Cesio in ungulati selvatici (Intervista La Stampa 12 set 2015)

Dopo l’evidenza del Cesio 137 nei cinghiali nella Provincia di Verbania, è proseguito il monitoraggio della presenza del radionuclide nel territorio anche su altre specie di ungulati selvatici.
Qui sotto riportiamo integralmente l’articolo comparso su La Stampa il 12 settembre 2015 a firma di Cristina Pastore, con l’intervista al Dott. Roberto Viganò (dello Studio AlpVet … e non VetAlp…) e al Dott. Pierluigi Cazzola dell’Istituto Zooprofilattico di Vercelli, in cui si illustrano i risultati preliminari di una ricerca congiunta che presto verrà pubblicata nella sua interezza.

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L’incidenza riscontrata non mette in allarme, ma invita alla sorveglianza. Le concentrazioni di cesio 137 oltre la soglia limite dei 600 becquerel al chilo riguardano meno del 10% dei capi analizzati, al di sotto dunque della media riscontrata con i prelievi che dal 2013, su disposizione regionale, vengono effettuati dai veterinari dell’Asl nei cinghiali abbattuti.  
Il campionamento compiuto l’anno scorso nel periodo venatorio – da ottobre a dicembre – su oltre 300 cervi, caprioli e camosci cacciati nei comprensori alpini Vco 2 e 3 conferma quello che da tempo si sa: la zona – come tante altre aree dell’arco alpino piemontese e lombardo – risente ancora, dopo quasi 30 anni, delle conseguenze dell’esplosione di Chernobyl. Le piogge, nei giorni seguenti all’incidente nucleare, riversarono radioattività, a «macchia di leopardo»: non tutti i terreni le assorbirono nella stessa quantità.  
Eppure la ricerca condotta in Ossola, presenta aspetti di novità. A breve sarà oggetto di una pubblicazione scientifica ed è stata elaborata Pietro Cazzola, responsabile della sede di Vercelli dell’Istituto zooprofilattico di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, e dal Roberto Viganò, veterinario di Crodo e parte dell’équipe dello studio VetAlp. L’obiettivo che si sono dati è comprendere come le abitudini alimentari e le frequentazioni territoriali delle tre specie di ungulati li espongano alla radioattività. 
«Per il cervo abbiamo rilevato una situazione molto tranquilla: si alimenta di ciò che sostanzialmente non accumula cesio. Diverso è per i caprioli: frequentano gli stessi territori dei cervi, ma si nutrono di altro, in particolare tra agosto e settembre di un tipo di fungo che determina picchi di positività, poi smaltita nei mesi successivi» spiega Viganò, evidenziando come il capriolo in Europa sia la specie in questi termini più monitorata. 
Il lavoro scientifico prosegue analizzando i camosci, ed è in questi animali che si rileva una presenza più uniforme di cesio radioattivo. «Dobbiamo capire quale vegetale, che mangiano tra ottobre e novembre, porti a questo accumulo» rimarca il veterinario.  
Lo studio si proponeva anche di provare l’efficacia di una nuova metodica di analisi, più rapida rispetto a quella normalmente utilizzata. «L’incidenza tra la popolazione di patologie riferibili all’eventuale contaminazione non allarmano – conclude Cazzola – ma il problema non è da sottovalutare, faremo un monitoraggio mirato, più efficace».

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