evidenti lesioni oculari, l’unico segno è dato dai peli conglutinati dallo scolo oculare a livello dell’angolo interno dell’occhio e della guancia. Quando invece il decorso è più avanzato, oltre all’opacizzazione dell’occhio si hanno anche evidenti modificazioni del comportamento. Spesso, i capi gravemente colpiti si trovano isolati, non riuscendo più a seguire il branco; all’osservazione a distanza risalta il loro atteggiamento insicuro con gli arti anteriori che vengono portati tesi in avanti e l’andatura è nel complesso incerta. Spesso si può osservare come questi soggetti si muovano in cerchi più o meno ampi. La cecità comporta ovviamente il rischio di traumi e di cadute, con conseguente mortalità.

Le lesioni all’occhio possono essere mono o bi-laterali e, finché le condizioni dell’occhio non evolvono in ulcere corneali, la lesione potrebbe anche retrocedere fino a completa guarigione. Nelle popolazioni colpite da cheratocongiuntivite infettiva, il tasso di morbilità (numero di animali che contraggono la patologia) può essere anche molto elevato, tuttavia il tasso di mortalità che ne deriva (comprensivo sia di mortalità per traumi/cadute che per inedia) è generalmente basso, con valori inferiori a 5-10%. In talune occasioni però, forse anche a causa del fatto che la popolazione non ha ancora sviluppato un’ “immunità di gruppo”, è possibile arrivare a tassi di mortalità fino al 35-40%. Di regola le epidemie di cheratocongiuntivite nel camoscio e nello stambecco si estinguono dopo essersi diffuse lungo una catena montuosa ad una velocità di circa un chilometro al mese.

Allo stato attuale delle conoscenze, la maggioranza dei camosci e degli stambecchi colpiti dalla malattia va incontro ad una guarigione spontanea, spesso anche dopo una temporanea cecità. Pertanto non appare giustificato l’abbattimento di tutti i capi che presentano sintomatologia, a prescindere dal fatto che anche una misura così rigorosa non consentirebbe comunque di evitare la propagazione dell’epidemia. L’abbattimento eutanasico dovrebbe invece essere opportunamente valutato in caso di perforazione della cornea con conseguente danno irreparabile agli occhi, oppure in seguito a traumi da cadute o in quelle situazioni in cui i soggetti sono estremamente indeboliti. Da evitare i tentativi di terapia, in quanto destinati al fallimento sia per costi che, soprattutto, per un stress eccessivo su soggetti selvatici durante le attività di cattura e di manipolazione degli stessi.

Queste conoscenze sono state ormai ampiamente recepite sia dalla comunità scientifica che dal mondo venatorio. Tuttavia, così come le popolazioni selvatiche, anche i patogeni possono modificare i loro comportamenti, le loro interazioni con gli ospiti la loro capacità di sopravvivenza nell’ambiente, a causa di diversi fattori. Il cambiamento climatico e le conseguenti alterazioni ambientali, ad esempio, sono tra le prime cause di modificazione dell’epidemiologia di alcune malattie, potendone accrescere il tasso di morbilità e mortalità. In parallelo, le aumentate densità di popolazione di camosci e stambecchi possono condizionare la velocità di diffusione della cheratocongiuntivite infettiva, e magari i grandi predatori (lupo in primis) potrebbero ridurne il tasso di diffusione attraverso una maggior selezione naturale dei soggetti malati. Nasce quindi la necessità, soprattutto per il mondo scientifico, di ritrovarsi a distanza di 35 anni dal Simposio di Varallo (VC) in un nuovo congresso in cui è opportuno fare il punto della situazione attuale della cheratocongiuntivite infettiva, anche alla luce dell’aumento delle popolazioni di stambecco sulle Alpi, dell’espansione territoriale del cervo, della crescita stabile, ma lenta, del camoscio, del ritorno del lupo e di altri predatori nel contesto alpino, e dalla diversa gestione del patrimonio zootecnico e del territorio, sempre più sfruttato a fini turistici e sportivi.

Il prossimo 12 e 13 maggio, a Macugnaga (VB), si incontreranno esperti italiani, svizzeri, francesi e spagnoli, per fare il punto sulla cheratocongiuntivite.  Nella giornata di venerdì 12 maggio, Paolo Lanfranchi (Dipartimento di Scienza Mediche Veterinarie dell’Università di Milano), Piergiuseppe Meneguz e Luca Rossi (Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino) analizzeranno la situazione storica e attuale della cheratocongiuntivite sulle Alpi italiane, Marco Giacometti (responsabile del “Progetto svizzero di ricerca sulla cheratocongiuntivite infettiva tra il 1998 ed il 2007”) descriverà il percorso scientifico e le collaborazioni che hanno portato a definire l’epidemiologia della malattia nei bovidi alpini, Dominque Gauthier (Dipartimento veterinario Hautes-Alpes) e Jean-Paule Crampe (Parco Nazionale dei Pirenei) descriveranno la situazione rispettivamente sul versante francese delle Alpi e dei Pirenei. Chiuderà la giornata Bruno Bassano (Parco Nazionale del Gran Paradiso) che illustrerà le ultime ricerche sugli effetti della cheratocongiuntivite sullo stambecco.

Sabato mattina Stefano Grignolio (Group for Large Mammals Conservation and Management – ATIt) illustrerà le dinamiche più recenti delle popolazioni di ungulati sulle Alpi, Francesca Marucco (Coordinatore tecnico scientifico del Progetto LIFE Wolfalps) farà il punto sui grandi predatori e Carlo Citterio (IZS Venezie – Sezione di Belluno) analizzerà l’impatto demografico di alcuni fra i principali patogeni dei ruminanti di montagna.

Il congresso, si chiuderà con una tavola rotonda dal titolo “Quale gestione sanitaria per gli ungulati selvatici?”, in cui Santiago Lavin (SEFAS, Università di Barcellona) ed Jean Hars (Office National de la Chasse et de la Faune Sauvage) discuteranno, insieme ai relatori precedentemente menzionati, quali siano le scelte più opportune e concrete da effettuare per gestire al meglio determinate patologie, prendendo spunto da esempi concreti come la Rogna sarcoptica, la Brucellosi, i Pestivirus, e analizzando in modo particolare le interazioni tra patrimonio faunistico e zootecnico.

E’ in corso la procedura di accreditamento ECM per medici veterinari e biologi.

Il convegno è gratuito e aperto a tutti. Per iscrizioni e informazioni scrivere a cherato@sief.it

A breve verrà pubblicata la locandina ufficiale dell’evento e relativo programma.

Maggiori informazioni su www.sief.it

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